Marco, qual è la nota caratteristica del tempo che stiamo vivendo a tuo avviso?
È un tempo di passaggio, come spesso è accaduto nella storia, ma di un passaggio che ha tratti definitivi. Intendo dire che sta finendo qualcosa che invece, nella sensazione della nostra generazione, pensavamo potesse durare per sempre. Gli eventi di questi ultimi anni dimostrano con evidenza che non è affatto così. Se pensiamo agli assetti di politica internazionale, ad esempio, il cambiamento sta assumendo un’accelerazione impressionante. Se l’attacco di Putin all’Ucraina ha cambiato il senso di sicurezza di noi Europei, la presidenza di Trump ha rimesso in discussione persino gli stessi principi che hanno fino ad ora mosso la politica e intessuto gli equilibri del nostro tessuto sociale. Gli assetti si muovono e mutano a una velocità esponenziale ma questo è solo quello che balza agli occhi. Il cambiamento, in realtà, è più profondo. Non solo non siamo più in un mondo post Guerra Fredda, ma neppure post ’45. In realtà non siamo più in quel mondo che era a guida europea e che perdurava da quattro o cinquecento anni.
Come si traduce per l’uomo, nella sua vita quotidiana, questa percezione di cambiamento, così radicale?
Va detto che la stessa idea di uomo è implicata in questo ribaltamento di significati e punti di riferimento. Non è più lo stesso uomo, quello che si configura innanzi a noi. Lo vediamo bene a scuola, dove l’immissione massiccia di strumenti digitali, nella didattica o presenti nella vita dei giovani, sta modificando radicalmente i rapporti. Questa rivoluzione digitale, unitamente agli elementi che dicevamo prima, contribuisce al venir meno di un’immagine di uomo, anzi della stessa idea antropocentrica. Ciò che era “antropologico” sta diventando “macchinico”. Sembra che sia la stessa cosa quello che fa un “agente”, che è un meccanismo, rispetto a quello che sempre ha fatto l’uomo. Tutto questo è a vantaggio dell’umanità? Ho dubbi. Ci arriva addosso. Di fronte a questa immissione del digitale nella vita di tutti noi, provo inquietudine.
Ci spieghi meglio?
Oggi più che mai, non si tratta di semplici nuovi strumenti tecnologici, ma di strumenti che sono in grado di operare un processo di sostituzione dell’umano. È una tecnica “alter umana” in grado di sostituirci, come è sempre stato d’altro canto, ma ora perfino a livello cognitivo. Anche in questo vedo un cambiamento radicale: viene a meno una forma uomo che sempre abbiamo considerato fissa e definitiva, per aprirsi a qualcosa di nuovo, come previsto da Foucault e dallo stesso Nietzsche. Non solo. Nella modalità con cui si sta realizzando, ovvero nella forma della capillarità e pervasività della connessione digitale, non posso non vedere un progetto di potere. Siamo tutti più controllabili e condizionabili, in forme prima impensabili e con strumenti che vanno al cuore della nostra stessa natura umana, come si diceva sopra. Questo deve farci essere attenti e vigili. Senza cadere in complottismi sterili e fantasiosi, occorre maturare una consapevolezza rispetto ad uno sviluppo che io non vedo neutro, ma guidato in una direzione che sinceramente mi preoccupa.
Ma quindi, in questa situazione non semplice, a tuo parere, – come direbbe il vecchio Lenin – “che fare”?
Siamo in un totalitarismo dolce. In questo contesto l’azione collettiva è esautorata. Oggi non è più tempo di lotta di massa, di manifestazioni o illusori movimenti di popolo. Quel che nasce oggi, si sgonfia in poche settimane ed è guidato da pura reattività emotiva, non essendoci una reale nuova idea di società. Occorrono invece nuove forme di non conformismo. Ma oggi abbiamo meno margini rispetto a quanto diceva lo stesso Havel in “Il Potere dei Senza potere”. Se era difficile, ma fortemente rivoluzionario, il gesto da lui raccontato del verduraio che nella Cecoslovacchia totalitaria si rifiutava di esporre alla festa dei lavoratori il cartello “proletari di tutto il mondo unitevi”, cartello in cui nessuno credeva ma che tutti dovevano esporre pena la perdita del posto, oggi non basta più nemmeno quello.
Nessuna illusione di rivoluzione ma anche nessuna illusione sul non conformismo e la ricerca di una “vita nella verità”, per dirla al modo di Solženicyn. Cosa resta?
Non fraintendermi. Credo che una strada ci sia, ma che debba fare i conti con la situazione e accettare l’apparenza di un’impotenza, che invece non c’è.
Quale strada è dunque possibile?
La vedo in tutto ciò che sfugge ai meccanismi che ci stanno piovendo addosso. La dimensione non social della comunicazione, ad esempio. È semplice e naturale. Occorre preservarla e mantenerla. Come diceva Agamben, pur non condividendo le sue posizioni poi diventate estreme in tempo di pandemia, occorre ritirarsi dal gioco spietato del potere. Evitare l’imposizione psicologica del “sempre connessi” e prendersi spazi di comunicazione reale è una piccola, ma significativa, forma di rivoluzione. Il timore è forse l’isolamento ma se al contrario, al di fuori di ciò che è “profilabile”, si scoprissero relazioni non scontate, più vere? Il virtuale, se non agganciato al reale, rischia di essere lo spazio dove ha mano libera un nuovo potere. D’altro canto il virtuale è costruito da grandi major che non lavorano senza un progetto di potere, economico o politico che sia. E torniamo al punto precedente.
Come incide questa situazione sul tuo lavoro, ovvero sul fare scuola?
Da una parte siamo ormai preparati a un uso delle tecnologie che ci offre grandi risorse e opportunità: film, immagini, documenti, ricerca. Indubbiamente c’è un’ampiezza di risorse che permette un lavoro molto più dinamico.
Ma si è costruita una modalità di essere, di agire e di porsi che è distruttiva rispetto a chi non è in grado di realizzare certi standard, peraltro del tutto discutibili. Vedo ragazzi e ragazze che se non hanno la risposta immediata sul cellulare dall’amico o non raggiungono sufficienti like al loro post, vanno in crisi. Questa velocità, questo bisogno di risposte ora e subito, rende tutti così ansiosi e ansiogeni. Una condizione che dopo il Covid è cresciuta esponenzialmente, un’ansia di alunni e genitori e che riguarda l’intero mondo della scuola. Il bisogno di sentirsi rapidamente performanti rende difficile un percorso di crescita e di formazione che al contrario ha tempi lunghi e ingloba i fallimenti e le difficoltà, oggi non tollerati a causa della velocità dei processi a cui si “deve” sottostare.
Allo stesso tempo, anche nella vita degli adulti, la cancellazione degli aspetti umani del lavoro, iniziata con la prima rivoluzione industriale, oggi sembra trovare una nuova accelerazione nella rivoluzione digitale.
E questo conferma le analisi del ‘vecchio’ Marx sul lavoratore e il capitalista che si ritrovano ad essere solo un ingranaggio di uno stesso meccanismo de-umanizzante. Oggi tuttavia sono più vicino a Benjamin che a Marx.
Cioè?
Benjamin ha una visione contemplativa. Il progresso, sostiene negli anni ’40, produce catastrofi. Allora tu guardi indietro, per tenere memoria di chi è rimasto schiacciato. Per la sua formazione ebraica, sa che le nostre lacrime verranno asciugate e da qualche parte curate. Per chi crede è Dio. Per il non credente è non voler distogliere gli occhi da chi, in queste catastrofi, è schiacciato, è miserabile. Voler guardare a ciò che è vero. È una lezione importante la sua: senza disperarsi, guardare ciò che viene calpestato e che non può, non deve, essere dimenticato.
Non è tanto un “lottiamo per”, lotta che ha margini risicati oggi, bensì non “dimentichiamo” la realtà nella sua ampiezza, anche nelle dimensioni più dolorose. Queste sono le piccole cose che sembrano un nulla ma hanno una portata rivoluzionaria.
Emanuele Polverelli

