Gambini: non bastano i sindaci, serve l'effetto comunità

Mercoledì, 14 Marzo 2018

«C’è sconfitta e sconfitta, questa ha le dimensioni della chiusura di un’epoca politica e di un cambiamento sostanziale dei parametri per il governo locale». Parla Sergio Gambini, ex senatore, a lungo dirigente del Pci-Pds-Ds, che ha sperimentato sulla propria pelle (sconfitta a Cattolica) il vento nuovo che spinge l’elettorato verso altri lidi.«Intendiamoci – afferma - la crisi della sinistra, delle sue forme organizzative, del suo insediamento sociale, dei suoi programmi è un fenomeno globale, particolarmente nel nostro continente, tuttavia ci sono realtà locali in tutti i paesi che rappresentano dei bastioni per la sinistra, perché in esse c’è una tradizione che si innova. Si sperimenta, si tentano nuove strade. Purtroppo, qui non è avvenuto nulla di tutto ciò e i bastioni vengono sbriciolati dai successi leghisti e pentastellati. Non a caso non si parla più del modello dell’Emilia rossa, semmai per guardare al futuro si invoca il modello Milano, dove la sinistra del governo locale ha tenuto bene».

Ci sono fattori anche locali che hanno inciso sulla sconfitta?

«Se guardiamo esclusivamente dal punto di vista delle realizzazioni delle giunte di sinistra difficilmente riusciamo a spiegare questo risultato. Ad esempio Rimini è una città amministrata bene, che negli ultimi anni ha compiuto un deciso passo in avanti, così è avvenuto a Pesaro. Non solo, tutto indica una ripresa economica solida, che grazie alla presenza di un tessuto di piccola impresa si è diffusa sul territorio.Le ragioni di questa grande fuga dell’elettorato vanno perciò cercate altrove. Non credo però che sia una questione di cattiva comunicazione o di eccessiva personalizzazione, che indubbiamente hanno influito, ma non bastano a spiegare».

Gnassi, sindaco di Rimini, dice: alle amministrative ci siamo noi sindaci, con le nostre facce, loro (Lega e 5 Stelle) sono solo un simbolo.

«La crescita senza un “effetto comunità” non produce consenso. Se sparisce quell’effetto, di fronte non abbiamo più il cittadino, ma l’individuo, che rimane solo senza legami e senza “protezione” né “legittimazione” comunitaria. A loro modo sia il M5S che la Lega hanno proposto ed inverato invece un’idea ed una forma di comunità, quella del web, con il suo linguaggio, le sue regole, la sua facile accessibilità, dall’altro lato quella identitaria con i suoi nemici e i suoi paladini. Se questa è, come credo, la ragione di fondo della sconfitta dubito che la soluzione sia in un partito dei sindaci, ritengo invece che occorra ricostruire un partito della comunità».

L’impressione è invece che anche il Pd sia diventato un partito di opinione, senza agganci con i mondi vitali delle persone e delle imprese.

«Per molti decenni c’è stata una grande corrispondenza tra l’orizzonte politico e programmatico della sinistra ed il presidio, le forme del radicamento locale di quel modello. Il welfare locale, il tessuto dell’associazionismo in tutti i campi da quello di categoria a quello sportivo, i sindacati, le cooperative di produzione e di consumo, presenti anche in campo assicurativo e finanziario, le aziende municipalizzate, le società partecipate. Dalla culla alla tomba, per decenni nell’Emilia Romagna rossa nessuno è mai stato solo e l’ascensore sociale ha sempre funzionato. Un ambiente sociale inclusivo, che ha creato coesione, a cui hanno contribuito in una competizione costruttiva anche altre matrici culturali e politiche. Il nuovo millennio ha segnato un profondo divorzio di quella corrispondenza di ricette nazionali e modello locale. Sul piano nazionale il riferimento, semplificando, è diventato il socialismo liberale di Tony Blair, a livello locale si è rimasti ancorati ai vecchi modelli socialdemocratici che mal si sposavano con il menù di privatizzazioni, liberalizzazioni e flessibilità dei fattori produttivi della nuova sinistra. Le ricette lib-lab non sono mai diventate la nuova ispirazione del governo locale, almeno in Emilia Romagna, ne hanno mai inaugurato una nuova stagione. Nelle roccaforti rosse niente privatizzazioni, niente liberalizzazioni, nessun laboratorio per sperimentare ed anticipare, semmai la conservazione ostinata di un passato socialdemocratico sempre più esausto».

Dove li vede questi comportamenti?

«Ci sono eventi emblematici che testimoniano il divorzio tra quanto predicato a livello nazionale e le concrete politiche locali. Nel giro di pochissimi anni il rifiuto delle privatizzazioni ha cancellato due perle del sistema locale come Aeradria e la Cassa di Risparmio, mentre imprese importanti, ma cresciute in mercati chiusi hanno pagato l’incapacità di adeguarsi. Basta pensare ai fallimenti di impresa che si sono susseguiti nel mondo cooperativo, o alla triste fine di CNA Servizi. Il colpo di grazia, che porta all’esaurimento di quel modello, avviene con l’esplodere dei conti pubblici, con i drastici tagli della finanza locale, con l’abbassamento della competitività territoriale. Mettiamoci anche uno scadere del personale politico dovuto alla fine dei grandi partiti di massa. Il modello inclusivo, si è progressivamente trasformato, agli occhi di una parte sempre più ampia di popolazione, in un sistema che non riusciva più ad offrire la crescita dei decenni precedenti, dominato da un ceto politico che, arroccato nei gangli del potere, abbandonava a se stessi i cittadini, i lavoratori, i cooperatori, i risparmiatori. Ciascuno alla fine si è arrangiato da solo (verrebbe da dire per fortuna), applaude se il sindaco è bravo e fa la cose giuste, ma l’“effetto comunità” è un’altra cosa».

Lei parla di comunità: secondo alcuni analisti, il voto del 4 marzo mette in rilievo un’Italia di persone sole.

«Non sto qui a discutere delle sorti del liberalismo nella sua declinazione di sinistra. Non mi nascondo le sue difficoltà, tuttavia non sono convinto che l’esito inevitabile di quelle politiche sia la solitudine dell’individuo, anzi credo che sia necessario e possibile interpretarle in una chiave comunitaria. Se la sinistra avrà un futuro questa è la sfida da vincere, mi piacerebbe che in questa regione si tornasse ad inventarlo come è avvenuto per molti decenni nel dopoguerra. Ma c’è anche un grande assente da qualche anno in questa tormentata vicenda ed è il protagonismo della cultura politica e sociale del mondo cattolico italiano. Mentre assistiamo ad un pontificato straordinariamente capace di parlare al popolo è come se il laicato cattolico non avesse più da dire e da dare nulla alla politica italiana. Qualcosa ancora vive dentro al PD e dentro Forza Italia, ma nei due vincitori di queste elezioni non si ravvisa traccia di quella cultura, ne di suoi possibili interpreti. Anche di qui credo occorra ripartire per ricostruire un partito della comunità».