San Francesco in cinemascope. Come Hollywood ha raccontato il “poverello di Assisi” – su youtube

Fino al 10 gennaio 2027 si ricorda il “Transito” di San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della sua dipartita terrena avvenuta nel 1226. Un anno giubilare speciale che permette di focalizzare l’attenzione sul Santo e sul suo operato, sul suo messaggio e sulle sue scelte austere, ancora oggi coraggiose e controcorrente in una società dominata dal materialismo e dall’edonismo.

Per riflettere sulla figura del “poverello di Assisi” anche il cinema può essere d’aiuto, con tutti i pro e i contro del caso, visto che un’opera cinematografica difficilmente riesce a condensare l’enorme carico spirituale di Francesco (per quello è bene qualche pellegrinaggio nei luoghi francescani, dedicando un po’ di tempo allo spirito). La scelta è ampia, a partire dai primi approcci del cinema dei primordi con versioni del 1911 (“Il poverello di Assisi” di Enrico Guazzoni) e del 1918 (“Frate Sole” di Ugo Falena), passando per il “biopic” messicano “San Francisco de Asis” diretto da Alberto Gout nel 1944, “Francesco, giullare di Dio” di Roberto Rossellini, con attori non professionisti e presenze consolidate del cinema italiano come Aldo Fabrizi, con collaborazione di Federico Fellini e Brunello Rondi alla sceneggiatura (1950), i due film diretti da Liliana Cavani (così attenta alla figura di Francesco che ha realizzato anche una mini serie tv nel 2014), quello del 1966 con interprete Lou Castel e quello del 1989 con Mickey Rourke nei panni del Santo e Helena Bonahm Carter nelle semplici vesti di Chiara, il kolossal di Franco Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna” del 1972, con la sua colonna sonora indimenticabile, composta da Riz Ortolani e con le canzoni più note, in particolare il tema principale del film, firmate dal cantautore Donovan per la versione inglese ed interpretate da Claudio Baglioni nella versione italiana (il film tornerà in sala in ottobre in versione restaurata) e, in tempi più recenti “Il sogno di Francesco” di Renaud Fely e Arnaud Louvet con Elio Germano (2016) e l’intrigante “Chiara” di Susanna Nicchiarelli (2022) che affida alla Santa (interpretata da Margherita Mazzucco) il racconto di quegli anni, inserendo anche la figura di Francesco, con una consulenza preziosa per la stesura della sceneggiatura, quella di Chiara Frugoni, scomparsa proprio nello stesso anno di uscita del film, medievalistica e massima esperta della figura del Santo.

Ma lo sguardo oggi si sofferma su un progetto curioso, l’unico film dedicato al Santo realizzato da una major hollywoodiana, nello specifico la Twentieth Century Fox che nel 1961 affidò la regia di “Francesco d’Assisi” a Micheal Curtiz, regista di comprovata fama (tanto per gradire, sue le regie di capisaldi del cinema avventuroso come “Capitan Blood” del 1935 e “La leggenda di Robin Hood” del 1938, entrambi con Errol Flynn, Olivia de Havilland e Basil Rathbone, un punto fermo della filmografia come “Casablanca” del 1942 con Humprey Bogart e Ingrid Bergman e ancora qualche musical, da “Ribalta di gloria” del 1942 con James Cagney,  “Notte e Dì” con Cary Grant del 1945 e “Bianco Natale” con Bing Crosby e Danny Kaye del 1954, senza trascurare un “drammone” a tinte “noir” come “Il romanzo di Mildred” del 1945 con Joan Crawford), di origini ungheresi (nacque a Budapest nel 1886) con il suo primo vero nome, Manó Kaminer (poi modificato nel 1905 in Mihály Kertész, nome d’arte che utilizzò per le sue prime regie in Ungheria per poi emigrare nel 1926 negli Stati Uniti, notato dal produttore Jack Warner che lo volle ad Hollywood), rivelatore delle sue origini ebraiche.

Realizzato in Cinemascope, il formato panoramico brevettato proprio dalla Fox nel 1953 (il primo film in questo formato fu “La tunica” di Henry Koster con Richard Burton, 1953) e con uno sfavillante Technicolor nel sistema Color Deluxe, il film vede come interprete principale Bradford Dillman che, nonostante in questa occasione vestisse il saio del Santo, ebbe una carriera caratterizzata da ruoli malvagi, con una memorabile interpretazione premiata a Cannes (ex aequo con Dean Stockwell, suo partner nel film) in “Frenesia del delitto” di Richard Fleischer (1959). Accanto a lui una bionda Dolores Hart per Chiara d’Assisi, attrice che nel 1964 abbandonò la carriera cinematografica (affiancò Elvis Presley in “Amami teneramente” del 1957 nel quale ebbe l’onore di baciare per prima in un film il popolare divo cantante) e televisiva per seguire la sua vocazione religiosa, ritirandosi in un monastero e ancora Stuart Withman nel ruolo di Paolo di Vandria, amico e poi antagonista, anche da un punto di vista sentimentale, visto che è invaghito della bella Chiara, di Francesco del quale non comprende la scelta di dedicarsi completamente a Dio, salvo ravvedersi negli ultimi momenti di vita del Santo e Pedro Armendáriz nelle vesti del Sultano. Produzione di un certo spessore per una biografia romanzata, tratta da un romanzo dello scrittore cattolico ungherese naturalizzato britannico Louis de Wohl (“Il gioioso mendicante”), racconto sintetico (anche troppo) che salta alcune celebri pagine (tipo la rinuncia delle vesti in pubblico davanti al padre) per concentrarsi su alcuni episodi che tracciano la vocazione e il percorso di Francesco, fino alla morte dopo aver ricevuto le Stimmate.
Un classico film “didattico” sulla falsariga dei tanti film a carattere religioso che si producevano nella “mecca del cinema” in quegli anni, di stampo popolare, certo spesso semplificati, ma non da trascurare, pur nelle loro ingenuità e superficialità di fondo. Non ebbe molto successo in sala (il produttore Plato Skouras diede la colpa dell’insuccesso alla mancanza di appoggio da parte della Chiesa Cattolica e alle recensioni poco favorevoli) e alla prima del film all’attore protagonista, da poco divorziato, fu negato l’ingresso in compagnia della sua nuova fidanzata, poi moglie, Suzy Parker, con il responsabile della promozione che tuonò contro il divo riferendogli che “i santi vengono da soli”.
Riprese quasi tutte in terra italica, iniziate il 28 ottobre 1960, cinque mesi di lavorazione funestati da ritardi produttivi e disorganizzazione, con il regista che indicò il film (la sua penultima fatica, morirà nel 1962 durante le riprese de “I comancheros”, terminato da John Wayne, non accreditato alla regia) come uno dei più difficili della sua carriera. Esterni realizzati ad Assisi (anche se in una scena viene mostrata parte della Basilica che ovviamente non esisteva all’epoca di Francesco), Perugia, Bevagna e Lazio (da un punto di vista scenografico il film ha una sua buona dose di realismo ed attendibilità, a parte alcune “scivolate” come una taverna, anzi “taberna”, un po’ posticcia), doppiatori “di lusso” per la versione italiana (Nando Gazzolo, Rita Savagnone, Pino Locchi) e maestranze italiane con in testa il direttore della fotografia Piero Portalupi (che ha lavorato come direttore di seconda unità in kolossal come “Ben Hur”, “Cleopatra”, “Il cardinale” e “Il tormento e l’estasi”) e il compositore Mario Nascimbene (diversi film musicati per Rossellini e anche autore della colonna sonora de “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini, film, come noto, girato a Rimini nel 1972), con cori “angelici” sui titoli di testa suggellati dalle immortali immagini degli affreschi del ciclo giottesco ad Assisi.

Paolo Pagliarani