(ph. Valentina Solfrini)
Dopo aver delineato i tratti salienti del nostro tempo, a partire dalla sensibilità filosofica di Marco Bellini (LINK), la nostra attenzione si sposta ora sul mondo della poesia, grazie alla disponibilità di Isabella Leardini.
Isabella è poetessa, scrittrice, docente di scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dirige il Centro di poesia contemporanea a Bologna, cura le collane di poesia per l’editore Vallecchi e svolge laboratori di poesia in molte scuole secondarie del territorio. Tra i suoi testi citiamo “Domare il drago”, edito da Mondadori, dove tratteggia il metodo che adotta nei suoi laboratori e il suo più recente libro di poesia, sempre edito da Mondadori, “Maniere nere”.
Isabella, qual è, secondo te, il tratto distintivo di questo tempo? Da che cosa, noi uomini di questo inizio millennio siamo connotati o per lo meno condizionati?
È il rumore – dice, mentre la nostra conversazione si volge nel frastuono di un bar affollato – siamo connotati dal rumore e non è un rumore necessariamente udibile, spesso è un rumore bianco fatto di immagini. Se, da una parte, la velocità del nostro tempo riesce a colmare lo spazio e l’attesa, dall’altra comporta la rapacità e il suo suono.
Cosa intendi per rapacità?
Siamo pieni di immagini, dunque la nostra vicinanza all’immaginazione è massima. Tuttavia, nel momento in cui l’immaginazione diventa un rumore di fondo, quasi smettiamo di esercitarla. E questo cambia le nostre menti.
Questo incide sul tuo ambito creativo, ovvero sulla poesia?
Paradossalmente la poesia è uno strumento così arcaico e primitivo che riesce a dimostrarsi ancora capace di agire. Ha resistito nel tempo perché la sua forma primaria è proprio un istinto dell’immaginazione poetica, si collega alla nostra stessa forma mentis che chiede significati, che per esistere ha bisogno di costruire sistemi di significati, senza i quali toccherebbe un limite di sopraffazione dell’insensato.
Come la poesia opera questa resistenza all’insensato in favore di orizzonti di senso?
La poesia agisce diventando una lingua del profondo, dell’inconscio, uno spazio in cui accade un cortocircuito tra l’immagine vista e l’immagine ricordata o desiderata. La parola poetica è capace di dire qualcosa di cui evidentemente sentiamo il bisogno, forse non sempre la riconosciamo come poesia, ma prima o poi nella vita ne facciamo esperienza.
Addentriamoci in questo bisogno. Di che si tratta?
In una lingua che è diventata tutta lingua di comunicazione, rapida e funzionale, talvolta sentiamo la mancanza di una lingua capace di profondità, di generare significati diversi, di essere universale perché solitaria, profondamente nostra.
Una solitudine che è l’opposizione a quel rumore che dicevi prima?
Direi più l’antidoto. Questa è una società dell’eco, in cui il sortilegio, come nel mito di Eco, è ripetere l’ultima parola di qualcun altro; è negativo se non ne siamo consapevoli e le parole si svuotano, non ci permettono di affermare l’unicità, perché le parole sono anche oggetti del potere. Io vedo anche questo nelle spaventose similitudini e analogie della storia che si ripete. Ciò che credevamo irripetibile si ripresenta più violento e meno ingenuo, con la differenza che ora è sotto gli occhi di tutti, eppure gli occhi sono anestetizzati dalle immagini stesse. Ma non vedo solo aspetti negativi in questo tempo, è anche una grande società della condivisione, in cui finalmente una leva collettiva fa sentire l’importanza dei diritti civili e molte cose cambieranno irreversibilmente.
Grandi contrasti dunque.
Sì. C’è una grande violenza ma c’è anche una generazione da cui stiamo imparando tanto e la cosa più importante che stiamo imparando da loro è dire “no”. Molte epoche buie sono rese buie da chi ha il potere, ma in quel mentre sta già nascendo altro. Io ho molta fiducia nella generazione nata dopo il 2000, spero di essere vecchia in un mondo affidato a loro.
Eppure si parla di una grande fragilità tra i giovani.
Io non credo che la fragilità sia un difetto, piuttosto è un segno. Il potere più violento come vediamo esibisce forza, ma teme la fragilità che è anche rivoluzionaria. Io nella fragilità vedo tantissimo pensiero e dentro questo pensiero vedo molta capacità di chiedersi perché, anche i perché più irrisolvibili. Se un adulto è in grado di vedere questo segno e di chiamarlo complessità, senza ritenere un tabù il fatto che possa comprendere la pulsione di morte, allora queste emozioni prendono una forma, possono anche diventare arte, studio, attivismo politico e novità, innovazione.
In questa situazione Rimini ha una particolarità secondo te?
Per me Rimini è il posto più allegro in cui essere disperati. Mi spiego meglio: nell’anima di Rimini ci sono riso e pianto insieme. Una città che di epoca in epoca si è costruita sul desiderio e lo ha fatto così bene da ospitare la malinconia. Rimini può essere abitata da ogni contraddizione, perché è duplice per natura, teatrale e spettrale, capace di fingere ma non di essere fasulla. C’è una scena dei Vitelloni che amo moltissimo, i protagonisti guardano il mare nella nebbia. Per me Rimini è la leggerezza e il suo rovescio, a rendere così bella l’allegria è il limite di una riva nella nebbia, solo noi sappiamo che c’è, ma saperlo ci rende capaci di una leggerezza venata di disperazione, e questo è magico.
Tornando a te, come incide questa dimensione della “riminesità” nel tuo lavoro?
Beh, alla fine della risposta precedente ho quasi dato una definizione della mia poesia. E poi c’è davvero una riva, un confine a cui tu ti avvicini scrivendo, la soglia con un’alterità che è anche la parola stessa. Quando arrivano i turisti ti senti quasi l’ospite in casa tua, perché gliela cedi. La parola poetica fa proprio questo. A un certo punto sei tu ad esser attraversato da una parola che è tanto più tua, quanto più la senti arrivare come consegnata, come una dettatura. Questo invisibile, che agisce da millenni attraverso la mente e il linguaggio, possiamo ancora riconoscerlo, dargli fiducia.
Questo vale anche nella tua attività di insegnamento?
Anche i miei laboratori di poesia sono una zona di confine, in cui arrivano proprio coloro che hanno un indicibile molto forte, che deve in qualche modo essere detto. Ciò che consegnano nelle mie mani è l’elemento più pericoloso e incandescente della loro vita.
Tu cosa vedi, quando vedi uno dei tuoi studenti?
Alcuni li vedo più di altri, è inevitabile, di solito vedo molto nitidamente quelli più dolenti, più appassionati, risuonano con me di una strana nota e divento per loro un diapason. Quindi forse più che vederli dovrei dire che li sento, come una vibrazione. La cosa più bella è vedere il momento in cui il talento si rivela. Ho la fortuna di stare sempre in questo miracolo, e credo che vivere immersa nella loro poesia, nell’età delle cose che iniziano assolute, sia stato un grande dono per la mia stessa scrittura.
Un’ultima domanda. Come desideri dare un contributo affinché il nostro tempo non sia sprecato, non prenda una china negativa ma porti a quell’alterità di cui parlavi prima?
Ovviamente per me il contributo da lasciare è la mia opera di autrice, ma accanto le metto sicuramente la mia ricerca: la poesia come pratica educativa che trasformi la scrittura in uno strumento conoscitivo e la didattica stessa in un’esperienza poetica.
Uno strumento e un metodo affinché i giovani possano diventare pienamente se stessi, dunque.
Se stessi lo diventeranno comunque nel bene o nel male, ma la poesia può essere uno strumento per conoscere se stessi e gli altri, per non essere dominati o ingannati dalle parole, per non rinunciare ad avere voce, per scegliere le proprie parole e quindi amarle ed esserne responsabili. Se è vero che le parole traducono i pensieri e viceversa, un mondo che saprà usare meglio le parole saprà anche pensare meglio.
Emanuele Polverelli

