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Amarcord Fellini, tour con Gérald Morin

Giovedì, 07 Luglio 2016

Rosita Copioli riprende e completa per buongiornoRimini l’articolo pubblicato da «Avvenire», 7 luglio, «Amarcord Fellini in tour con Morin» che riprende il tour evento con Gérald Morin, sulle tracce di Fellini a Rimini, organizzato da Apt Servizi Emilia Romagna e dalla Cineteca di Rimini, con un gruppo di direttori di cineteche di tutto il mondo impegnati in Congresso a Bologna.

A Rimini, nel caldo pomeriggio di lunedì 27 giugno battuto dal vento di garbino, si è svolto un percorso dedicato a Federico Fellini, che si è trasformato in evento, grazie alla presenza di Gérald Morin. Morin è stato accanto a Fellini per sei anni dal 1971 al 1977, sia come segretario privato per Roma, sia come assistente alla regia per Amarcord e Casanova, e gli ha dedicato una cura delle più attente, alimentata con dei saggi, una raccolta di 13.500 documenti diventata la Fondazione Fellini di Sion in Svizzera, e un film documentario, Sulle tracce di Fellini (2013).
La visita era organizzata da APT Servizi Emilia Romagna rappresentata da Isabella Benedettini e Raffaella Rondolini e dalla Cineteca del Comune di Rimini con il responsabile Marco Leonetti, per quaranta direttori e responsabili di cineteche e archivi cinematografici di 21 paesi, aderenti alla Federazione internazionale degli archivi filmografici (FIAF), impegnati nel Congresso annuale a Bologna. Prima c’è stato l’omaggio alla tomba-prua di Arnaldo Pomodoro che ospita anche Giulietta e il figlio Federichino (il cimitero: «Un luogo affascinante di Rimini ... Mai visto un posto meno lugubre... era sempre in costruzione, quindi c’era un’aria di festa», scrive Fellini in La mia Rimini). Poi, oltrepassato il borgo San Giuliano, ex covo di anarchici già abitato dai pescatori che nel 1971 l’urbanista Giancarlo De Carlo (padre di Andrea che doveva collaborare con Fellini per il film su Castaneda e finì per scrivere Yucatan) avrebbe risparmiato dalle demolizioni per puri meriti politici, ex borgo estremo dove Fellini favoleggiò di avere abitato nell’ultima casa, è stato seguito il percorso romano della Flaminia fino al ponte marmoreo di Tiberio sul Marecchia. Non così trascurabile se Fellini apre Roma con l’ironico attraversamento del Rubicone fatto da Cesare in trasgressione al senato, per proiettarvi la sfida del proprio destino, e se mantiene nella satira di Amarcord lo sfondo delle gloriose origini romane, che il fascismo esaltava.
Imboccato il decumano del corso d’Augusto, la seconda tappa è stata il cantiere del Fulgor, il cinema dell’adolescenza di Fellini, destinato a diventare la Casa del Cinema o Centro studi dedicato a lui nel bel recupero di Annio Maria Matteini con arredi di Dante Ferretti: due sale di proiezione, cineteca, archivio, museo, luogo di ricerca. Era il palazzetto di Demofonte e Aurelio Valloni da Carpegna, ricostruito dal Valadier dopo il terremoto del 1786, trasformato da Addo Cupi nel 1920 in quella incubatrice di sogni che Fellini avrebbe voluto descrivere anche in Block-notes di un regista, aggiungendolo ai soggetti del teatro dell’Opera e di Cinecittà (l’unico che rimane in Intervista, 1988). Anche qui Rimini romana si è imposta ritardando i lavori: domus sotterranea, mosaici, 57 tombe. Ma prima o poi accoglierà la consistentissima dotazione, unica al mondo, del «patrimonio felliniano» che mi riassume Nicola Bassano, subentrato al precedente curatore Giuseppe Ricci. Un assaggio è stato mostrato al Museo per l’occasione, con la regia dello stesso Morin e della moglie Françoise, intorno ai disegni di Fellini già esposti per la Biennale diretta da Massimo Pulini (in corso in tutta Rimini) e al Libro dei sogni: sceneggiature e costumi del Casanova con le maschere del carnevale a Venezia, l’uccello meccanico, costumi della sfilata ecclesiastica di Roma, di cui proprio Morin aveva inventato raffinati nomi di modelli (Tourterelles immaculées, Petites soeurs de la tentation du Purgatoire, Au Paradis toujours plus vite) quando, arrivato a Roma ventottenne il 30 luglio 1971 con l’incarico di un’intervista a Fellini, capita durante le riprese di Roma a Trastevere, e diventa parte della famiglia felliniana. Poiché è gesuita, attraverso monsignor Romeo Panciroli, segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, fa ottenere a Fellini il permesso di riprendere il pastore con il gregge sulla piazza di San Giovanni in Laterano.
Scrive Morin in «Roma, Amarcord, Casanova. Note per una Introduzione al grande trittico autobiografico di Fellini» (inedito), che a cinquant’anni Fellini aveva superato l’angoscia della pagina bianca (come aveva fatto con 8 ½ dopo La dolce vita), con «un docu-fiction, un grande documentario immerso nell’invenzione dove tutte le epoche si mescolano [...] un po’ come una passeggiata agli inferi nelle viscere dei ricordi [... ] nell’inquietudine di un quotidiano che vi sfugge e nell’apprensione d’un futuro sconosciuto». L’irriverente sfilata si inserisce in Roma «nell’autopsia di un eterno spettacolo» (L’autopsia di un eterno spettacolo, 1972). All’epoca Morin avrebbe dovuto procedere verso il sacerdozio. Anche per questo divenne il secondo bersaglio (dopo Fellini) di un agguerrito gesuita, Enrico Baragli: proprio lui discendente da una nobiltà svizzera e internazionale, fedele alla corte pontificia, un bisnonno che nel 1867 a Villa Glori aveva ucciso Enrico Cairoli. Passando davanti al ritratto del bisnonno la nonna mormorava con devozione «C’était un saint», e Gérald, giovane ribelle piuttosto repubblicano, ribatteva: «Oui, un assassin». Con Roma Gérald Morin varcò anche lui il suo Rubicone. La sua stessa biografia si è intrecciata con l’autobiografia di quel trittico di Fellini (Une passion dévorante, Avec Fellini et Casanova, 2009). Nel 1977, rinunciati i voti, lascia anche il padre elettivo, si dedica a un’attività poliedrica: comunicatore di radio, televisione, giornali, responsabile della preparazione e produzione di 50 film sotto diversa veste: aiuto regista, produttore in senso stretto, organizzatore generale (da Il nome della rosa di Annaud a Le cinque variazioni di von Trier), creatore di festival, docente, Presidente del consiglio della Cultura del Vallese, direttore della rivista «Cultureenjeu». Adesso prepara un documentario su Democrazia, potere e... Machiavelli e il Diario tenuto durante le riprese di Roma, Amarcord e Casanova.
Come si comprende da una simile configurazione, non sono solo aneddoti inediti e spiritosi quali la vera storia per cui Fellini prese Sutherland invece di Volonté per il Casanova, a incantare l’uditorio tecnico dei direttori di cineteca, ma una competenza e autorevolezza assolute.
In quel lunedì garbinoso non poteva mancare il prototipo della Piazza Italiana, con Rimini prima provincia (anche nel senso di prima colonia romana dedotta nel 268 a. C). Nella piazza dell’Arengo-Cavour dove in Amarcord accanto alla fontana innevata appariva il pavone del conte, e finalmente dopo le bombe dell’ultima guerra sta per essere riaperto il teatro del Poletti inaugurato nel 1857 da Giuseppe Verdi, attendeva il sindaco appena rieletto in «clamorosa vittoria al primo turno», che Sergio Zavoli ha salutato in una riflessione sui nuovi «ardui scenari della politica». La «musica di ciò che accade», come dicono gli irlandesi, dettava la regia del discorso appassionato di Andrea Gnassi prestamente tradotto da Monia Galavotti, colto cicerone poliglotta. Foto di gruppo e giù al Museo, poi verso il Grand Hotel che «diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood», quindi al Rock Island all’estrema palata del porto, scena da Vitelloni ma con sole rosso al tramonto, e bandiera italiana rapita all’entusiasmo dei tifosi di Italia-Spagna.

Rosita Copioli


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