“me al largo / sospinge ancora il non domato spirito” (U. Saba) Alla ricerca di mondi nuovi

Tra i tanti viaggi che l’uomo sogna di fare, quello più straordinario è il viaggio di Ulisse, l’eroe del “folle volo”. Ulisse è il personaggio leggendario che Dante incontra nel XXVI Canto dell’Inferno. Parla della sua Itaca, dell’amore per Penelope, per il suo vecchio padre e per il figlio Telemaco. Ma soprattutto racconta del desiderio di ripartire dalla sua terra natale per affrontare il mare e tentare nuove esperienze in territori mai attraversati.
In questa puntata di Caravan parliamo di viaggi, di scoperte di luoghi impossibili, di nuovi mondi lontani. Il viaggio è allegoria dell’esistenza, ma anche dell’esilio, e rappresenta la condizione dell’uomo lontano dalla sua vera patria e lontano dalla Felicità del Bene ultimo. Il viaggio è la rappresentazione dell’arduo cammino per trovare la “diritta via” la quale, smarrita nella “selva oscura”, può essere raggiunta attraverso la ragione, o la conoscenza, e la speranza di trovare qualcosa di bello e di buono in quel “mondo nuovo”.

Se penso al “mondo nuovo” non posso fare altro che incontrare per prima  una musica che ha tutto ciò nel titolo, e poi nel suo farsi scoperta dell’Inconosciuto: la Sinfonia n. 9 in Mi minore, Op. 95, nota come “Dal Nuovo Mondo”, composta da Antonín Dvořák nel 1893.
Antonín Dvořák (1841-1904) è stato un grande compositore ceco. Insieme a Bedřich Smetana e Leoš Janáček fu uno dei massimi protagonisti della musica boema del XIX secolo.

Dvořák compose questa sinfonia durante un periodo di grandi cambiamenti personali e storici. Nel 1892 Dvořák va a New York per assumere la carica di direttore del Conservatorio Nazionale di Musica d’America. La fondatrice del conservatorio, Jeannette Thurber, voleva che Dvořák aiutasse a creare una “musica classica nazionale americana”. Il compositore rimase affascinato dai paesaggi vasti e dalle culture che incontrò negli Stati Uniti.

Dvořák, per 3 anni sarà alla guida del conservatorio newyorkese e prende sul serio l’idea di creare una “scuola americana”, un qualcosa che avesse ripercussioni a lungo termine. Chiaramente verrà travolto, trascinato anche lui dalle melodie popolari del nuovo mondo e scrive, per l’appunto, la Sinfonia n.9 “Dal Nuovo Mondo”. Ma che tipo di musica è?
Dvořák stesso ci dice: «Non basta che, la futura musica di questo paese, sia basata su quelle che vengono chiamate “melodie dei neri”. Queste, devono essere le reali fondamenta di qualunque scuola di composizione seria e originale che sarà fondata negli Stati Uniti… Tutti i grandi musicisti hanno attinto alle canzoni della gente comune. Il più affascinante scherzo di Beethoven si basa su quella che adesso potrebbe venir considerata una melodia nera abilmente trattata…Nelle melodie dei neri d’America, ritrovo tutto ciò che serve a una grande nobile scuola musicale. Sono toccanti, passionali, solenni, religiose, coraggiose, allegre, festose o quello che preferite…»
Questo articolo apparve sul New York Times il 21 maggio del 1893. Dvořák con queste sue affermazioni, non incitò soltanto i compositori bianchi ad utilizzare materiale melodico della tradizione afroamericana o indiana, incoraggiò anche i musicisti neri a spingersi nella composizione. Un suo allievo, il cantante/compositore afroamericano Harry T. Burleigh, aveva trascritto alcune melodie di circa 200 Spirituals e le fece conoscere a Dvořák.

La sinfonia, per una di quelle conversioni proprie soltanto alle cose dell’arte, restringe la sua azione poetica in una regione situata nelle zone più intime dell’animo del compositore; il quale, mentre arricchisce il vocabolario con termini nuovi, lo depura e lo “scarnifica” (mentre ascolta spirituals e melodie dei pellerossa) e ne ritrova gli accenti comuni con la sua Boemia. Mentre crede di scoprire l’America , Dvořák riscopre se stesso.
L’opera è divisa nei classici quattro movimenti, ognuno con un carattere unico.
Adagio – Allegro molto (Primo movimento): Introduce l’energia del Nuovo Mondo, interrotta da temi malinconici.
Largo (Secondo movimento): È il cuore emotivo della sinfonia. Il famoso assolo del corno inglese evoca spazi aperti e un profondo senso di solitudine.
Scherzo: Molto vivace (Terzo movimento): Ispirato alla danza dei nativi americani descritta nel poema La canzone di Hiawatha di Henry Wadsworth Longfellow.

Antonín  Dvořák, Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo” (1893)

Vent’anni fa uscì un film del regista americano Terrence Malick. “The New World – Il Nuovo Mondo”. Si racconta degli eventi legati alla fondazione dell’insediamento di Jamestown, in Virginia, nel 1607 ispirandosi ai personaggi storici del capitano John Smith, di Pocahontas della tribù Powhatan e dell’inglese John Rolfe. Pocahontas è il Nuovo Mondo, fresco, solare, accogliente, non pericoloso in sé ma in quanto conteso fra culture diverse. È Amore che verrà tradito dall’europeo in cerca di nuovi territori (Smith si chiede: “Ricominciare o no con il Nuovo Mondo?” e opterà per il rifiuto della purezza), che troverà il compromesso con chi lo sa rispettare e, anche se tardi (dopo tanta sofferenza), saprà convivere con il proprio passato. 
Per me un film arcano, magico, aurorale. Una sinfonia visiva di ancestrale bellezza, una partitura cinematografica di gloriosa, stupefacente suggestività. The New World mette in scena uno sguardo capace di mostrarci le cose come se le vedessimo per la prima e insieme l’ultima e le spinge, per così dire, al punto di non ritorno, facendole letteralmente esplodere. La meraviglia e l’incanto abitano ogni inquadratura, attraversano ogni immagine, fecondano ogni fotogramma. L’intero film pare animato dallo spirito che la voce di Pocahontas invoca nell’incipit: “Vieni Spirito, aiutaci a cantare la storia della nostra terra”.

Non c’è sequenza che riproduca una singola azione nella sua durata naturale, il tessuto cronologico viene squarciato alla ricerca del senso segreto che lo innerva. La cinepresa sorprende il movimento sinuoso di un serpente d’acqua, scruta l’elegante incedere di un ragno, indugia su una siepe perfettamente tagliata che lascia intravedere i rami contorti al suo interno: la verità non è mai dove si presenta con i caratteri dell’evidenza, va cercata, scovata, trovata. “Dove? Non morirò finché non avrò trovato”.
Uno dei momenti più ispirati del film, l’incontro tra il capitano John Smith e Pocahontas, è raccontato oltre che con le immagini anche con la straziante e sublime musica di Mozart, l’Adagio dal Concerto per piano e orchestra n.23 . Ecco un modo per creare ispirazione e scoprire una meravigliosa copula tra immagini e note.

Terrence Malick, da “The New World-Il Nuovo Mondo”, estratto dal film (2005)

Wolfgang Amadeus Mozart, Concerto per piano e orch. N. 23: II. Adagio

The Unanswered Question del compositore americano Charles Ives (1874-1954) è una musica che scopre nuovi mondi. Fu composta per tromba sola, un gruppo di legni e un’orchestra d’archi. Ives separa anche spazialmente i tre elementi, che nello svolgersi del pezzo procedono autonomamente.
Gli archi eseguono una lenta e dolce sequenza circolare di accordi che si ripete senza tregua, con leggere variazioni. Su questo sfondo si distingue la tromba, che sovrappone la propria “domanda”: una frase ripetuta di sei note.

Ives disse che la tromba rappresentava “il perenne interrogativo sull’esistenza”, mentre gli archi evocavano “il silenzio dei Druidi, che non sanno, non vedono e non odono nulla”. A ogni entrata, tranne l’ultima, i flauti (le “risposte contrastanti”) replicano con una libera polifonia creata da diversi esecutori; tuttavia, mentre la tromba rimane invariata, i legni accelerano, aumentano di volume, diventano più agitati e dissonanti, arrivando infine a tacere, laddove la domanda risuona un’ultima volta contro la quiete enigmatica degli archi.
Questo brano di inquietante bellezza rappresenta perfettamente l’atteggiamento dell’uomo desiderante, che intraprende misteriosamente l’esplorazione di spazi sconosciuti alla sua anima.

Charles Ives, The Unanswered Question, 1906

Mauro Bianchi