Storie dai margini del campo visivo. Intervista a Fabio Geda

Eppure le storie resistono, anche ai tempi di Tik Tok. Non tutte, certo, perché i lettori, soprattutto i giovanissimi, sono sempre più esigenti e si annoiano in pochi secondi, se chi scrive non riesce a tenerli sulla pagina.
Fabio Geda è uno di quegli scrittori che sulla pagina ti tiene, eccome. Il suo best seller ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, la storia vera di Enaiatollah Akbari, giovane afghano in fuga verso l’Europa, è stato tradotto in oltre trenta lingue e ha venduto più di settecentomila copie in tutto il mondo. Con un passato da educatore, Geda scrive storie dai “margini del campo visivo”, vite di ragazzi e famiglie invisibili alla maggior parte delle persone. Lo raggiungiamo al telefono, mentre è in viaggio verso Rimini, dove incontrerà circa duecento giovani del Liceo Serpieri.

Qual è il futuro della narrativa ai tempi di TikTok?

Fabio Geda: «Ovviamente è un campo molto largo. C’è una fetta di popolazione e di lettori che non abbandonerà mai il piacere della lettura lunga, riflessiva del libro, e dell’immersione che ti permettono alcune ore trascorse in poltrona a leggere un romanzo.
È anche vero che la narrativa si è sempre evoluta sull’onda delle trasformazioni del tempo. Nell’800 si scrivevano feuilleton o romanzi a puntate sui giornali, adesso non si scrivono più e non ne sentiamo la mancanza. Quindi io credo che la scrittura resterà nella vita di tutti noi, anche in quella delle nuove generazioni. Probabilmente prenderà nuove forme, nuovi ritmi, e seguirà nuove musiche.
Detto ciò, ricordiamoci che il libro è vent’anni che viene dato un po’ per spacciato. Vent’anni fa si cominciava con il libro elettronico e si pensava che dopo pochissimo i libri di carta sarebbero scomparsi, e invece la carta ha dimostrato una capacità di resistenza alle trasformazioni davvero molto forte. Vediamo cosa succederà, ovviamente nessuno ha la bacchetta magica, ma io ho grande fiducia in quel gesto lì: nel gesto di raccontare una storia con le parole».

Tu parli spesso con i giovani e, anche se personalmente non amo le etichette, la tua narrativa viene definita per “giovani adulti” o per ragazzi. Che esperienza hai del loro rapporto con le tue storie?

Fabio Geda: «A me colpisce sempre la loro voglia di capire chi sono attraverso le storie.
Gli adolescenti attraversano un’età in cui stanno definendo la propria identità, e quindi cercano di definirla attraverso qualunque tipo di narrazione intercettino: che sia la musica, il fumetto, il cinema, la politica, le chiacchiere che vengono fatte in casa e, evidentemente, anche attraverso la letteratura.
Ciò che mi colpisce è la loro disponibilità a meravigliarsi e la loro curiosità. Noi che scriviamo libri per ragazzi di quell’età siamo chiamati a stimolare la loro curiosità, anche scrivendo delle storie che li tengano sulla pagina, che è sempre la cosa più difficile».

A proposito delle tue storie. È chiaro che chi scrive normalmente parte dalla realtà e poi la trasfigura, ma tu parti anche da storie vere di persone reali, come ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, raccontando anche di persone in situazioni da “ultimi”. Perché questa scelta?

Fabio Geda: «In realtà, di storie reali ne ho sentita e raccontata soltanto una in tutta la mia vita, ed è proprio ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’. Quella è l’unica storia reale. C’è poi un altro personaggio, un signore anziano nato sotto il nazifascismo, che si chiama Nonno Simone: è il protagonista di un romanzo intitolato ‘L’estate alla fine del secolo’ ed è ispirato a una persona reale. Per il resto, tutti i miei romanzi sono frutto di pura invenzione, non racconto mai storie vere. Quello che racconto, però, sono spesso storie molto verosimili che, come dicevi tu, hanno a che fare con ciò che si colloca ai margini del campo visivo.
Perché questo? Perché io arrivo dal mondo educativo. Ho fatto l’educatore per quindici anni prima di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, e quell’esperienza ha abituato il mio sguardo ad andare verso quello che solitamente non vediamo. Le vite dei ragazzi e delle famiglie con cui lavoravo erano purtroppo spesso vite marginali, in difficoltà, invisibili agli occhi della maggior parte della popolazione».

E come capisci che vale la pena lavorare su una storia affinché diventi letteratura?

Fabio Geda: «Ah, non ne ho idea, è un procedimento assolutamente misterioso. A un certo punto le storie si impongono. C’è un motivo, molto spesso misterioso anche per me, per cui tra le cinque, sei o dieci storie possibili che ho in testa da raccontare, a un certo punto ce n’è una che proprio bussa alla porta. Tu stai lì, cerchi di non farla entrare, perché magari non ti sembra neanche la storia migliore, o pensi che ce ne sia un’altra più interessante, e invece quella continua a bussare e a suonare, finché la fai entrare. È un processo molto misterioso, devi anche avere un po’ il coraggio di abbandonarti: quando vuoi controllare troppo la “chiamata” delle storie, secondo me, finisci per fare danni».

Molto bello questo. C’è una frase in ‘Le anime scalze’, bellissima: “Ogni volta che facciamo qualcosa con cura, distruggiamo il male che è in noi”. Nella tua esperienza cosa significa? Si può tradurre anche nel “fare delle belle storie”?

Fabio Geda: «Partiamo dal presupposto che io credo che il grande male del mondo, e tutti i problemi delle società, derivino da chi fa male il proprio lavoro. Dal panettiere che fa male il pane, all’idraulico che aggiusta male il tubo, al giornalista che non sa raccontare la verità, allo scrittore che scrive storie banali e in modo banale, fino agli architetti che non sanno fare le case o ai professori che vanno a scuola svogliati e non sanno incendiare i cuori e le menti dei loro ragazzi.
Se tutti facessimo bene il nostro lavoro avremmo già fatto un grosso passo verso la costruzione di un mondo migliore. Detto questo, credo che fare le cose con cura faccia due cose molto importanti. Da un lato salva noi stessi: Simone Weil, una grande pensatrice del Novecento, diceva che ogni volta che facciamo qualcosa con cura distruggiamo il male che è in noi. Credo davvero che ogni volta che facciamo qualcosa con cura intanto curiamo noi stessi e la nostra presenza sulla Terra. Ma non solo: prestiamo un servizio al mondo, diffondendo bellezza e consapevolezza. Questo mi sembra fondamentale, e io cerco di farlo attraverso le storie. Prima lo facevo attraverso il mio lavoro da educatore, adesso lo faccio attraverso la scrittura».

C’è stato un episodio in particolare, magari legato a un tuo libro, in cui hai detto: “Qui ho veramente creato bellezza”?

Fabio Geda: «Ho la fortuna di avere scritto un libro che è stato molto amato e tradotto, ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, e quel libro mi ha regalato tante volte sensazioni di quel tipo. Ti faccio un esempio: un giorno mi scrive sui social network un ragazzo di vent’anni, un ragazzo coreano di Seul. Mi dice: “Ciao, io sono in Egitto e sto lavorando con i richiedenti asilo per una ONG. Devo scrivere una relazione su questa mia esperienza e vorrei intervistare te ed Enaiatollah (il protagonista del libro, ndr), perché a Seul cinque anni fa ho letto la traduzione coreana del vostro libro. Prima di rientrare in Corea, vorrei passare a Torino a incontrarvi e a chiacchierare con voi”.
E quindi c’è stata questa cosa strana di un ragazzo coreano che, rientrando dall’Egitto, viene a Torino a incontrare uno scrittore e il personaggio di un libro, perché in qualche modo gli hanno indicato una possibilità di realizzazione nella vita.
Quando accadono cose così, dici: ok, in fondo sono riuscito a lasciare il mio piccolo segno nella vita di qualche persona».

A cura di Alessandro Caprio