Incontro Natalino Valentini nella sua casa, sulle colline riminesi, immersa nel silenzio. In questa oasi di pace sembrano fisicamente presenti i grandi personaggi della cultura russa, nei cui scritti Natalino si è immerso.
Valentini è uno stimato studioso, in particolare di Pavel Florenskij (scienziato, matematico, filosofo e teologo ortodosso, morto nei Gulag sovietici), di cui ha ampiamente scritto e pubblicato. È stato direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” di Rimini e di San Marino-Montefeltro dal 2005 al 2021, docente invitato ad Urbino (e per alcuni anni assistente alla cattedra del prof. Piergiorgio Grassi) e all’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia.
Anche a Valentini, chiediamo un contributo per capire meglio il tempo che stiamo vivendo.
Natalino, come vedi tu questa età complessa? Meldini ci ha parlato di tempi che mai ha percepito così duri e violenti. Concordi?
È un’epoca difficile da decifrare. Stiamo attraversando un crinale di fronte al quale sembra spalancarsi l’abisso. Vi sono numerose forze avverse che ci mostrano ogni giorno più nettamente il “cambiamento d’epoca” nel quale ci troviamo, come aveva colto lucidamente papa Francesco, i cui i tratti più sconcertanti sono la volontà di dominio e la rapacità, la dilagante indifferenza e l’irrilevanza dell’umano, con la conseguente perdita di ogni pietas. Tuttavia, oltre a questa pars destruens, non possiamo trascurare la misteriosa e silente sopravvivenza della pars costruens: nulla va perduto di quel bene sotterraneo che comunque opera.
Tuttavia la percezione è di una fragilità e disorientamento: un rumore, ci diceva Isabella Leardini.
È vero, oggi domina la confusione e il frastuono, un frastuono soprattutto informatico e comunicativo che aggredisce l’anima e riduce tutto a merce, a mercato. In questi ultimi anni, specie dopo il Covid, il lato oscuro ha preso il sopravvento. Ancora una volta è stato papa Francesco ad indicare la radice del male che ci attanaglia. Ci ha parlato della “globalizzazione dell’indifferenza”. Credo questo cinismo sia oggi il più grande pericolo, soprattutto in un’epoca di crescita smisurata dell’ego, di capitalismo rapace e di nuova supremazia della tecnica.
Finita la pandemia abbiamo avuto il conflitto in Ucraina, un ulteriore passo verso la distruzione di ogni ordine e riferimento, anche geopolitico.
La guerra russo-ucraina è per me, per la mia vicinanza a quel mondo, fonte di grande dolore. Una guerra fratricida che interpella l’Europa, la cultura cristiana e tutti noi. Dall’inizio di questo conflitto la guerra è diventata terribilmente pervasiva: quel che sembrava impossibile è diventato realtà in poco tempo. E di lì un aggravarsi di situazioni, tutte volte a spezzare valori che sembravano consolidati.
Tu hai lavorato instancabilmente per far conoscere in Occidente la cultura russa, in particolare i grandi pensatori quali P. Florenskij, V. Solov’ëv, S. Bulgakov. Anche Piero Meldini, in occasione della intervista pubblicata, mi diceva che, pur condannando fermamente l’invasione e simpatizzando per la libertà dell’Ucraina, gli manca tantissimo quel mondo, la cultura russa che non possiamo assolutamente perdere. E ha rincarato la dose, sostenendo la visione di Pasini di Rimini come città di confine tra Est e Ovest dell’Adriatico, auspicando però di andare ancor oltre, fino all’Est più lontano, alla Russia. Cosa può darci oggi la cultura russa come contributo ad un futuro di pace, vivibile?
La russofobia radicale che serpeggia tra tante istituzioni anche culturali è un’idiozia, inaccettabile per tante ragioni. L’invasione di Putin è terribile, così come – ed è questo il vero problema – il ritorno all’ideologia di una Russia imperiale, il cosiddetto “Russkij mir”, portato avanti non solo da Putin ma anche, purtroppo, dal patriarca di Mosca. Ma questa è la negazione dell’anima russa, questo significa dimenticare e cancellare la vera cultura russa che è in realtà inseparabile dall’Occidente. Noi abbiamo bisogno di recuperare e salvare l’autentica cultura russa, con tutta la sua straordinaria tradizione spirituale, ascetica e mistica, che nella sua essenza è una cultura di pace. Quanto a Rimini, sono perfettamente d’accordo. La sua forza sta nelle radici della sua cultura, ovvero, un ponte tra Oriente e Occidente che include anche la cultura slava.
Dunque la retorica attuale della Russia quale nazione dotata di un’etica e una spiritualità superiore, contrapposta ad un Occidente vuoto e immorale è una falsificazione? Aiutaci a capire meglio.
Siamo di fronte a una grave distorsione. Ad esempio, il termine “Mir” in russo significa sia “mondo” che “pace”, invece è diventata una parola che indica un’ideologia di dominio. La cultura russa, la grande spiritualità del popolo russo, espressa da intellettuali che tutti in Europa abbiamo amato, quali Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, per citarne soltanto alcuni, è stata la punta d’iceberg di un sentire comune, di un popolo. Questa anima autentica della Russia, oggi, può darci una grande mano a superare l’impasse in cui siamo caduti. Occorre tornare, come più volte esortato da papa Giovanni Paolo II, a “respirare con i due polmoni” una metafora di un poeta e pensatore russo (V. Ivanov) ripresa di recente con efficacia anche da papa Leone XIV. Dobbiamo tornare a comprendere che la Russia è parte integrante del processo europeo.
Tuttavia l’imperialismo russo non è solo di questi ultimi decenni.
I nodi culturali e spirituali inerenti al dilemmatico rapporto tra la Russia e l’Europa, non sono mai stati sciolti né da una parte, né dall’altra. La contesa interna al pensiero politico e filosofico russo tra “slavofili” e “occidentalisti” non ha mai trovato una soluzione, come pure la pretesa occidentale della civilizzazione della Rus’. Ma, lo si voglia o no, i destini della Russia e dell’Europa sono inseparabili. Vi è purtroppo come un cortocircuito che ha bloccato e continua a impedire la possibilità di respirare con entrambi polmoni e di questo ne paghiamo le conseguenze tutti.
Colpa di Putin?
È un processo più profondo e che viene da tempi lontani ma, per stare all’oggi, si son perse occasioni importanti. Una volta caduto il muro di Berlino, l’Occidente non ha colto l’opportunità, presente dai tempi della Perestrojka al primo Putin, riducendo il problema ad una questione puramente economica. D’altro canto la Federazione Russa è tornata a cullare il suo mito imperiale, fino all’ideologia del “Russkij Mir”, che assume tonalità anche di teologia politica, ma qui la responsabilità non è solo di Putin.
Chi altro?
Penso soprattutto alla responsabilità del Patriarcato ortodosso di Mosca, che oggi è completamente funzionale a questo progetto, ma anche, soprattutto per l’area ucraina, al ruolo che avrebbero potuto svolgere le Chiese cattoliche orientali.
Può essere efficace un appello culturale o religioso, visto lo scontro di interessi in gioco?
Malgrado i 70 anni di comunismo, il popolo russo ha un profondo legame con la sua tradizione spirituale e, come spiega Olga Sedakova – spesso ospite qui a Rimini del Meeting e con la quale ha potuto mantenere un fecondo dialogo – è rimasto attonito di fronte all’esplodere della guerra, considerando il popolo ucraino come fratello. Certo, fratello minore, ma fratello. Era possibile lanciare messaggi che contenessero o riducessero la follia della guerra, ed invece la Chiesa ortodossa ha sostenuto e giustificato il progetto di Putin.
Quindi il problema non è solo politico, men che meno economico, ma culturale.
Esatto. Vorrei fare un altro esempio. Dobbiamo ricordarci che il patriarca Kirill e papa Francesco, all’Havana nel 2016, avevano firmato uno storico accordo, che poneva le basi per un dialogo tra le due chiese, superando questioni secolari. Vi era un processo importante di riavvicinamento. Ma ancor prima, nel 2003, anche importanti intellettuali russi, penso soprattutto a Sergej Averincev fu invitato perfino dal nostro Senato della Repubblica (ove tenne alcune conferenze dal titolo «La spiritualità europeo-orientale e il suo contributo alla formazione della nuova identità europea”). E invece dal 2007/2010 la Federazione Russa post-sovietica (o neo-sovietica) è tornata progressivamente al suo mito imperiale che a partire dal piano politico si è poi esteso sempre più pervicacemente a quello religioso.
L’unica e vera risposta alle sfide dell’ora presente potrà venire soltanto da un dialogo autentico e responsabile fra le nazioni, le culture e le religioni. D’altro canto il dialogo è sempre rischioso, occorre audacia, altrimenti è chiacchiera.
Cosa intendi?
Il dialogo vero ed autentico è sempre una messa in gioco di se stessi. E qui entra in azione un’antropologia perduta. Noi moderni ci concepiamo come autosufficienti e non all’interno di una costitutiva relazione con l’altro. Eppure soltanto il dialogo e la relazione con l’altro, ci aiutano a costruire la nostra identità aperta e inclusiva, evitando di cadere nella trappola dell’autosufficienza inospitale, che è la radice di ogni peccato personale e sociale. Stiamo tornando all’ideologia del nemico, ci stiamo chiudendo all’interno di un capitalismo algoritmico, accompagnato da un cinismo ipertrofico, dove tutto è predefinito, prevedibile, profilabile da qualcuno che ha il potere virtuale e materiale di farlo.
E qui si apre un bivio decisivo.
Certo: o la barbarie o l’umanizzazione. Per questo la situazione storica che stiamo vivendo è per tutti noi, una sfida e un appello alla responsabilità. O ci lasciamo assorbire da un sistema rapace e meccanico che ci spinge a consumare e divorare il mondo (e noi stessi), oppure riscopriamo l’umano, quella che papa Leone chiama “Magnifica humanitas”, recuperando la capacità di ascoltare, contemplare, aprirci alla realtà e all’altro, lasciando aperto uno spazio di imprevedibilità che gli algoritmi non riescono a dominare.
Emanuele Polverelli

