di Alessandro Caprio
Si definisce un poeta di strada, Franco Arminio, di quelli che non han paura di portare i versi al bar, magari dicendo una poesia al barista prima di ordinare il solito caffè, o perfino dal benzinaio.
Forse è anche per questo che a riempire le sue serate sono soprattutto persone comuni, non necessariamente esperte di letteratura, che si lasciano coinvolgere pian piano, tra letture di poesie e buona musica, ripercorrendo magari qualche tappa dei suoi racconti di ‘paesologia’. Il termine l’ha coniato proprio lui, significa non solo riscoperta dei piccoli borghi dell’entroterra, ma rappresenta anche la proposta di riposizionare gli italiani sul proprio territorio, in un modo un po’ più equilibrato di oggi.
Arminio è a Rimini in occasione di ‘Un Ecomondo di poesia’, iniziativa promossa dal magazine Sapereambiente, in sinergia con Petroltecnica-Wolftank Group, dov’è stato presentato anche il progetto Poetry Village, format culturale nato a Roma e che sbarcherà presto anche a Rimini. Gli abbiamo fatto qualche domanda prima dello spettacolo.
Lei ha detto che “la poesia, è la tecnologia più antica che abbiamo a disposizione, ma anche quella con più futuro”. Perché?
Franco Arminio: «Perché la poesia è uno strumento umano molto sofisticato. Ci fa andare nel piccolo e ci permette persino di immaginare l’immensità di un buco nero. È una sorta di ginnastica della mente che si estende e ci accoglie, ci allarga e ci stringe, aiutandoci a mettere a fuoco. L’uomo del futuro deve essere centrato, ma anche decentrato: legato al luogo intimo, radicato, ma al contempo cosmopolita. È il concetto dell’“universo paese”, e la poesia aiuta proprio ad assumere questa postura.»
Qual è la responsabilità delle parole? Possono avere una funzione di disarmo rispetto alla violenza verbale che viviamo in questo periodo?
«Oggi ci troviamo in un vero e proprio diluvio: se si sommano le parole dette in un solo anno sui social, dove tutti quotidianamente parlano, usiamo più parole di quante se ne pronunciassero in trenta secoli. Eppure la parola è ciò che gli uomini hanno inventato per dirsi le cose ed è ciò che ci differenzia dagli altri esseri. Chi fa un buon uso delle parole si ammala anche di meno: la parola è importante un po’ come la mano dell’uomo che guarisce il corpo di una persona. La poesia ha l’ambizione di essere una parola che agisce come un farmaco. Dovremmo parlare e accogliere parole che vengano un po’ dal silenzio, al di fuori di questo diluvio universale che non è di acqua, ma di parole.»
Lei definisce la poesia più come uno strumento di ricucitura che di rottura, perché?
«Sì, e questo vale per la poesia, per il teatro e per il cinema. Un tempo il mondo andava in una certa direzione e l’arte aveva quasi il compito di mettere un granello di polvere nell’ingranaggio per interrompere quel flusso. Oggi che è già tutto rotto, l’arte è chiamata ad avere la forza di una stretta di mano, un esercizio di orientamento e di raccoglimento attorno a una parola o a un film. Gesti storici di rottura, come il taglio della tela o l’imbrattare la tela oggi non hanno più senso. La poesia oggi è come un sarto che cuce degli stracci per provare a fare una pezza.»
Nell’ambito della paesologia, un’altra sua definizione particolarmente efficace è quella di “autismo corale”. Come si spezza questo grande male della solitudine?
«Nel mio ultimo libro ho corretto l’espressione “autismo corale” sostituendola con “isolamento corale”. La solitudine e l’isolamento sono il grande male dell’umanità occidentale. Viviamo in una società che promette connessioni e relazioni, ma che in realtà produce solitudine. In un mondo piombato nell’individualismo non si passa da un giorno all’altro alla comunità vera e propria. Le comunità provvisorie, come ad esempio un festival, o la stessa fiera Ecomondo, rappresentano uno stato intermedio tra l’individualismo e la comunità vera e propria, funzionando come un vero e proprio esercizio di riabilitazione per rimettere insieme le persone.»
Il mestiere di scrittore viene spesso visto come un’attività individuale, mentre lei testimonia un po’ l’opposto: è sempre in mezzo alla gente, come mai?
«Mi definisco poeta di strada proprio nell’idea originaria in cui un tempo i poeti stavano fisicamente in mezzo alla gente.»
Passando alla sua passione per la “paesologia”, ha avuto modo di conoscere i paesi dell’entroterra riminese? Come vede la situazione di questi borghi?
«Li conosco e ci sono stato varie volte. I paesi dell’entroterra soffrono perché i giovani subiscono la spinta delle città della costa e della pianura (come Rimini, Cesena, Modena) dove trovano lavoro. Tuttavia dobbiamo aggiornare la nostra idea dei paesi di montagna: tendiamo a percepirli come molto più isolati di quello che sono in realtà, mentre la montagna è a due passi da ogni città. Servirebbe un’architettura sanitaria e della mobilità a lungo termine, che permetta alle persone di abitare in città, in paese o in campagna, riposizionando gli italiani sul territorio. L’Italia non ha una popolazione numerosissima e ci potremmo risistemare meglio, ma la politica oggi lavora solo sull’immediato.»
C’è un paese in particolare dell’entroterra riminese che l’ha colpita?
«Ci sono centri più grandi come Santarcangelo, ma io simpatizzo molto per i paesi piccolissimi. Dico sempre che dove non c’è partita IVA si va a rifugiare il sacro, perché il sacro non ama il commercio e non ama le fatture.»

