L’horror corre sul web. Analisi di “Backrooms”, film nato dalla rete – al cinema

Sapete cos’è un “creepypasta”? I più “navigati” della rete (che piaccia o no, oggi ci dobbiamo fare i conti) sanno benissimo che si tratta di “leggende metropolitane” scaturite all’interno del web e divenuti veri e propri fenomeni di costume tra i giovanissimi (e non solo), comunità sotterranee ed invisibili che cercano di addentarsi in sfide come “Slender Man” (gara online per creare immagini spettrali con Photoshop) e storie come “Spire in the Woods” (una vicenda che mescola leggende e salute mentale) e “My Wife and I Bought a Ranch” (l’acquisto di una fattoria che crea storie spaventose), racconti nati sulle pagine di Reddit, ora acquisite rispettivamente dalla Amblin di Steven Spielberg e dalla piattaforma Netflix per produrre film o serial.

Ma prima di tutti l’ha spuntata A24, la casa di produzione e distribuzione specializzata in storie horror fuori dal comune, non sempre di livello eccelso, ma comunque in grado di farsi sentire nel mercato (ci sono loro, ad esempio, dietro a “The Substance”, modesto body-horror che ha rilanciato le sorti cinematografiche di Demi Moore che per la sua interpretazione ha vinto un Golden Globe ed è stata nominata all’Oscar per la prima volta nella sua carriera) acchiappando il fenomeno della rete Kane Parsons (su YouTube noto come Kane Pixels), classe 2005, un giovanotto che a 16 anni nella sua cameretta ha creato sul computer con il software Blender il curioso serial “Backroooms”, ora film di grande successo che al suo primo fine settimana in Italia ha raccolto più di 95.000 spettatori con il primo posto in classifica scalzando i campioni del momento ovvero “Michael” e “Il diavolo veste Prada 2”.

Di cosa si tratta? Nel 2019 sul sito 4chan, luogo dove è possibile inserire immagini senza nessun tipo di filtro (una di quelle cose che fanno parte del lato più oscuro della rete ed è sempre meglio trattare con attenzione, soprattutto per quanto riguarda i più giovani), appare una foto sbiadita di una stanza con carta da parati gialla, vuota, con luci al neon ed un senso di inquietudine che fa esplodere la corsa alla ricerca del luogo effettivo (scoperto in un negozio del Wisconsin) da parte del popolo del web, creando ed alimentando tutta una serie di dichiarazioni a catena che creano storie fantasiose sul luogo ed altri luoghi similari. Un susseguirsi di vicende con molti che giurano di essere stati coinvolti in esperienze similari trovandosi in stanze in realtà mai esistite, perché la storia ci insegna che basta poco per suggestionare la folla (ricordate la famosa burla radiofonica di Orson Welles che fece credere all’America intera che il paese era sotto attacco marziano quando in realtà stava effettuando una lettura del romanzo “La guerra dei mondi” di H.G.Wells?).

Da quella foto e da quella esperienza collettiva è nata nel 2022 la popolare serie di cortometraggi apparentemente veritieri apparsa su YouTube, “Backrooms”, divenuta ora lungometraggio, diretto dallo stesso Parsons, che sfrutta sia la tecnica del cinema con mezzi artigianali (in questo caso una videocamera di vecchia generazione, occhio anche ad altri materiali “vintage” presenti nel film come floppy discs e videocassette), la cosiddetta “found-footage” che ha fatto la fortuna sia della serie che di film “finto-realistici” come “The Blair Witch Project” (1999) e “Paranormal Activity” (2007), capaci di suggestionare (ed incassare al botteghino) spettatori di varie età convinti del realismo delle vicende narrate, sia atmosfere più ricche da un punto di vista estetico, raccontando la storia di un proprietario di un negozio di mobili, da tempo senza clienti e con il conto in banca in rosso, che trova sotto il suo magazzino una serie infinita di stanze, una più misteriosa dell’altra e nel suo tentativo di riuscire a svelare l’enigma di quel posto trascina la sua incuriosita psichiatra in un’esperienza terrificante.

Certo ci sono le modalità dell’horror classico (mostro “artigianale” compreso), ma in realtà è un film dalla narrazione complessa, più psicologico che raccapricciante, ed è proprio questo uno dei suoi punti di forza, rapportati agli aspetti più deboli dovuti alla lunghezza del tutto (100 minuti) che stride con l’immediatezza e il minutaggio ridotto e maggiormente efficace del web. Tra i labirinti ottici alla Escher e le modalità da rete che tanto appassionano coloro che passano la maggior tempo incollati ad un piccolo schermo, un fenomeno da analizzare, considerando anche il fatto che i due protagonisti principali non sono certo dei pivellini: lui è Chiweteel Ejiofor (tra i film da lui interpretati “12 anni schiavo”, i due episodi di “Doctor Strange” e “Bridget Jones: un amore di ragazzo”), lei Renate Reinsve, una delle attrici europee del momento, richiestissima dopo la sua nomination all’Oscar per la sua intensa performance in “Sentimental Value” (la vedremo prossimamente in “Fjord”, il film di Christian Mungiu che ha vinto recentemente la Palma d’Oro a Cannes) E visto che i vostri figli (del resto l’horror è terreno fertile per il pubblico dei teen-agers) saranno incuriositi dalla visione, dato anche l’inevitabile passaparola, tenete conto che è un film vietato ai minori di anni 14 e che non si tratta delle solite storie di paura con il mostro “babau” ma di un articolato racconto che può anche annoiare chi cerca emozioni facili ed immediate invece di atmosfere più mentali e psicologiche..

Paolo Pagliarani