All’interno della ricerca del sentiment del nostro tempo che “Tempi moderni” sta realizzano, oggi torniamo ad indagare nel mondo della scuola. Lo facciamo in compagnia del Dirigente scolastico Marco Bugli, preside del Valturio, storico istituto riminese da cui è uscita una parte significativa e pregevole della classe dirigente del nostro territorio.
Marco, rivolgo anche a te, la nostra consueta domande iniziale. Che tempi stiamo vivendo a tuo parere e quale è la questione principale in gioco, quel che non possiamo non affrontare?
Posso risponderti a partire dal mio osservatorio ovvero quale dirigente di un luogo in cui si vive la dinamica educativa. Da questo punto di vista osservo che noi, la nostra generazione di 50-60enni, è cresciuta avendo la percezione di vivere in una civiltà che, pur con tutte le sue contraddizioni e violenze, era aperta a un futuro migliore. La percezione era di essere nel luogo del pianeta dove vi erano i più ampi diritti mai realizzati nella storia e la direzione sembrava essere quella di un progressivo aumento di tali prospettive. Mi riferisco alla sicurezza, alla tutela di chi è svantaggiato, alla libertà, ad una condizione di vita dignitosa. Oggi stiamo vivendo una svolta. La percezione è che possa affiorare, o stia già affiorando, un mondo cupo, dove quello che sembrava una conquista stabile e definitiva, invece è messo del tutto in discussione. E si è tornati a parlare un linguaggio che richiama echi della storia poco rassicuranti.
E questo ha un peso nel fare scuola?
Il “problema” – ma in realtà è cosa preziosa- è che i ragazzi chiedono una corrispondenza, una coerenza tra quanto insegniamo e la realtà, o almeno che quanto insegniamo abbia rilievo nella realtà. Noi insegniamo diritto, i valori della convivenza civile, economia secondo parametri di razionalità ed equilibrio, il grande valore dell’umano espresso nella letteratura e nella filosofia, ma i modelli vincenti che il mainstream oggi passa sono di tutt’altro tipo: la forza, la potenza, l’arroganza. Modelli che spazzano via decenni, se non secoli, della ricerca di un equilibrio e che avevano generato un’oasi di pace nella storia, almeno per l’Europa.
Come reagisce la scuola in questo senso?
Personalmente avverto, come uomo che opera con i giovani, che abbiamo un compito importantissimo, gravoso ma affascinante: far percepire ai ragazzi che oltre alle grida che si ascoltano dai potenti vi è altro. Abbiamo il compito di far percepire ai ragazzi la bellezza e la possibilità di vivere in una società aperta dove l’affermazione autentica di sé e l’affermazione dell’altro non sono in conflitto.
Questa discrepanza di cui ci dicevi porta a un decadimento dell’autorevolezza di quanto si insegna a scuola? Da tante parte si lamenta il fatto che oggi docenti e materie scolastiche non sono più in grado di porsi come riferimento per un giovane in formazione.
Occorre distinguere un livello di ragionamento che si sofferma sul sistema educativo, di cui sicuramente occorre riformare, e un livello che si incentra su chi nella scuola poi concretamente opera, in particolare i singoli docenti e il loro lavoro collegiale.
Io, senza nulla togliere alla cornice del sistema – ripeto – necessaria, credo che la partita si giochi nella relazione che si costruisce tra docente e alunni. Da questo punto di vista non concordo sulla mancanza di credibilità. Dipende da quale adulto i ragazzi incontrano. Vedo che si realizza ampiamente una comunicazione significativa. I nostri ragazzi crescono e trovano numerosi adulti di riferimento.
Certo c’è un rischio: un ragazzo può non avere incontrato nella sua storia i docenti “giusti” per lui. Ma può anche non riconoscerne il valore dell’adulto che pur esiste. Credo tuttavia che non si possa uscire da questa dimensione di “rischio”. Consapevoli peraltro che non sempre quel che vediamo è tutto.
Che cosa intendi dire?
Ho presente tutti quei casi in cui dobbiamo constatare un fallimento, almeno rispetto agli obiettivi più immediati che ci diamo o ci siamo dati. Ci sono ragazzi che vengono portati qui in presidenza, o per cui i docenti mi interpellano o mi coinvolgono, perché in grave difficoltà. Ragazzi oppositivi e del tutto chiusi, che non riescono a trovare una qualche armonia nel loro stare a scuola. In alcuni casi si riesce a risolvere. Per altri si deve constatare la sconfitta. Ho in mente un alunno, per il quale per ben due anni abbiamo fatto di tutto ma non siamo riusciti, e alla fine abbiamo tutti constatato che un cambio di ambiente era l’unica via. E tuttavia che ne sappiamo noi di quanto resterà in quel ragazzo, pur ora in altro ambito, di quanto gli abbiamo dato, delle attenzioni, degli sforzi per comprenderlo, per suggerirgli una strada, per superare evidenti difficoltà? C’è un patrimonio di cura che non è detto debba poi dare un risultato scolastico, seppure questo sia il nostro compito immediato e comunque importante. È importante ma c’è di più. Ci sono uomini che dovranno, nel modo loro proprio, costruire un futuro. E lo possono fare in forme per noi del tutto sorprendenti.
Questa dimensione della sorpresa che un ragazzo è per l’adulto che educa, vale per tutti gli alunni o solo per quelli difficili. Come definiresti i giovani di oggi?
Vale per tutti ed è il motivo per cui dico sempre che io imparo più di quel che insegno. Sui giovani non so darti una definizione. In tanti definiscono questa generazione e in vari modi. Ma come si fa a definire un giovane? Una persona è un mondo troppo ampio per una definizione e un giovane ancor di più. Molto spesso quando li definiamo, in realtà proiettiamo noi stessi su di loro. Io vedo che ogni giorno sono sorpreso da loro.
Rispetto alle nuove sfide, tecnologia e AI, che ne pensi?
La novità dell’AI è una sfida enorme per noi. Ma occorre evitare equivoci. Una discronia tra il nostro insegnamento e il tempo dei ragazzi c’è sempre state ed è fisiologica: noi insegniamo ciò su cui ci siamo stati formati decenni prima. Oggi la velocità del cambiamento è fonte di paura e preoccupazione. Tuttavia non credo che il nostro compito sia diventare esperti dei nuovi strumenti, per lo meno nella ricerca della forma più performante possibile, perché questo è impossibile e forse non è l’essenziale. Occorre che i ragazzi vedano nel docente una persona che sa orientarsi, che conosce il senso dell’uso della tecnologia, che – magari con i dovuti aiuti – sa farne tesoro. In fondo si tratta di costruire un ambiente positivo di apprendimento e non mettersi alla rincorsa di una presunta competenza a cui affidare erroneamente il compito di risolvere il problema educativo.
In conclusione, che cosa ti motiva ogni giorno nel tuo lavoro e che contributo ritieni di poter dare a questo pezzo di storia così complicato?
La motivazione è senza dubbio nella sorpresa che trovo nei giovani, di cui dicevo prima. Dire che sono la parte migliore della società può suonare retorico, ma è vero e lo è per fisiologia: per l’energia che hanno, per l’apertura, per il non consolidarsi di atteggiamenti stantii. Mi sento privilegiato a lavorare con loro. Il contributo è nel non dire di no, in mezzo a tante regole e problematiche amministrative complicate, alle idee dei miei docenti. Certo, valutando i rischi e le opportunità, ma facilitando ogni spunto di creatività che emerge dal loro lavoro. Un “no” può spegnere uno spunto innovativo prezioso, per cui intendo far di tutto perché giunga il meno possibile. Anche per poter godere, poi, dei frutti del loro lavoro!
Emanuele Polverelli

