Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.
Lo straniero, Albert Camus
O luce! è il grido di tutti i personaggi che nel dramma antico vengono posti di fronte al proprio destino. Quest’ultimo scampo era anche il nostro e adesso lo sapevo. Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate.
L’estate, Albert Camus
Ci aveva provato Luchino Visconti nel 1967, con un film dalla distribuzione travagliata (poco successo in sala, uscito successivamente solo in videocassetta VHS e poi scomparso dalla circolazione) e fortemente criticato (Morando Morandini lo considera il film “meno riuscito e più opaco di tutta la produzione del regista de “Il gattopardo”), a partire dalla scelta del protagonista, Marcello Mastroianni, ritenuto da molti non adatto per il ruolo di Arthur Mersault.
A “Lo straniero”, il romanzo di Albert Camus edito nel 1942 ed universalmente riconosciuto tra i capisaldi della letteratura universale (lo stesso Camus aveva già pensato ad una riduzione cinematografica negli anni Cinquanta con Jean Renoir alla regia e Alain Delon o Tony Curtis per il giovane protagonista e con il romanzo si voleva misurare anche Ingmar Bergman per un progetto mai andato in porto), si accosta ora, conquistando maggiore consenso critico e di pubblico, François Ozon, regista prolifico (più o meno un film all’anno dal suo esordio nel 1998 con “Sitcom” per un totale di ventiquattro lungometraggi) che ritorna al bianco e nero già utilizzato nel 2016 per il film “Frantz”.
A lui il difficile compito di riversare sul grande schermo pagine non certo facilmente accessibili e anche un po’ “respingenti” rispetto ad una versione cinematografica, ma, si sa, molti registi accettano le sfide ed ecco dunque riaffacciarsi la storia del giovane Mersault (lo interpreta in modo efficace Benjamin Voisin, interprete di “Illusioni perdute” e già con Ozon per “Estate ‘85”), di stanza in Algeri, ancora occupata dai francesi (siamo nel 1938), giovane riservato e taciturno, responsabile di un delitto che fa scaturire diversi interrogativi esistenziali e morali, con la condanna finale del ragazzo che in carcere, prima dell’esecuzione, rifiuta il perdono di Dio per mano del cappellano che cerca di farlo redimere negli ultimi istanti della sua esistenza.
Libro complesso, si diceva, ma Ozon riesce nell’intento creando un film avvolgente e “misterioso” (così come il testo di partenza del resto) nel suo procedere attraverso lo stato d’animo del protagonista, indolente, apatico, passionale nel rapporto con Maria Cardona (Rebecca Marder, anche lei già con Ozon in “Mon Crime”), più carnale che sentimentale, visto che Meursault non crede nell’amore.
Da molti è visto come insensibile per via della sua mancanza di empatia in occasione del funerale della madre e nessuno riesce a scavare nell’animo di Arthur in profondità, nemmeno il giudice ed i giurati che lo condannano senza appello per quel crimine commesso senza apparente motivo. Rispettoso della pagina scritta, seducente nella messa in scena (riprese in Marocco, con Tangeri trasformata nella città di Algeri per l’occasione) orchestrato in maniera elegante e fascinosa (nel cast trovate anche Pierre Lottin, Denis Lavant e Swann Arlaud), “Lo straniero” è appuntamento cinefilo da tenere in considerazione, magari anche utile viatico per leggere o rileggere pagine pregnanti, in grado di provocare con forza riflessioni sul senso stesso dell’esistenza.
Paolo Pagliarani

