Pruccoli (Pd): di correntismo e autoreferenzialità si muore. Come uscirne

Lunedì, 19 Novembre 2018

Pruccoli, sarà contento che per la segreteria nazionale è sceso in campo l’ex ministro Marco Minniti…

“Mi sembra difficile fare la scelta di una persona rispetto a un’altra quando ancora non ci sono le mozioni, quando ancora non è stata esplicitata l’idea di partito e di società che sta dietro a ogni candidatura. Siamo di fronte a una degenerazione patologica del correntismo. Non mi scandalizza che esistano le correnti, ma se si sceglie a prescindere dal pensiero che un candidato esprime, vuol dire che ci si accontenta di una icona”.

Giorgio Pruccoli, 50 anni, consigliere regionale, è uno dei massimi esponenti del Pd riminese, molto quotato anche in Regione. Se si segue il suo profilo Facebook, ci si accorge che usa sempre un linguaggio chiaro e diretto, senza le solite involuzioni del “politichese” E conferma questa sua caratteristica anche in questa intervista.

Quali sono quindi, secondo lei, i contenuti che dovrebbe guidare oggi il Pd e garantirgli un futuro?

“Penso che il Pd debba avere un’idea radicale di società, che si debba caratterizzare per l’impegno per l’equità sociale e l’attenzione agli ultimi, che debba promuovere politiche attive per il lavoro. Il Pd deve essere il partito della legalità e della sicurezza, il partito che promuove una riforma radicale della pubblica amministrazione, che propugna uno sviluppo sostenibile. E, non da ultimo, che si batte per l’obiettivo finale degli Stati Uniti d’Europa. È questa la risposta da dare in alternativa alle ricette sovraniste che oggi vanno per la maggiore”.

Cosa è mancato al Pd in questi anni, alla luce della sconfitta del 4 marzo scorso e dell’impasse che sembra bloccare oggi la sua iniziativa politica?

“E’ mancata la coesione dentro il partito. Ci siamo comportati come i polli di Renzo, che si beccano fra di loro e non capiscono che così finiscono tutti in pentola. Se manca l’unità, poi la gente percepisce solo una guerra fra bande”.

Non crede che il problema sia anche che è sparito il partito, assorbito a Roma dal governo e a livello locale dall’amministrazione?

“Ha influito anche questo aspetto. Avevamo vinto molte competizioni elettorali, molti dirigenti sono andati a ricoprire ruoli istituzionali e il partito è rimasto sguarnito. Ciò ha portato molti a identificare il partito con il sistema. Molti reclamano che gli eletti nelle istituzioni devono essere più presenti sul territorio. È giusto, ma bisogna tener conto che gli impegni istituzionali assorbono parecchio. Non vorrei poi che dopo cinque anni, qualcuno si alzasse e ti accusasse di avere scaldato la poltrona. E infine bisogna tener conto che non è più possibile retribuire chi fa politica a tempo pieno, come succedeva anni fa. La conseguenza è che a fare politica sono solo coloro che hanno una carica”.

Parliamo di Rimini, anche qui il Pd è alla ricerca di un segretario, dopo le dimissioni di Stefano Giannini. Quale deve essere l’identikit del successore?

“Alla direzione di martedì scorso ho sostenuto che non bisogna dare l’idea di fare una battaglia per chi va a ricoprire un ruolo. Bisogna mantenere lo spirito unitario che ha portato all’elezione di Giannini. Deve essere una figura capace di reggere una prospettiva lunga, non un semplice traghettatore. Deve essere una figura giovane, non solo e non tanto in senso anagrafico, ma nel senso di capacità di interpretare il momento presente”.

È stato detto che un candidato potrebbe essere lei.

“No, riesco a dare il meglio in altri ruoli”.

Quindi il giovane assessore di Santarcangelo Filippo Sacchetti?

“Credo che abbia tutte le caratteristiche giuste, più adesso rispetto a un anno fa quando pure era stata ventilata la sua candidatura”.

Che significa interpretare il momento presente?

“Significa che una persona che fa politica deve avere capacità di rapporto con il mondo reale, non solo con chi fa politica come lui. Significa che nella sua vita, quando va a mangiare la piazza con gli amici, quando esce con la famiglia, non lo fa sempre con altri che condividono la sua militanza politica. Significa che incontra amici, lavoratori, imprenditori, il mondo reale. Solo così si esce dal rischio dell’autoreferenzialità”.

E a Rimini il correntismo è a livello patologico o fisiologico?

“Spero che siamo usciti dal patologico. Abbiamo di fronte le prossime amministrative. Nel partito l’ho detto: non basta Santi alla Provincia per fare politiche di sistema, se poi non hai i sindaci”.

Rischiate grosso?

“Quando nulla è scontato, sei portato a impegnarti di più, ad essere più compatto”.

A Rimini sono già in corso i riposizionamenti dell’epoca post-renziana?

“Ribadisco: non capisco come si possa fare un comitato per Zingaretti quando ancora non si conoscono i contenuti della sua mozione. Soprattutto se l’iniziativa arriva da quelli che condannavano il personalismo di Renzi”.

Ma quanto pesa oggi nel Pd di Rimini l’area riconducibile a Melucci?

“Più che valutare quanto pesano, direi che sono persone che stanno molto sul pezzo. E questo, alla fine, ha un’incidenza sul territorio”.

Non c’è dubbio che oggi la persona più rappresentativa del Pd sia il sindaco Andrea Gnassi. Ma questa identificazione con il ruolo amministrativo non indebolisce il partito?

“Credo che un sindaco come Gnassi, conosciuto e apprezzato dalla città, sia un simbolo che porta valore. Poi è normale che ci si ricordi meglio di Maradona rispetto al Napoli. In ogni caso la visibilità di Gnassi è un valore aggiunto, credo che il Pd possa incassare quanto lui realizza”.

Lei ha scritto che se il Pd facesse un accordo con i 5 Stelle uscirebbe dal partito…

“Lo confermo, perché penso che quello sia un gruppo eversivo. Posso rispettare chi è distante politicamente da me ma si riconosce nel sistema istituzionale. Con chi è eversivo non voglio spartire nulla”.

E se invece Renzi uscisse dal Pd, lei lo seguirebbe?

“No, soprattutto perché non credo ai partiti personali. Oltretutto, più che un renziano, io sono uno che sosteneva anni prima le cose poi affermate da Renzi. Lascerei il Pd solo se il partito non corrispondesse più ai miei ideali politici”.

Valerio Lessi