Dopo aver scandagliato i nostri tempi inquieti con lo sguardo della filosofia e della poesia, ora proveremo a leggerli con gli occhi del cinema.
Abbiamo incontrato Sergio Canneto, regista e docente di regia, tecnica del documentario e storia del cinema in vari atenei italiani. Dopo un peregrinare che lo ha portato ad insegnare in ogni parte dell’Italia, Canneto ha scommesso sulla Romagna, dando vita alla start up Approdi, con sede a Bellaria Igea Marina. Qui ha rivitalizzato il vecchio cinema Astra, presto aprirà l’Apollo e alla vecchia Fornace prenderà vita un Cineporto, un luogo dove “fare cinema”. Da anni, inoltre, Approdi ha preso la direzione del Bellaria Film Festival imprimendogli una nuova energia e popolarità ma la sua febbrile attività riguarda tutta la provincia, con eccellenti sinergie con istituzioni e realtà già presenti.
Sergio, partiamo dalla domanda che per questa rubrica è d’obbligo. A tuo avviso e secondo l’esperienza che hai maturato, qual è la nota qualificante di questo nostro tempo?
Direi che siamo all’interno di un arco temporale che mette insieme grandi bisogni e grandi opportunità. Non ho una lettura particolarmente pessimista dei nostri tempi, anzi credo che il pessimismo che si vive dipenda dal fatto che non accettiamo che le cose possano cambiare. Siamo in un momento di grande passaggio, si deve reinventare tutto.
In quali aspetti si vede di più questa dinamica?
Il macro esempio è ovviamente quello dell’intelligenza artificiale. Non si può assolutamente frapporsi o ostacolare questa evoluzione, bisogna semplicemente capire come sfruttarla. L’altra grande questione dell’oggi è il sociale, l’accessibilità, l’inclusività. Penso in particolare alla lettura degli spazi. Le città non hanno più spazi, sono diventate dei contenitori inermi e immobili riguardo ai bisogni e alle richieste della popolazione.
Rispetto al cambiamento, nulla da temere, dunque?
Quello che mi spaventa è la paura che serpeggia sia tra i giovani, che negli adulti. Ma se i tempi son cambiati, allora occorre andare alla ricerca di qualcosa di diverso e non riproporre in forma nuova, magari condita di intelligenza artificiale, logiche vecchie, criteri vecchi, metodi mai stati efficaci pensando che lo possano diventare grazie all’apporto tecnologico.
Su cosa puntare?
Oggi l’unica grande possibilità è la cultura, non nel senso verticale del termine, esclusivo, ridotto alla lettura, alla conoscenza, alla specialistica e simili, ma proprio intesa come un “sentire culturale” nuovo. Dobbiamo riuscire a capire che attraverso la cultura noi possiamo aprire situazioni, cioè riusciamo ad aprire cuori, ad aprire pensieri, a creare spazi, a generare quel coraggio che ci permette di accoppiare necessità e opportunità. Opportunità che sono tante e ci si parano innanzi. Solo che non le sappiamo afferrare. Dobbiamo essere pronti a farci male per tracciare nuovi percorsi e generare bussole future.
La cultura come un ponte, un link?
Esatto. È come se mancasse quel ponte per arrivare di là. Quel ponte è diventato complesso, a causa di un racconto dell’oggi che è sbagliato, perché si ferma al giudicare. Dobbiamo passare dal chiederci “perché” al chiederci “come”.
E rimaniamo come “imballati”…
Rinnovare il vecchio è vecchio. Occorre al contrario una cultura che aprendosi al nuovo, non abbia paura di essere scorretta rispetto ad un giudizio acritico ormai vetusto.
Spiegaci
La cultura deve essere uno spazio di libertà per connettere processi e creare concetti, con la volontà di individuare scenari futuri e temi strategici per ricerca, digitalizzazione, formazione e internazionalizzazione. Perché questa secondo me è la grande questione, il grande compito della cultura. Oggi solo questo può riuscire a generare un sentire profondo, un risveglio, un “essere vivi” che molto probabilmente produrrà un dolore. Non solo. Quel dolore farà sì che saremo ancora pronti a combattere per uscire da quel dolore.
Oggi invece prevalgono i sentimenti neutri, dell’uomo medio, di quel cuore che non deve essere colpito e viene messo dentro una cassaforte ma che di conseguenza non è in grado di toccare nessuno e di farsi sentire. Questa fortificazione emotiva si estende non solo al sociale ma anche al privato; coppie che stanno insieme solo perché nessuno dei due “costringe” l’altro ad aprire il cuore, a scoprirsi. Oggi non so neanche se qualcuno sia più in grado di amare veramente qualcun altro, forse non si è più in grado di amare neppure se stessi.
È lo spegnersi di ogni desiderio?
Magari si hanno desideri, a dire il vero sempre più piccoli, però stiamo fermi e accettiamo il primo lavoro che capita. Accetto il primo produttore che mi dice sì, accetto la prima opportunità. Non costruisco niente, perché ho paura, sono il primo a non credere in me. A mio avviso, la cultura di cui oggi abbiamo bisogno è una cultura che in qualche modo ci risvegli da un sonno che non è neanche il sonno della ragione, ma è proprio un sonno emotivo. La macchina dei desideri non funziona più!
E come fare per vincere questo sonno emotivo?
Chiaramente, noi non possiamo agire direttamente sul nostro sentire, non ne siamo più capaci, troppo ormai distanti dalle nostre emozioni, ma il concetto di cultura di cui parlo può invece aprire, creare una fessura a quella parte lì e risvegliarla. A spaventarmi oggi non è l’intelligenza artificiale, ma questo sonno indotto e autoindotto. Una macchina non ci potrà mai far male. Ma la paura sì. Ci blocca.
Come si è giunti a questa situazione?
Penso che la famiglia abbia smesso di funzionare. La chiamata genitoriale è venuta meno e sicuramente non è compresa nella sua funzione di essere custodi di un “io altro”, così come la chiamata ai giovani da parte della società è saltata. Non ci sono colpe specifiche ed è inutile cercarle. Dobbiamo liberarci da una trama di debolezze che blocca tutto. Il sentimento di inadeguatezza, la percezione di non essere abbastanza, il sentire un vuoto faticano a trovare un linguaggio per raccontarsi e generano una frattura interna alla comunità. In questa interruzione si collocano i mali della nostra epoca, fatti di impossibilità di un orizzonte, di mancanza di un progetto percepito come attuabile, di non conoscenza di se stessi, di emozioni inespresse, represse, che sfociano in violenza e malattia. Un’impossibilità di essere felici in una continua rincorsa verso vuoto, verso il nulla. E più corriamo, più ci stacchiamo dal nostro vero essere, dalla nostra realtà, fino a isolarci, e infelici del nostro non-successo ci chiudiamo in noi stessi e chiudiamo al mondo fuori da noi. Nulla può più entrare: paure, sogni, desideri, fame, gioie o dolori. L’emotività si azzera. Il grande compito della cultura oggi è rompere questa malia.
Dove realizzare un processo culturale di questo genere?
La cultura di cui parlo è la cultura delle periferie, dove è più facile leggere il mondo da svegli e non da dormienti. Dove realizzare una cultura operativa e creare luoghi, spazi di creatività. Non occorrono grandi strutture o cattedrali in omaggio ad una società fallimentare, ma luoghi di pensiero.
Ed esistono?
Sì, ovunque ci siano persone pronte a investire su se stesse, senza paura, senza avere un ritorno immediato. È così che nascono nuovi paradigmi. Sono luoghi non necessariamente fisici… anche se uno spazio fisico serve.
Tu hai cercato di andare in questa direzione.
Non avrei mai costruito Approdi in una grande città. Dopo tanto peregrinare mi son fermato a Bellaria Igea Marina e in Romagna. Ci sono grandi potenzialità inespresse e ho voluto scommettere su questo. Sembrava una pazzia: il cinema, attività teatrali in paesi che sembrano sconfitti dai grandi centri. E invece sta nascendo una bella realtà. Certo, essere in periferia è complicato ma presenta grandi opportunità che van colte. Come la direzione del Bellaria Film Festival che è giunta dopo, inaspettata, grazie al bando che abbiamo vinto. Una bella realtà di cui peraltro abbiamo digitalizzato tutto l’archivio, oltre 6mila titoli – praticamente la storia del cinema indipendente! – accessibili a tutti, previa registrazione. Uno spaccato importante del cinema italiano degli ultimi decenni. Poi è arrivato il MystFest, il Cineporto, l’estate longianese, ovvero un mettere a sistema e organizzare tante realtà che rischiavano di disperdersi.
Torna l’importanza del territorio?
A condizione, però, di evolvere il concetto stesso di “territorio”. Non più come qualcosa da difendere in modo statico, ma come uno spazio dinamico di crescita condivisa, capace di aprirsi al confronto e allo scambio. Un territorio che non trattiene la creatività, ma la mette in circolo, alimentando un dialogo continuo e generativo. In questo senso, Rimini rappresenta un esempio particolarmente interessante: è una città ricca di storia, identità e potenzialità ancora in parte inesplorate. Il legame con l’immaginario di Federico Fellini è senza dubbio un valore straordinario, che può continuare a essere una fonte di ispirazione ma dovrebbe anche essere il punto di partenza per sviluppare nuove traiettorie creative, capaci di esprimere un’identità contemporanea e autentica. Bisogna avere il coraggio di sperimentare, di investire in progettualità nuove e di costruire un ecosistema culturale capace di generare valore nel tempo.
Emanuele Polverelli

