Ma un uomo che viene eletto papa, nella sua vita ha anche studiato per diventare papa? Forse è una domanda impertinente, perché Giovanni Paolo II se ne stava beato coi suoi giovani a Cracovia, Benedetto XVI studiava e basta, e voleva continuare a farlo, Francesco non ci pensava proprio. Robert Francis Prevost, nel mezzo del cammin di sua vita, all’età di 46 anni, è stato chiamato ad un mestiere, Priore dell’Ordine degli Agostiniani, che con gli occhi del poi, appare davvero come un corso di formazione professionale in vista dell’ascesa al soglio pontificio. Il Santo Padre, che la prossima settimana sarà a Rimini, ci perdonerà per l’inusitata domanda che ci siamo posti.
Si veda però il poderoso volume Liberi sotto la grazia (un titolo che più agostiniano di così era difficile trovarlo) mandato in stampa nelle settimane scorse dalla Libreria Editrice Vaticana. Vi sono stati raccolti gli interventi (discorsi, omelie, lettere, circolari) da lui tenuti durante gli anni del suo Priorato, ovvero dal 2001 al 2013. Un lungo periodo, due mandati, vissuti mentre sul soglio di Pietro si sono succeduti Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Gli interventi sono stati pronunciati in ogni parte del mondo: 6 in Africa, 12 in America, 10 in Asia, 25 in Europa, 25 a Roma (la sede dei suoi uffici di governo); 3 in Oceania. In dodici anni ha quindi avuto l’occasione di girare il mondo in lungo e in largo, incontrare tante persone e autorità ecclesiastiche, conoscere situazioni ecclesiali locali le più diverse. Questa eccezionale esperienza della Chiesa universale in una età così giovane lo ha certamente formato alla capacità di reggere oggi i destini della Barca di Pietro scossa da molte tempeste. Ci sia consentito: ha studiato da Papa!
Scorrendo le pagine, si incontrano certi tratti della personalità di Leone XIV che abbiamo imparato a conoscere. Vediamo il primo: l’amore per il carisma agostiniano vissuto con la consapevolezza che esso deve essere un dono per tutta la Chiesa, soprattutto per la sua dinamica missionaria. Prevost (Leone) è un innamorato di Agostino, ma non è un innamorato di un proprio particolare, è innamorato di un carisma che ha dato molto alla Chiesa e molto può ancora dare anche oggi.
Un’altra caratteristica: la coscienza che stiamo vivendo in un cambiamento d’epoca e in questo mondo nuovo siamo chiamati a testimoniare l’attrattiva di Cristo. Non a caso il sottotitolo del volume è: Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia. Il mondo è secolarizzato? «Eppure le donne e gli uomini di oggi hanno la stessa sete di Dio, se non più grande, rispetto al passato». Sembra – è giudizio diffuso – che nel mondo occidentale Dio abbia sempre meno spazio: «E’ davvero così? Dio è morto, o siamo noi credenti ad averlo lasciato morire? Da cosa dipende il processo di secolarizzazione e di scristianizzazione della società occidentale? Dalla poca autenticità della nostra vita cristiana?» Non ci sono tempi buoni o tempi brutti perché, dice Prevost citando Sant’Agostino, “Noi siamo i tempi”. Una frase felicissima che dice con efficacia che l’avvenimento cristiano è un Presente.
Lui è stato eletto Priore il 14 settembre 2001 (il giorno del suo compleanno!) e tre giorni prima c’era stato l’11 settembre. Un evento di cambiamento epocale a cui con frequenza richiamava i confratelli. In una lettera del novembre 2002, con l’eloquente titolo La testimonianza è portare Dio nella storia, scrive: «L’11 settembre abbiamo ricordato i fatti che accaddero un anno fa a New York, mentre molti di noi si trovavano riuniti nel capitolo generale. Senza dubbio in quella circostanza il mondo rimase profondamente scosso dalla violenza e dall’odio».
In molti documenti emergono giudizi interessanti sulla dinamica della vita cristiana: «Nel mezzo di storie molto umane, Dio si rivela. Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo».
In altri passaggi emerge il maestro che sprona i suoi fratelli; «Siamo chiamati ad essere profondamente “umani” in mezzo ma una società che viene sperimentata da molti come inumana»; «Dobbiamo essere testimoni di Dio e della nostra fede in mezzo a un mondo secolarizzato, la gente cerca testimoni viventi che incarnino il Vangelo». In questo passaggi cita il cardinale Suhard, il primo che nel 1949 parlò di fine della cristianità: «Dare testimonianza è vivere in maniera tale che sarebbe inspiegabile se Dio non esistesse»..
Si è detto giustamente che, nella differenza dei temperamenti e della postura umana, ci sono molti elementi di continuità fra Leone e Francesco. Uno dei punti di contatto è l’amore per i poveri. Prevost nel 2012 osservava: «La vita di Gesù iniziò e si concluse con i poveri. Egli nacque, visse e morì in umili circostanze. Predicò a tutte le genti e si mise a mensa con gli esclusi; morì accanto a dei ladri. Mise in discussione i ricchi e i potenti. Ai primi disse: Dovete cambiare vita. E il messaggio delle beatitudini ci richiama costantemente: Beati i poveri!».
Compiuta questa premessa (quasi una poesia più che un’omelia), si pone alcune domande: «quanto siamo disposti a lasciarci rinnovare dai poveri? Siamo disposti ad accoglier la sfida che essi rappresentano – e la chiamata a servirli – fino a mostrare apertura a vivere con loro e a permettere che condividano con noi la loro vita e la loro fede?». Domande ficcanti che ricorrono spesso nel volumone di 546 pagine, sia a proposito dei poveri che di altre questioni.
Papa Leone non leggerà mai questa recensione, ma è comunque il mio grazie e il mio abbraccio per la sua visita al Meeting e a Rimini.
Valerio Lessi

