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Ma cos’è questa vision? Storia e futuro di Rimini

Mercoledì, 18 Novembre 2015

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Ma cos’è questa vision. Storia e futuro di Rimini

Maurizio Melucci su Rimini2.0 risponde piccato a Nando Piccari negando che la giunta Ravaioli abbia avuto solo una politica “contingente”, accreditandola invece di una propria vision strategica. E per documentarla elenca una serie di opere e iniziative che l’attuale Amministrazione avrebbe in realtà ereditato dalla passata ‘gestione’ e non pensate in proprio.

Ora, non è che queste baruffe comuniste possano interessare più di tanto fuori dal circolo molto ristretto degli addetti alla politica, ma possono essere comunque un’occasione per ragionare sulla storia e sull’attualità della vita cittadina. Anche perché di veri e propri passaggi epocali, di ‘visioni’ che possano dirsi tali, e abbiano avuto la forza di modificare l’immagine e la ‘sostanza’ della nostra città, in realtà non ce n’è tante.

 

Nella storia recente di Rimini, il primo di questi passaggi è certamente legato alla nascita del turismo di massa. Siamo negli anni Trenta e anche in questo caso si approfitta di ciò che è stato fatto in passato. Tanto che senza la prima intuizione, ancora nell’ottocento, del turismo d’elite e della bonifica della zona a mare, il nuovo turismo non avrebbe avuto neppure la spazio fisico per essere avviato.

Ma la rivoluzione d’epoca fascista è reale. Vengono costruiti hotel e pensioni, nuovi villini e nuove colonie, ma, soprattutto, viene avviata la costruzione del lungomare che collega le diverse aggregazioni alberghiere cresciute distanti e in modo autonomo una dall’altra, unificandole in un’unica città turistica capace di competere con qualsiasi altra destinazione. Il lungomare ne è dunque l’infrastruttura fondamentale e anche il simbolo, il punto nel quale si evidenzia un cambio nella concezione stessa della città.

E possiamo dire che tutta la storia successiva, almeno per cinquant’anni, non ha fatto altro che approfittare di questa vision e svilupparla. Anche il grande periodo del divertimentificio (a seguito della comparsa delle mucillaggini) può in fondo essere ascritto all’interno di questo ‘statement’ cittadino, di questa sua vocazione al divertimento popolare e di massa.

 

Per trovare un’altra vision reale ed efficace, che si ponga l’obiettivo di modificare la vocazione cittadina e la sua immagine, bisogna saltare alla giunta Chicchi che, tra le tante suggestioni che animavano da tempo la discussione (Rimini come Miami, come Brighton, …), sceglie come proprio compito politico la destagionalizzazione dell’offerta turistica. Non più una città che dipenda solo dal turismo balneare ma una capitale dell’ospitalità a tutto tondo, capace di accogliere e offrire i propri servigi anche al turismo business, congressuale o fieristico. Questo il motivo (e il contesto concettuale unitario) per la nuova costruzione o anche solo il rilancio di importanti infrastrutture cittadine, come la nuova fiera o l’aeroporto.

A queste, certo, vanno aggiunte la darsena, il nuovo palacongressi, il palazzetto dello sport, il completamento di via Roma delle quali, anche giustamente, si vanta l’ex vicesindaco Melucci. Ma la concezione di riferimento della città tra la giunta Chicchi e la giunta Ravaioli è ancora la stessa; la stessa che vedeva al centro dell’indotto economico interno pure un consumo del territorio e una cementificazione che oggi possiamo giudicare ingiustificati. Ma questa è la parte che Melucci ha ben pensato – per farsi una cortesia – di non ricordare. Oltre a non riportare la allora vantata discontinuità proprio con le visioni strategiche di Chicchi, tutta a favore di una più ordinaria manutenzione. Il popolo, si sa, chiede lampadine funzionanti e poche buche sulle strade.

 

Soprattutto, quella della giunta Ravaioli non era una vision perché il suo modello di città e di cittadino (e di economia locale) non è stato in grado di assorbire nessuno degli elementi di cambiamento della mentalità comune che stavano già allora emergendo. Non nell’ambito del turismo, nel quale già si affacciava una idea di vacanza completamente nuova (con nuovi parametri di gradimento e gratificazione); non nell’ambito delle priorità culturali percepite dai visitatori come dai cittadini, come una sensibilità ambientalista e sostenibile che comportava già l’aspettativa di un rapporto con il territorio e le risorse radicalmente diverso dal passato. Tanto meno in termini di linguaggio e di relazioni.

Forse è anche ingiusto pretendere una tale attenzione ai nuovi segnali della società quando essi comincino appena ad affacciarsi; però, l’ex vicesindaco e i suoi compagni non possono oggi pretendere di essere stati guidati allora da una propria vision. Pensando ai progetti di finanza che avrebbero dovuto simboleggiarla, la cosa assomiglierebbe anche troppo a uno sberleffo.

 

Rimane aperta la questione su una eventuale vision del sindaco Gnassi.

Di certo questo mondo e quella mentalità cui accennavamo prima sono il suo mondo. Le sue antenne relazionali e culturali sono sintonizzate su un mainstream maggioritario e ormai vincente (e perciò anche già vecchio, ma questo è un altro discorso).

Altrettanto certo è il supporto che, in termini di contenuto, gli hanno fornito i lavori del Piano Strategico e alcune persone competenti che gli sono vicine. Anzi, come la Notte Rosa nasce dall’intuizione di mettere a sistema prima di tutto eventi e iniziative già esistenti, e così come è per il Capodanno più lungo (o quasi) del mondo, probabilmente il merito del sindaco Gnassi è proprio quello di percepire velocemente e in unità tra loro cose e pensieri che gli accadono intorno per poi proporli in modo concettualmente unitario. Se guardiamo al passaggio tra gli elaborati finali del Piano Strategico e il loro condensato nel Masterplan possiamo trovare un riscontro proprio a questo metodo e a questa attitudine.

 

Ma, pensatore originale o solo comunicatore efficiente, importa poco (eccetto che nel segreto dell’urna); ciò che qui si vuole notare è che una visione nuova della città, cioè un cambiamento del suo paradigma, si è comunque messa in moto. Vedremo se sarà in grado di attuarsi realmente o resterà solo una fantasia.

Come è già successo una volta, sarà il lungomare a dircelo. Non c’è vision che possa essere raccontata senza un simbolo che la rappresenti.

palas rimini


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