Il prof. Giampaolo Proni è scrittore e docente di semiotica presso l’università di Bologna (oggi in pensione). Esperto di comunicazione, ha avuto incarichi in RAI e in prestigiosi enti privati, mostrando una poliedricità di interessi ragguardevole. Con lui, faremo un nuovo passo nella nostra indagine su quessto nostro nostro tempo.
Giampaolo, partiamo dalla domanda delle domande. Che tempi stiamo vivendo, quali sono le caratteristiche specifiche di questa nostra età?
Devo fare subito una premessa. Non è semplice parlare del presente. Molto più facile, paradossalmente, parlare del passato e del futuro. È come andare in treno: tu vedi con più nitidezza quel che sta arrivando e quel che è appena passato, ma dal finestrino se guardi quel che c’è di fronte a te, fatichi a metterlo a fuoco. Ma corro volentieri questo rischio, evitando tuttavia espressioni definitive sul nostro tempo, quali il “tramonto dell’occidente”. Spengler ne scriveva ad inizio Novecento e siamo ancora qui. Piuttosto guarderei alla demografia che, peraltro, se l’economia è detta la scienza triste, questa è addirittura piangente!
Interessante. Perché piangente?
L’homo sapiens ha un tempo di riproduzione lento. Se si tien conto che oggi puntiamo ad avere almeno un terzo della popolazione dotata di studi qualificati, questo significa che un uomo o una donna, diventerà capace di dare un contributo alla società intorno ai 20-30 anni. Intanto il tasso di fertilità sta calando paurosamente. Il tasso di pareggio demografico, pari al 2,1 %, nell’arco di poco non sarà più raggiunto neppure dalle società che invece oggi sono ancora in espansione. Questo è un dato che cambia completamente gli scenari economici, sociali e di costume, attuali, ma a cui nessuno pone seria attenzione. Eppure sarà la prima volta nella storia che l’homo sapiens risulterà a livello planetario in calo. Occorre porsi qualche domanda.
In che direzione dovrebbe avvenire il cambiamento che auspichi?
Questo non so prevederlo, né vedo analisi convincenti in tal senso. Non è semplice, d’altra parte, individuarlo. Siamo in quel presente, così sfuggente, come prima si diceva. Ma quel che anche non vedo, e questo è grave, è la consapevolezza dell’implicazione di questi dati, che sono decisivi per il nostro futuro. Non c’è uno sforzo adeguato per trovare nuovi parametri di sviluppo economico. Siamo sempre alla ricerca di una crescita di consumi, ma i consumatori caleranno. Vedo invece che si continua a mandare presto in pensione le persone oppure a costruire la narrazione dell’ “invasione” degli immigrati come fosse questa la prima urgenza.
Eppure la sicurezza sociale è un bene da difendere.
Non sto dicendo di abbassare la guardia su questo aspetto. Chiunque abbia figli giovani, ed in particolare figlie, lo sa bene. Voglio far riflettere però su due cose. Da una parte nessuna radiotelevisione straniera possiede un palinsesto così pieno di criminalità come quella italiana, pur non essendo da noi la situazione certo peggiore che altrove. I media italiani sono infarciti di cronaca nera e creano uno stato di paura. Si pubblicano anche i casi più ordinari. Altrove non è così. Dall’altra il nostro atteggiamento nei confronti dell’immigrazione è in preda a una sorta di schizofrenia.
Schizofrenia?
Se tu vai dal barbiere, dal verduraio, se hai bisogno di una badante per i genitori, oppure di un fabbro, se osserviamo una impresa di costruzioni, troverai che la maggioranza di chi lavora sono stranieri. Quindi da una parte l’immigrazione ce l’abbiamo già, vi siamo immersi e conviviamo con essa, nella normalità della nostra vita. Dall’altra diventa uno spauracchio che fa pensare a terribili scenari, da fine della civiltà. D’altro canto l’irrazionalità di questo fenomeno è data dal fatto che la prima causa dello spostamento dei popoli è appunto la demografia, non certo il permissivismo. Nessuna legge restrittiva può cambiare quello che è un fenomeno sempre esistito nella storia umana. Piuttosto va gestito in maniera funzionale, partendo in primo luogo dal cambiamento della narrazione. Ad esempio, insegnando in università ed in particolare nella sezione moda qui a Rimini, ho avuto numerosi studenti e studentesse provenienti dall’Asia, che poi si fermano qua, trovano facilmente lavoro e diventano parte attiva della nostra città. Questa immigrazione qualificata è importantissima ma nessuno ne parla.
Vero. Al contrario la politica, a livello internazionale, sembra andare in altra direzione. Penso agli Stati Uniti.
Tutto si gioca su un grande equivoco. Non è necessario, per avere un forte senso di unità nazionale, essere un popolo etnicamente coeso. Alcune nazioni lo sono, altre no. Gli Stati Uniti ad esempio, orgogliosi di essere un melting pot fin dalle origini, hanno un forte orgoglio nazionale e, fino ad ora, valori di riferimento comuni, malgrado tutte le loro contraddizioni interne. Se ci interroghiamo sull’Italia, pensando alla nostra lunga storia, possiamo dire di essere un’etnia omogenea? Non penso proprio. Questo non deve farci perdere il senso di appartenenza ad una comunità che ha e deve continuare a trovare punti comuni su cui poggiare senza rincorrere fantasie. D’altra parte se penso che la maggiore potenza militare ed economica mondiale oggi è governata con slogan che sono menzogne palesi, viene un po’ di sconforto.
Dunque la speranza è nell’integrazione tra queste popolazioni migranti e noi?
Più che integrazione parlerei di incontro, incontro tra popoli che hanno una loro cultura dignitosa e che merita di essere conosciuta. Io vedo questi ragazzi, così diversi culturalmente, che fanno esperienze virtuose e feconde di futuro, per nulla omologati. D’altro canto noi italiani abbiamo subìto l’influenza degli americani per tanto tempo ma mica siamo diventati americani! Siamo rimasti noi, acquisendo novità e sollecitazioni. Fin dall’inizio anzi vi era una sorta di ironia nei loro confronti, come ha espresso magistralmente Alberto Sordi in “Un Americano a Roma”. Il fatto è che si deve avere il coraggio di mettersi in gioco, di guardare con fiducia al nuovo, di costruire percorsi.
Dunque possiamo dire che la speranza nasce dalla relazione; da nuove relazioni in questo caso. “Relazione” è il termine che il Dirigente Scolastico Bugli individuava qui su Tempi Moderni come decisivo anche per la scuola, altro luogo di grandi opportunità per la costruzione di una società sana.
Senza dubbio. L’ho espresso nel mio ultimo libro “Le Fedeli dell’amore”, primo volume di una trilogia, (Il testo è facilmente reperibile su Amazon, ndr), che intende in qualche modo proseguire il percorso tracciato dal mio maestro, Umberto Eco, in “Il Pendolo di Foucault”. Se Eco individuava un finale tragico, di sconfitta, io mi son messo alla ricerca di una pista di rinascita, che trovo in piccole comunità che, pur avendo tratti di riservatezza simili ai caratteri esoterici indicati da Eco, tuttavia si pongono l’obiettivo di costruire nuove relazioni, appunto, per la rinascita del pianeta.
Una sorta di “minoranze creative”, termine utilizzato da Ratzinger, o “minoranze profetiche”come si è espresso il riminese Stefano Zamagni qualche anno fa?
Esatto, è un termine che calza perfettamente. Nelle comunità del mio romanzo, un ruolo centrale lo hanno le donne che, peraltro, in tutto quanto abbiamo detto, hanno una centralità non ancora ben riconosciuta.
Eppure l’universo femminile è molto indagato oggi.
E tuttavia sempre in forma non paritetica e reale. È un vecchio problema. Basti pensare che anche nelle vecchie battaglie dell’estrema sinistra, vi era questo problema. In tal senso il partito di Lotta Continua fu un precursore.
In che senso?
Le donne si ribellarono al fatto che i loro compagni vollero, in occasione di una manifestazione, prendere la testa del corteo, con il pretesto di proteggerle. Questo episodio fece nascere una discussione interna, caratterizzata dal rifiuto delle compagne di essere ancora una volta sottoposte a codici di comportamento maschilisti. La frattura fu tale che portò, qui a Rimini nel 1976, allo scioglimento del partito. È una vecchia storia ancora irrisolta, a mio avviso, ed implica il rapporto tra dimensione politica e dimensione personale, problema mai sanato in diversi ambiti ideologici.
A proposito di livello personale, a cui noi teniamo invece molto, ti chiedo qual sia esistenzialmente la tua speranza. Cosa ti sostiene e ti conferisce motivazione durante la giornata? Qual è il positivo che senti di affermare in quel che fai?
Due cose. Da una parte i rapporti umani, quali la famiglia e l’amicizia. Gli amici sono un punto di riferimento prezioso, senza il quale non verrebbe alla luce nemmeno il mio lavoro, come nel caso dell’ultima pubblicazione. La devo a loro.
Dall’altra la scrittura, perché è donare quello che ho dentro. Un donare grazie al quale si produce un ritorno inestimabile. D’altro canto a Rimini conosciamo bene questa dinamica. Siamo la terra di don Oreste Benzi, e sono rimasto piacevolmente colpito dal titolo del Meeting di quest’anno: l’amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore è il grande protagonista anche della ultima mia fatica letteraria e, da estimatore di Dante, credo sia un titolo davvero prezioso.
Emanuele Polverelli

