Chicchi: meglio un ex dc in casa che un ex psi alla porta

Mercoledì, 07 Febbraio 2018

Giuseppe Chicchi, 73 anni, è stato assessore regionale, sindaco di Rimini, deputato, amministratore dell’Apt. Per le elezioni politiche del 4 marzo si presenta candidato nel collegio uninominale della Camera per la lista Liberi e Uguali.

A una persona con il suo cursus honorum chi gliel’ha fatto fare di fare il candidato di disturbo, messo lì per fare un dispetto al Pd e per non far eleggere Sergio Pizzolante?

“Fino all’ultimo non si sapeva dove si sarebbe candidato Pizzolante e io ho invece subito firmato la candidatura per la Camera. Sono entrato in gioco solo perché sul mio nome c’è stata convergenza fra le tre componenti dell’alleanza, Articolo Uno-Mdp, Sinistra Italiana e Possibile. Non ci avevo proprio pensato, vista l’età che mi ritrovo”.

Lei è uscito dal Pd: ma cosa c’è che proprio non le andava giù nel Pd guidato da Renzi?

“Molte cose. Per esempio la politica dei vari bonus, per la quale sono stati spesi 30 miliardi. Se, per esempio, fossero stati spesi per il risanamento sismico e idraulico del Paese, avrebbero migliorato una situazione a rischio, creato lavoro, occupazione, sviluppo delle imprese. Si sarebbe creato un andamento anticiclico rispetto alla crisi dell’edilizia. C’è stata invece una cecità strategica, si è favorito il lavoro precario, tutto il contrario di una politica keynesiana. Non mi è piaciuto il Job Act. Il famoso articolo 18 era il simbolo più che delle conquiste del movimento operaio, dell’equilibrio raggiunto fra forze del lavoro e forze del capitale. Non a caso approvato da un governo Dc-Psi. È stato cancellato da noi, direttamente, sulla pelle del nostro popolo. C’è stata inoltre una bassa capacità politica a leggere la situazione. Renzi si è impegnato sul referendum senza capire che era un progetto divisivo del nostro mondo”.

Il quadro politico uscito dalla vittoria del no non è così esaltante. Basta guardare alla legge elettorale che ne è venuta fuori…

“Sono stato per il no per motivi di merito, non per dare contro a Renzi. In ogni caso il popolo che vota ha sempre ragione. Sulla legge elettorale convengo che era meglio dare la possibilità del voto disgiunto fra uninominale e proporzionale, e ammettere almeno una preferenza”.

Non le crea qualche problema sapere che i voti che lei porterà via al Pd serviranno a eleggere o una leghista o una dei 5 Stelle?

“Non vado a caccia di voti del Pd, ma di quanti, per le ragioni dette, non voterebbero mai Pd. Non ho problemi perché non porto via voti a uno di sinistra ma a un rappresentante della destra, a uno di Forza Italia”.

Che però ha sostenuto i governi a guida Pd…

“Ho seri dubbi sulle conversioni politiche di uno che ha cambiato 5 o 6 partiti in quindici anni”.

Lei è stato il sindaco di un’alleanza Pds-Dc. Anche lei si è alleato con ex avversari.

“Con la fondamentale differenza che nella Dc convivevano un centro, una sinistra e una destra. E io mi sono alleato con la componente dossettiana. Tanto è vero che subito dopo nacque l’Ulivo, significa che avevamo visto giusto”.

Quindi sempre meglio un ex dc di un ex socialista.

“Specialmente se arriva dalla destra berlusconiana. La Dc era un partito popolare, non era Berlusconi. Un documento della Jp Morgan afferma che bisogna mettere mano alle costituzioni europee che sono nate dall’antifascismo. È quello che si è fatto in Italia smantellando con il Job Act l’art.41 della Costituzione che finalizza la proprietà privata all’utilità sociale. La globalizzazione ha bisogno di un precariato totale”.

Da qui si arriva anche al fenomeno dell’immigrazione voluto per fornire manodopera a basso prezzo, una tesi che circola molto a destra.

“Non mi fido delle ricostruzioni dietrologiche. Vedo nei migranti uomini ai quali è stato tolto quasi tutto e oggi vengono a chiedere qualcosa a noi. È una conseguenza dell’imperialismo che ha dominato nel Terzo Mondo”.

Legge tutto con le vecchie categorie della sinistra…

“La principale è la storia come lotta fra le classi, solo che adesso stano vincendo i padroni. C’è una frase che conserva tutta la sua validità: proletari di tutto il mondo unitevi. Solo così si può far fronte alla globalizzazione. Detto terra a terra: non si può far niente finché gli operai cinesi non si incazzano”.

Ma le sconfitte della sinistra ideologica nel Novecento non le pongono qualche domanda?

“Ci sono molti cadaveri che stanno passando lungo il fiume, non solo quelli della sinistra. Che fine ha fatto l’idea cattolico popolare? E la cultura liberale? Non mi si dica che Berlusconi è liberale, semmai è tendenzialmente un monopolista. E la cultura laica, quella di Giustizia e Libertà?”.

Parliamo della Rimini a guida Andrea Gnassi…

Ci sono molti nodi non risolti, per esempio l’aeroporto, l’università. Che ne sarà dell’Università senza i contributi della Fondazione Carim? C’è precariato anche fra i lavoratori del turismo: come è possibile immaginare una riqualificazione in un contesto del genere? Non è stato risolto il problema delle colonie, che a Rimini e sulla riviera restano un bubbone. C’è la necessità di favorire l’uscita degli hotel marginali con strumento nuovi come i condhotel o di favorire la ristrutturazione di quelli esistenti utilizzando ad esempio le Esco (Energy Service Company). Altro grande tema è la messa a norma sismica degli edifici edificati prima del 1984 ”.

Cosa pensa della politica degli eventi così cara al sindaco?

“Ero a Milano, ero andato dal sindaco Albertini, esco e vedo in piazza Duomo una grande impalcatura alta quasi quanto il Duomo. Chiedo a un vigile: ma cos’è? Risposta: E non lo vede? é uno spreco di denaro pubblico. La politica degli eventi la vedo come una politica debole, che non produce reddito. Lavora sul marketing, cioè sull’immagine. Ma i manuali di marketing spiegano che se all’immagine non corrisponde un prodotto, c’è il rischio dell’effetto contrario”.

Dopo gli eventi, il mantra sono diventati i cosiddetti “motori culturali”, il Fulgor, il Museo Fellini… Che ne pensa?

“Penso che possano essere importanti se diventano istituzioni di una cultura solida, non solo effimero. Con l’effimero si resta ignoranti. Mi pare che qualcosa del genere abbia detto anche il professor Paolo Fabbri a proposito del Museo Fellini. Rimini tutto sommato ha un hardware solido: la Fiera, il palazzo dei Congressi, la darsena, 1200 alberghi… ciò che manca è un software che sia in grado di ottimizzare gli investimenti effettuati e di dare una dimensione internazionale alla città”.

 

Valerio Lessi