photo Roberto Masi
Per approfondire il tema, abbiamo interpellato il vescovo di Rimini Niccolò Anselmi che, malgrado gli intensi preparativi, ci ha concesso un’intervista.
Partirei chiedendole come la diocesi di Rimini e l’intera città stiano attendendo questo evento. Ovvero, che chiesa e che città troverà il papa nella sua visita? Quali le attese, quali i dolori, quali le domande presenti oggi a Rimini?
Arrivato qui oramai da tre anni, devo dire che ho trovato una chiesa viva, sia per la presenza di sacerdoti, diaconi e ministri, sia per un associazionismo vivace e anche numericamente consistente. Certo, Rimini risente parecchio del secolarismo e tanti si sono allontanati dalla fede. Ho però la netta sensazione che vi sia una sorta di “nostalgia spirituale”. Se da un punto di vista culturale prevale una distanza dalla Chiesa, un’estraneità in particolare su alcuni temi, al contrario noto che interessa molto come vivono i cristiani, come si muovono, come affrontano i bisogni, sia di chi è ultimo e dunque l’attività legata al mondo della carità, sia quelli interiori ed esistenziali, che chiamerei bisogni spirituali.
Credo che il papa incontrerà un’umanità ferita di fronte alle domande che inevitabilmente la vita pone a tutti e penso che la sua visita potrà rendere più evidente la possibilità di una vita nuova, che i cristiani portano e che consiste nel far prossima a tutti la presenza di Dio, un Dio capace di rispondere a quella ferita.
E per Niccolò, personalmente, come uomo? Lei come attende questa visita?
Il papa – i papi della mia vita, Leone, Francesco – per me hanno una rilevanza teologica. C’è come una catena che collega il papa a Pietro e Pietro a Cristo. Papa Leone è il 267esimo successore di san Pietro. Lo abbiamo reso in immagine anche nei nostri manifesti: dietro alla grande foto del papa c’è l’immagine di Pietro e Gesù. Desidero che questa visita rinforzi il mio sentirmi in comunione con lui e, tramite lui, con Cristo. È vero che ogni vescovo è punto di riferimento per la sua diocesi ma il papa esprime l’unità di tutta la chiesa con Cristo. Questo carisma cattolico indica una speranza di unità per tutto il mondo. Oggi l’unità universale della chiesa attorno al papa è quanto mai desiderabile, necessaria, per il mondo intero. Vedo, infatti, un mondo diviso, non solo per la guerra, ma in ogni ambito. È così difficile costruire rapporti e prevalgono messaggi di divisione (penso ai migranti che, prima di essere regolari o irregolari, sono invece nostri fratelli). Questi messaggi di divisione, di paura dell’altro, portano poi a quella tristezza e sofferenza interiore di cui dicevo prima.
Ecco, noi ci troviamo con il papa per testimoniare che una unità tra gli uomini è possibile. D’altro canto papa Leone XIV ha scelto come motto la frase di S.Agostino «In Illo uno unum» (Nell’unico Cristo siamo uno) e io stesso, come vescovo di Rimini, ho scelto la frase evangelica “Ut unum sint” (che siano una sola cosa).
A questo proposito, il papa viene a Rimini durante la settimana del Meeting che visiterà nel pomeriggio. Ed è il “Meeting per l’amicizia tra i popoli”. Che significato ha per lei e per la chiesa riminese la presenza del Meeting di Comunione e Liberazione, e cosa pensa dell’attenzione che prima Giovanni Paolo II ed ora Leone XIV hanno dimostrato nei suoi confronti?
Il Meeting è indubbiamente un’esplosione di bellezza enorme, una bellezza che definirei attrattiva, e che nel panorama nazionale, ma anche internazionale, non ha pari. Questo perché riesce in un compito non facile e che altri non sono in grado di fare: realizzare una riflessione profonda, culturalmente valida, e renderla attraente, dando vita a un incontro vero tra le persone. Non vedo altri ambiti capaci di questo e lo dico con tristezza perché ce ne vorrebbero tanti di Meeting e tanto del lavoro che lo precede e lo segue. Va dunque valorizzato in tutti i modi, perché tiene aperte questioni fondamentali che arrivano a tante persone. Per questo, credo, ben due papi hanno voluto presenziarvi.
Possiamo dire che il Meeting svolga quel lavoro culturale che sembra invece così difficile nel mondo cattolico e non solo?
Il lavoro culturale è da fare e non si può rinunciarvi ma oggi è un compito difficile. Complici i social e tanti altri fattori, ognuno sembra che abbia la propria verità e non ami metterla in discussione, quanto piuttosto contrapporla. Per questo credo che si incontri il mondo in via privilegiata tramite la risposta a chi ha bisogno e la risposta al proprio dramma esistenziale. Detto questo, però, dobbiamo ricordarci che Cristo ha illuminato l’uomo integrale. Per questo è importante arrivare a formulare una cultura. Non si può abbandonare o cedere su questa strada. Anche perché la cultura non sono solo i libri ma è un modo di vivere e questo riguarda tutti.
Qual è il fine dunque di una cultura cristiana?
Credo sia la risposta al desiderio per cui l’uomo è fatto: la felicità. Dio ci ha creato perché possiamo essere felici, perché possiamo vivere nella pienezza. E questo è possibile costruendo una unità e fraternità tra gli uomini, di cui, come dicevo, la cattolicità della chiesa attorno al papa è un segno e una possibilità.
Questo è il grande compito che dobbiamo riscoprire in questo momento insieme a papa Leone: superare divisioni ideologiche, steccati, pregiudizi e ritrovare una prossimità. Occorre che i cristiani costruiscano un luogo dove l’uomo possa essere accolto e possa dire: qui sto bene, qui sono io. E di lì ripartire per vivere una vita buona.
Emanuele Polverelli

