Foto Andrea Fabbri
di Emanuele Polverelli
Fabio Santarini è medico psichiatra e attualmente dirige il Centro di Salute Mentale di Riccione, in attesa del prossimo passaggio, ad interim, a Rimini. È inoltre perito per i procedimenti penali del Tribunale di Rimini, a cui si aggiunge il ruolo di referente in Asl per l’area delle donne fragili, ovvero Gravidanze a Rischio, Consultorio Anti Violenza e rapporti con la Procura. Infine dirige il Servizio Diocesano per la Tutela dei Minori e delle Persone Vulnerabili (SDTM) di San Marino e Montefeltro, svolgendo anche il delicato ruolo di formazione, informazione ed assistenza alle vittime di abuso in ambito religioso ed educativo.
Un osservatorio quanto mai interessante per Tempi moderni, in quanto in prima linea, si potrebbe dire in trincea, rispetto all’approccio alla fragilità che caratterizza questa epoca, tratto rilevante come già emerso da varie interviste tra cui quella di Isabella Leardini, che ha delineato la presenza di una “fragilità rivoluzionaria”.
Fabio, a partire dal tuo osservatorio, quali sono le caratteristiche del nostro tempo? Che umanità abita questi anni di passaggio?
Il nostro è un tempo marcato da un’evoluzione rapidissima delle comunicazioni interpersonali, che sta alterando completamente il modo con cui eravamo abituati a relazionarci tra di noi.
In questo contesto, non vi è un incremento delle patologie classiche – la psicosi, la nevrosi o le manie -, quanto piuttosto una tendenza alla solitudine e alla autoreferenzialità. Posso fare un ben noto esempio, che vivo nella mia professione. È assai difficile combattere contro il dottor Google. Uno legge cose varie, tra le più strane, si crea una sua convinzione e difficilmente è disposto a metterla in discussione, anche di fronte un medico. Tanto più se la malattia, come nel mio campo, non ha supporti rilevabili tramite esami e analisi.
Quali aspetti della comunicazione, più in dettaglio, hanno reso possibile questo scivolamento nella solitudine e autoreferenzialità?
I social sono una comunicazione fittizia. Non si sviluppa un pensiero a due, ma un incrocio di monologhi dove ricerco quanto mi possa dare conferme. Non accade più una krasis, ovvero l’unione di due punti di vista inizialmente differenti.
Il problema è che questo si verifica non solo sui social, ma giunge anche nella comunicazione comune, quotidiana, che ne risulta distorta.
A questo va aggiunto che le figure ritenute un tempo un riferimento capace di aprirci ad un orizzonte più ampio, – il prete, il preside o il docente, il medico – oggi vengono messe totalmente in discussione. La perdita di riferimenti, che in qualche modo erano solidi, contribuisce al crescere di questa tendenza allo star chiusi dentro la propria posizione.
Nasce così una solitudine come atteggiamento di fondo nei confronti della vita.
Come si manifesta questa solitudine che descrivi così pervasiva e quotidiana?
Lo vediamo costantemente nell’aumento dell’uso di additivi per affrontare la vita. Non solo l’alcol o le droghe, ma in forme tra le più varie, fino al viagra in ragazzi 16enni, per insicurezza e culto della performance. C’è la tendenza ad approcciarsi alla vita temendo la realtà, sempre cercando quindi un potenziamento esterno, una sorta di necessità continua di un surrogato. Non è un caso che i nostri pazienti e quelli del SERDP (Servizio Dipendenze Patologiche) siano sempre più comuni.
Possiamo individuare cause sociologiche o culturali in questo percorso? Si parla ad esempio di futuro che è scomparso, di paura per una realtà sempre più complessa, ma non è che la nostra generazione di persone nate negli anni ’60 vivesse un tempo idilliaco, in fin dei conti.
Certo. Ricordo bene la studentessa del mio liceo, Flavia Casadei, morta per l’attentato di Bologna del 1980 e l’impressione che fece in tutti noi. Erano anni duri anche quelli. La differenza è che la generazione dei boomer, per usare un termine chiaro a tutti, viveva come se la propria situazione dovesse migliorare rispetto a quella dei genitori. Era un pensiero nell’aria, era un sentimento di fondo di fiducia che dava energia. Oggi non si vive più così il proprio tempo. Questo genera ansia e difficoltà nell’affrontare la realtà nella sua interezza. Ad esempio ci si rifugia in un giovanilismo, a volte anche risibile, ma che ha sempre conseguenze gravi. Mio padre nelle foto a 40 anni era vestito come un vecchio. Oggi a 80 anni ci si atteggia a giovanotti. Si esorcizza il limite, la vecchiaia e soprattutto la morte. Ma la vita, poi, si fa avanti e non si è più attrezzati per affrontarla, in quanto si è vissuto una dimensione a propria misura, censurando quel che non ci va.
In particolare il grande tema censurato è la questione del senso di questi 80 anni circa che vanno dalla data di nascita alla morte. Il grande compito, che è dare un senso alla propria vita, viene totalmente evitato, così si va avanti un po’ a tentoni, a caso, e al primo inciampo crolla tutto. La solitudine fa il resto.
Si guarda sé più che non la realtà?
Sì. Vi è un narcisismo diffuso terribile, legato anche ad un culto del corpo che non è cura, ma “scultura” per adeguarlo a modelli esteriori. Il narcisismo diffuso che riscontriamo, va oltre a quello patologico. Il narcisismo non patologico prende due vie. Da una parte quello classico, da Miles gloriosus, che è facile da individuare e gestire, perchè grottesco, quasi ridicolo. Si può paragonare, pensando al calcio, al gioco di Liedholm: tengo io ossessivamente la palla, così nessuno mi mette in discussione. Questo narcisista è sempre attivo, al centro dell’attenzione, ingombrante e insopportabile.
Ma la forma più pericolosa è quella che assomiglia al catenaccio, al gioco del calcio all’italiana di un tempo. Mi chiudo, serro tutte le possibilità che entri la realtà nel mio orizzonte e così mi sento protetto. Il narcisista di questo secondo tipo è una persona apparentemente tranquilla, buona, non si mette nei guai. Sembra cortese ma in realtà evita che qualsiasi cosa lo tocchi. L’altro non esiste se non per quello che fa lui comodo; è incapace di amare, per cui vive una solitudine terrificante, pur mascherata. Poi può accadere che nella sua esistenza si aprano voragini inaspettate ed è un disastro. Può arrivare a gesti estremamente gravi. È diffusissimo e non facile da rilevare.
La chiave sta nel fatto che non esiste in tutti questi casi relazione. Si torna così al concetto iniziale. L’unica speranza è ricostituire una pietas, per dirla laicamente, o in termini più religiosi una caritas, un amore all’altro. Una spinta alla relazione che è l’unica salvezza.
Questo vale sia a livello personale che istituzionale?
Certamente. Uno dei punti più positivi del lavoro di questi ultimi tempi nella ASL è proprio, dopo anni di fatica, l’innesco di collaborazioni tra vari reparti, tra varie discipline. Sta nascendo un interessante lavoro che libera risorse e soluzioni per i pazienti. Questo deve potersi estendere quanto più possibile. Se un mio paziente, per esempio, ha gravi difficoltà a rientrare in famiglia, è vitale poter avere l’aiuto di relazioni sociali in cui trovare un alloggio, una comunità che lo accolga, poi successivamente un percorso di lavoro nella società. Tutto questo può nascere se ci poniamo non come singoli professionisti, ma come persone che si occupano dell’interezza del paziente. Oserei dire della sua vita. In tal senso si stanno facendo passi in avanti.
Questo aspetto non riguarda solo la mia professione, ma è valido in termini universali, come costitutivo della stessa società. L’alterità, la diversità – come il colore della pelle, la lingua o la religione -, è un grande arricchimento e non motivo di angoscia. Ma perché questo accada, occorre che io abbia chiaro chi sono, così che avvenga non una commistione ma un vero dialogo come dicevamo prima.
Per chiudere, lasciaci una parola che, seconde te, esprime la speranza.
La parola fiducia. Una parola che mi porta al termine latino fides o al termine funis, corda. Una corda che va tesa tra me e te, se non verso l’alto, verso Dio. Del resto siamo legati ad Altro. Di noi non abbiamo scelto né la nascita, né la morte ma solo qualcosa di quello che ci sta in mezzo. Dobbiamo riscoprire questo legame all’Altro, un legame che ci costituisce.

