Massimo Pulini
(foto di Roberto Baroncini)
Proseguiamo il nostro viaggio all’interno dei “Tempi moderni”, alla ricerca di un filo che ci orienti in questa epoca così dura da vivere. Le risorse per questo viaggio, tutto riminese, non mancano. Gli incontri che abbiamo già trascritto sono stati di ampio respiro e si dipana, sempre più, una rete di spunti interessanti. Oggi aggiungiamo lo sguardo di un artista, il cui impegno con la città è un valore aggiunto decisamente rilevante.
Della sua attività (vedi link) qui faremo cenno solo, tra le numerose mostre ed opere anche d’oltre oceano, all’esposizione di pochi mesi fa dal titolo “Fango e velluto”, tra le sue docenze in Università, alla cattedra di Pittura all’Accademia delle Belle Arti a Bologna, e all’impegno quale assessore alla Città di Rimini.
Sfogliando il catalogo dell’esposizione “Fango e velluto” resto colpito dall’intensità e la forza impressa nelle immagini mitologiche e dal carattere profondamente riflessivo dei volti, come se portassero il peso di un tempo così impegnativo quale il nostro.
Cosa ti ha spinto a creare questo contrasto tra una materia greve, come il fango, ed invece l’eleganza del tessuto?
L’idea mi è sorta di fronte al disastro delle alluvioni degli anni scorsi, di fronte al terribile spettacolo di quelle tonnellate di fango che hanno distrutto ciò che sembrava sicuro e solido. Fango e velluto è proprio la ricerca di un contrasto. Non era scontato il risultato anche tecnico del convivere tra il velluto, pensato e prodotto come idrorepellente, e il fango. Per realizzarlo ho innondato di acqua il velluto così che queste fibre verticali si aprano; in quel momento col pennello ho messo il fango, ovvero un tempera, che è terra più acqua, uno degli elementi essenziali e più antichi del dipingere, realizzando una scultura pittorica.
Ho cercato in questo modo di evocare una dimensione di “rimando”. L’arte sostanzialmente è il terreno dell’interrogativo. Sfiora il mistero, apre domande sulla soglia del mistero.
Le figure umane rappresentate sono tutte immerse in una dimensione di riflessione, volti che sembrano vivere questo interrogativo di fronte alla realtà, come se avvertissero il rischio di una perdita.
Viviamo un’eclissi. Da una parte si è rotto il rapporto con la natura e le alluvioni ne sono una terrible esemplificazione. D’altro canto, anche la convivenza civile è radicalmente cambiata e i suoi nuovi volti sono ugualmente inquietanti.
Quali aspetti sono così inquietanti?
Negli ultimi anni è emerso un fattore dominante che è quello dell’arroganza, anche in reazione a quello che veniva chiamato buonismo. Certi termini progressivamente hanno iniziato a perdere la propria etimologia. Una deriva delle parole che però implica una trasformazione intima del consesso civile e della relazione umana. Tempo fa, ho ritrovato un discorso del duce, in cui sbeffeggiava gli avversari con la parola “pacefondaio”, identificata con disfattismo. La parola pace, viene così connotata da negatività. Trovo nessi inquietanti con la denigrazione che oggi vediamo nei confronti di valori che pensavamo acquisiti quali la bontà, la convivenza, l’accoglienza e la stessa democrazia.
Questa cappa di oscurità, di cui si diceva, riguarda anche – e forse soprattutto – la politica. Uno dei tuoi quadri rappresenta il simbolo dell’Europa oscurato da una sfera nera.
Nel quadro di cui dici, ho voluto denunciare l’occultamento dell’idea stessa di Europa. Basti pensare che oggi pensiamo di far l’Europa unita attorno ad un progetto di riarmo, ovvero attorno a ciò che è la negazione dell’unità e della relazione tra i popoli. È un controsenso, è la stessa negazione dei valori che chiamiamo europei. È desolante ma almeno è caduta l’ipocrisia attorno all’idea di democrazia, come se si svelasse finalmente quel vizio di origine che ha contraddistinto la nostra civiltà.
Cosa intendi?
Stiamo scoprendo che la democrazia non è mai esistita, che siamo vissuti in un mondo di falsificazioni. Questa stanchezza della democrazia, i voti e il consenso che ricevono personaggi inquietanti, sono il segnale che occorre cambiare radicalmente.
Tornando sulla questione militare, forse è ora di denunciare la stessa idea di militarismo. Credo che la struttura della vita militare sia intrinsecamente pericolosa, perché spinge all’obbedienza cieca, all’agire senza una coscienza personale ma per ordini superiori. In un tempo in cui poche figure di potere decidono una guerra e la popolazione è trascinata suo malgrado dentro questo inferno, che non vorrebbe, bisogna rifiutare quello che per troppo tempo abbiamo accettato. In qualche modo un popolo viene sequestrato e il principio militarista viene applicato ai cittadini. È ora di dire basta a tutto questo.
Quanto dici, mi ricorda le parole di Olga Sedakova, citate nell’intervista di Tempi moderni a Natalino Valentini, con cui raffigurava plasticamente quel che è accaduto in Russia e che trova una forte assonanza con questa immagine di “sequestro” del popolo: un popolo che non aveva alcuna intenzione, e nemmeno sentore, sostiene la Sedakova, di doversi trovare in guerra con gli Ucraini.
Esatto, è una dinamica imposta dall’alto. Poi questa dinamica prevede che non vi siano obiezioni. Se si obietta si diventa “pacefondai” e si è irrisi (o in quei paesi arrestati). E in ogni caso diventa irrilevante perché il potere, in guerra, è decuplicato. La preparazione a questo avviene attraverso il cambio del linguaggio, delle relazioni anche tra i vicini, tra amici, ecc. Prima della puntura c’è sempre il massaggio del batuffolo.
Tuttavia non è utopico pensare a una relazione tra gli Stati senza eserciti?
Capisco che possa sembrare irrealistico ma qui entra in gioco il valore provocatorio e profetico dell’arte e della cultura. Se non si antepone, anche con pensieri radicali ed estremi, alla strabordante ferocia di un potere così pervasivo, una logica in cui chi non vuole uccidere non sia costretto a farlo, continueremo a vivere in un grande equivoco. D’altra parte anche la democrazia è un’utopia. Capisco che questo sia un pensiero anarchico e libertario, ma oggi, come non sentirne profondamente l’esigenza?
Infine passiamo, per così dire, dal fango al velluto (per quanto in realtà ci hai mostrato che è proprio la forza ruvida della materia ad essere un profondo rimando alla luce). Se la politica è degradata, se la stessa democrazia è stata una grande ipocrisia, dove trovare un punto di speranza?
Ho la percezione che i cittadini, le persone che incontro, non assomiglino per nulla al potere. La democrazia elettorale non tiene presente della perdita di fiducia generalizzata che questo strumento sta subendo e resta ferma su vecchi schemi. Invece ci sono associazioni, gruppi e individui che non attendono più nulla da chi li rappresenta, ma vivono una dimensione diversa.
Come si riconosce questa dimensione?
Si manifesta nelle opere e nelle cose che fanno. Vi è un infinito germinare di espressioni culturali e artistiche, di atti di volontariato, di civiltà, che sono una vera resistenza al potere. È quell’agire che non è solo lavoro ma è semplicemente vivere.
E a te, Massimo, cosa dà speranza la mattina alzandoti e affrontando la giornata? Intendo esistenzialmente, cosa ti muove e ti fortifica nel mestiere di vivere?
La gratuità. Occorre entrare nella categoria del gratuito. È la sola speranza. Non intendo il non essere pagati, ma la dimensione della gratuità. Lo dico con un esempio. Due donne, a Trieste, che hanno aggregato poi numerosi altri volontari dando vita ad una associazione, accudiscono i migranti con i piedi malconci dopo tanto cammino. Li accudivano prendendosi cura dei loro piedi. Le vidi in una trasmissione televisiva. Andavano ad assisterli, offrendo una cura a chi non conoscevano. Un gesto così è rivoluzionario. E tanti ce ne sono.
Le ultime battute di Pulini ci immergono in quel mistero della gratuità che sembra essere il segreto nascosto che può cambiare l’esistenza nostra e del mondo. Una dimensione sottesa da tutti i personaggi da noi intervistati e qui esplosa esplicitamente. Un vero e proprio parametro culturale nuovo e rinnovante.
La nostra tessitura procede, dunque, ancor più instancabile. Alla prossima!
Emanuele Polverelli

