Piero Meldini è stato per ventisei anni direttore della biblioteca Gambalunga. Scrittore dalla penna raffinata, alcuni suoi romanzi sono stati tradotti in sei lingue. Le sue narrazioni, spaziano dalla storia alla descrizione dei costumi riminesi. BuonaDomenica ha recensito il suo ultimo lavoro, “In disparte, in silenzio”. La sua sensibilità e la sua indagine ci permettono di fare un altro passo nel nostro cammino volto a descrivere la percezione della nostra epoca.
Meldini, in questo nostro viaggio, i nostri ospiti hanno descritto il nostro tempo come un tempo della fragilità (Isabella Leardini) e come un tempo della paura (Paolo Pasini). Tu che ne pensi?
Sicuramente è un tempo difficile, di una durezza che io, e son nato nel ‘41, non ricordo di aver mai vissuto in questo modo. Guerra e violenza ci sono sempre stati ma questo tornare ai nazionalismi in Europa, il perpetrarsi del conflitto in Medio Oriente, vedere le relazioni internazionali incrinarsi e sentire avvicinarsi una nuova guerra tra gli Usa e la Cina è terribile. Non solo. È una regressione che è testimoniata anche dal linguaggio. Si torna a parlare di oligarchi e la ricchezza si è concentrata in pochi, quasi fossero nuovi signorotti medievali che spadroneggiano nel mondo, a cui tutti noi, come plebe affamata, dobbiamo sottostare. Indubbiamente sono tempi difficili.
Di qui la paura nei confronti del domani, una paura che blocca l’apertura all’altro.
Più che la paura vedo una intolleranza, effetto drammatico dei social e della tecnologia che con algoritmi perversi ci chiudono in un arroccamento nei nostri feudi personali. Intolleranza e radicalizzazione, al contrario del passato, non sono oggi frutto di ideologie o passioni culturali, ma di un sistema controllato tecnologicamente e capace di condizionare il pensiero.
Tuttavia, sempre su questa rubrica, Sergio Canneto ha sostenuto che il vero pericolo sia la paura del cambiamento, non il cambiamento stesso, dimostrandosi fiducioso.
È vero che non si deve temere il cambiamento, ma occorre saper valutare e considerare criticamente quel che ci piove addosso. Condivido che la tecnologia, oggi l’intelligenza artificiale, prima di tutto vada conosciuta e utilizzata. Io non sono contro la tecnologia. Anzi quando è diventato disponibile il computer sono stato tra i primi a utilizzarlo. Pensi che non c’era ancora l’MS-DOS e per scrivere dovevo anche programmare. Nessun timore, dunque, anzi intraprendenza. Ma quel che accade oggi è estremamente invasivo e dobbiamo essere accorti. Tanto che papa Leone vi ha dedicato un’enciclica.
Che ne pensa della posizione del papa?
È un papa che ha uno sguardo lungimirante, molto lucido. Vede lontano. La sua preparazione filosofica e matematica e la sua esperienza nelle due Americhe, la ricca Chicago e la povertà del Perù, gli permettono una visione globale. Io ho amato tantissimo papa Francesco e lui aveva un approccio fatto di amore e passione per l’umanità e la natura. Papa Leone ci mostra un orizzonte. Ha un approccio razionale, non intellettualistico, di una chiarezza incredibile.
Certamente non intellettualistico, da buon agostiniano.
Esatto. Le confessioni di S.Agostino sono una delle mie letture sul comodino. Le ho lette e rilette tante volte. Il tema del male è da lui approfondito in forma eccezionale. Oggi abbiamo bisogno di questa profondità e lucidità per leggere il male del nostro mondo.
Dunque oggi siamo in balia degli algoritmi, dicevi prima. Ma non c’è speranza, dunque? Su questo anche la nostra prima intervista con Marco Bellini aveva toni apocalittici, per poi trovare la speranza nel non dimenticare i pezzi più dolorosi della realtà.
Io credo si debba uscire dalla contrapposizione tra apocalittici e integrati di cui parlava Eco nel suo saggio. Al momento della scrittura di quel testo Umberto Eco poteva essere senza dubbio inserito negli integrati, polemico con gli apocalittici, pronto a utilizzare le nuove tecnologie e vivere il proprio tempo. Ma gradualmente si è poi spostato su posizioni apocalittiche, quando ha visto l’impatto di certa tecnologia sulla società.
Io credo si debba andare oltre, perché le cose sono più complesse e non lineari. Si dice ad esempio che la scrittura al computer sia un’evoluzione di quella della macchina da scrivere ma non è vero. Ci riavvicina invece alla scrittura a mano, potenziandola, perché si può correggere, tornare sui propri pensieri, riscrivere, come sul foglio che si cancellava e si imbrattava, cosa che la macchina da scrivere non permetteva. La tecnologia va sfruttata per la nostra creatività. Dipende da noi usarla con senso critico, senza adagiarsi in essa.
E sulla speranza che ci dici?
La speranza per me è proprio in quel senso critico che si acquisisce da giovani, anzi giovanissimi. Un maestro che apra la mente è la nostra speranza. Un maestro che insegni ad evitare gli estremismi e le contrapposizioni ma a ponderare tutto, andando in profondità. È un modus operandi. L’opporsi al fascismo non è il comunismo, l’opporsi all’autoritarismo non è il lassismo. Si tratta di lavorare nel mezzo, per cercare il vero.
Isabella Leardini ci ha parlato della forza rivoluzionaria della fragilità. È quella dimensione che l’attuale tendenza alla contrapposizione non considera (guai a mostrarsi fragili). Può essere anche questo un punto di speranza?
Concordo pienamente, anche per esperienza personale. Io scrivo fin da giovane, ma devo tutto ad una esperienza di profondo dolore. Ho vissuto per due anni in una profonda depressione, un dolore inenarrabile. Nella vita ho affrontato anche un tumore, grave, ma il dolore di quei due anni è stato ben di più. Ne sono uscito e quella esperienza è stata fondamentale per il mio scrivere. Dopo quel dolore ho sentito la libertà di narrare i miei fantasmi, le mie creazioni mentali che chiedevano di essere raccontate. Dopo quei due anni non avevo nulla da difendere e ho potuto sperimentare una totale libertà, radicale, priva di schemi. Questo deve essere uno scrittore: libero di narrare tutto quello che nasce di fronte a lui, senza “rispetto” per nessuno. Come cittadino è importante la misura, ma come scrittore io devo poter seguire in tutto un pensiero libero, fluido, creativo e che non governo nemmeno io.
Infine, una riflessione su Rimini di cui hai narrato tanto. Che ruolo può giocare in questo tempo. È davvero “il posto più allegro in cui essere disperati” (Leardini) e quel luogo di frontiera tra occidente e oriente, di qua e di là dell’Adriatico (Pasini)?
Non mi ritrovo nella immagine di Rimini come luogo dove vivere la propria disperazione. Credo sia una realtà estremamente vitale. Una vitalità che sta nel sottobosco, nelle tante attività che esistono, magari non pubbliche o non eclatanti. Penso ai tanti gruppi di lettura, al volontariato, ad una società viva.
Condivido che sia un città fatta per l’incontro. Ma più che le due sponde dell’Adriatico, guarderei oltre, fino all’Est dell’Europa che ha bisogno di essere recuperato, nella speranza di una soluzione del conflitto in Ucraina. Rimini era, in età romana, la città in cui confluivano tre strade consolari, era il confine con i popoli celtici, oggi è la città in cui confluiscono persone da tutto il mondo e che ha saputo generare luoghi di incontro unici come il Pio Manzù, oggi terminato, e il Meeting, ancora vivo e vitale.
Rimini è città dell’incontro. Tutti prima o poi passano di qua.
Emanuele Polverelli

