“Il futuro è un bel posto dove stare”. Dialogo con Maria Letizia Guerra

“Chi vive con i giovani, diventa egli stesso giovane”. Il detto polacco che Giovanni Paolo II citava spesso, riferendolo a se stesso, vale di certo anche per Maria Letizia Guerra, Delegata all’Impegno pubblico dell’Università di Bologna, visto l’entusiasmo che trasmette quando parla di giovani, di ricerca universitaria, intelligenza artificiale e non solo. Con quest’intervista vogliamo partire in un viaggio per le istituzioni, appunto storiche, del mondo della cultura e dell’economia, per capire come la rivoluzione digitale le stia trasformando (oppure no). Approfittiamo della presenza di Maria Letizia Guerra alla presentazione dello Startup Weekend, che si sta svolgendo proprio in questi giorni a Rimini.

Come sta cambiando, e con che rapidità, un’istituzione millenaria come l’Università di Bologna di fronte alla rivoluzione digitale?

Maria Letizia Guerra: «L’Università di Bologna, che anche a Rimini ha il suo Campus, è l’università più antica del mondo occidentale, ancora aperta e attiva. Quello che la caratterizza è questa capacità di rivolgere il suo sguardo sempre alla società. L’università non è una torre d’avorio, ma alimenta una circolarità con la società con cui lavora tutti i giorni. E chi è la società per l’università? In primis i suoi studenti, poi le piccole e grandi imprese, le fondazioni, le banche, le associazioni e i cittadini. Oggi l’università ha mantenuto questa capacità di essere “ingorda” di tutto quello che arriva da fuori, di trasformare i linguaggi e i lessici, ed essere in grado di restituire la visione che le università devono avere: quella di innovare».

Che cosa vuol dire per l’università innovare?

Maria Letizia Guerra: «Vuol dire, per esempio, non rinunciare ad essere uno scrigno di conoscenza. Da noi trovi i più grandi progetti sull’intelligenza artificiale: a Bologna abbiamo il centro per l’intelligenza artificiale che è uno dei più importanti d’Europa. Vuol dire coniugare le nuove sfide della rivoluzione digitale con la dichiarazione di non rinunciare alla conoscenza, al fatto che per usare bene l’intelligenza artificiale serve un buon patrimonio di conoscenza. La rivoluzione digitale va sempre accompagnata a un bagaglio di conoscenze importanti che i giovani e i meno giovani devono avere. Mi spiego meglio: tu puoi avere il motore più supersonico che ti aiuta a scrivere testi, a elaborare concetti e a fare di tutto, ma se non lo corredi di un bagaglio di conoscenze significativo, quello è un lavoro sterile che non produce valore pubblico per il tuo posto di lavoro, per i tuoi vicini, per i tuoi studenti, per chiunque sia. Possiamo anche andare nei dettagli, perché le università oggi fanno anche quella che si chiama innovazione didattica».

Sì, facciamo qualche esempio.

Maria Letizia Guerra: «Noi oggi abbiamo, per esempio, il Centro per l’Innovazione Didattica. Che cos’è? È un centro dove i nostri ricercatori formulano delle nuove metodologie didattiche, perché non puoi spiegare ai ragazzi di oggi come spiegavi 60 anni fa, non puoi fargli gli stessi esempi. Andare nell’online non vuol dire solo questo; anzi, come sai benissimo, l’Università di Bologna ripudia la possibilità di fare lezioni esclusivamente online. Ma non puoi negare che oggi uno studente di archeologia, anatomia umana o zoologia tragga vantaggio dal non limitarsi a vedere un reperto in un museo, potendolo invece osservare in un rendering 3D. Se glielo hai digitalizzato, può ruotarlo e vederne tutti i particolari.

Questo vuol dire che studia la materia, ma vede anche l’oggetto del suo studio grazie alla rivoluzione digitale.

Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale generativa non va demonizzata. Quand’è, però, che ti permette veramente di crescere? Ti fornisce un panorama di informazioni, ma in quel panorama bisogna sapersi districare, muovere e capire se la fonte è valida oppure no. Certo, è un supporto, ma non andrà mai a prevaricare il bagaglio di conoscenze e, soprattutto, quella freschezza di pensiero critico e laterale che oggi i giovani hanno tantissimo, ma che a volte non diamo loro la possibilità di tirare fuori. Oggi, secondo me, l’aula didattica più innovativa non è quella dove si parla ininterrottamente per due ore. Ogni tanto io gli chiedo: “Ma voi cosa ne dite?” Quel “cosa ne dite?”, se glielo formuli bene, accogliente, inclusivo, non giudicante, stimola il ragazzo, che magari ha letto quello, ha fatto tante esperienza personali, magari è venuto alla Startup Weekend, ha visto tante cose, allora può dare un contributo! Noi dobbiamo aiutare i ragazzi ad avere la consapevolezza che hanno degli strumenti formidabili: studiano, lavorano – il lavoro ti fa acquisire tantissime conoscenze – utilizzano i social e le competenze digitali… Devono credere nel loro valore! Quando chiedo se qualcuno vuole intervenire, molti rinunciano pensando che diranno una sciocchezza, ma non è mai una sciocchezza. L’Università di Bologna si colloca al primato della ricerca nella rivoluzione digitale, ma cerca soprattutto di trasmettere un valore ai nostri giovani: non demonizzare, ma coniugare l’innovazione con l’impegno e la responsabilità nell’acquisire conoscenze robuste e valide. Queste conoscenze ti permetteranno di usare la nuova era digitale a tuo vantaggio, e non a vantaggio di qualcun altro. Quindi non siamo giudicanti come certi professori delle superiori che dicono “per carità, non la devono usare”; è inutile dirlo, la stiamo usando tutti».

Quand’è che la si usa bene allora?

Maria Letizia Guerra: «Quando si è esperti in un certo tema: se l’intelligenza artificiale dice un’inesattezza, chi ha un solido bagaglio di conoscenze se ne accorge subito. Secondo me, la formula vincente è fare in modo che la rivoluzione digitale diventi un’opportunità per valorizzare tre ambiti: quello che i ragazzi studiano, quello che vivono nel tempo libero con i loro amici e quello che amano. Alla prima lezione dico sempre: “Potete usare tutto, ma non dimenticatevi mai quello che studiate, quello che siete e quello che vi interessa”. Queste tre dimensioni ti fanno fare le scelte giuste e danno valore a chi sei. A cosa serve a un giovane prendere tutti 30 agli esami (che va benissimo, per carità!), se poi non lo aiutiamo ad avere altri interessi, se non gli batte il cuore per una gara di MotoGP, o se non valorizziamo la sua vita, per esempio facendo il boy scout, il cameriere, o il caregiver per la nonna? È proprio in questa era in cui gli strumenti digitali sembrano un po’ prevaricarti, che dobbiamo rassicurare i giovani, dicendo loro che non vengono prevaricati, ma che sono persone di grande valore».

Nella tua esperienza che cosa aiuta in questo? Che luoghi o che persone ti aiutano?

Maria Letizia: «Abbiamo bisogno di una comunità di adulti. L’ha detto in un certo senso anche Mattarella ieri (intervenendo al Politecnico di Milano, ndr): ha parlato dei giovani e della necessità di avere la capacità di stare ad ascoltarli, perché loro hanno molto da insegnarci anche nel modo in cui integrare questa rivoluzione digitale nella loro vita e professionalità. Io direi: iniziamo ad ascoltarli! Oggi tutti si lamentano che i giovani non parlano e non partecipano. Bene, mettiamoli nelle condizioni di farlo, in un ambito nel quale non si sentono giudicati e in cui sanno che quello che dicono ha valore. Gli abbiamo spiegato che noi adulti abbiamo sbagliato tante volte? Se creiamo queste condizioni, viene fuori la loro voglia di giocarsi un ruolo.
Il rischio di oggi è dire loro che con l’intelligenza artificiale non ci sarà più lavoro, che non si sa cosa devono studiare e che non potranno mantenersi. La grande sfida è fare una sorta di rivoluzione per porre al centro il valore dei nostri giovani. La scuola deve diventare un luogo di ascolto, non solo di orientamento e voti. La società dovrebbe organizzare iniziative in cui i ragazzi si sentano liberi di esprimere le loro paure e le loro esigenze. Tu, ad esempio, se conosci un diciassettenne, con chi dialoga? A scuola spesso non li fanno parlare per via delle spiegazioni e dei voti. Dovremmo trovare spazi in cui abbiano la parola e vengano ascoltati. Lo so che sembra utopico, ma oggi è un’urgenza sociale. Nessuno dice loro che hanno valore; sui giornali vengono spesso dipinti come nullafacenti o svogliati, ma non è così. Io li vedo il primo giorno di lezione: sono impauriti, ma sono splendidi. Se dai loro uno spazio, si impegnano. Abbiamo bisogno di una comunità di adulti che si faccia viva. Qui all’Università di Bologna abbiamo un approccio molto attento agli studenti: abbiamo il Consiglio Studentesco, che è un organo istituzionale, ed è una cosa tutt’altro che scontata. C’è un nostro delegato che passa ore a spiegare le pratiche agli studenti. Ma qui sono già grandi; secondo me questo esercizio di partecipazione deve iniziare prima, già alle scuole superiori, altrimenti i ragazzi diventano apatici. Le università, le scuole e la società intera devono impegnarsi a far comprendere ai ragazzi che il loro sguardo sul mondo è irrinunciabile per il benessere di tutti».

In una tua intervista, proprio ad una giovane, dicevi che “il futuro è un bel posto dove stare”, perché?

Maria Letizia: «Esatto. Quello è il mio mantra. Guardare loro significa pensare che il futuro sia un bel posto dove stare, perché se guardi la loro capacità di andare a fondo nelle cose e di estrapolarne il vero valore, ti rassicuri. È vero che ogni tanto, più che aiutarli, li ostacoliamo senza rendercene conto. Pensare che la soluzione educativa sia vietare l’uso del cellulare, per esempio, non ha senso».

Anche perché da una parte hai decine di professionisti ed esperti che lavorano sui social, dall’altra ci sono i giovani che non hanno certo gli stessi strumenti: è una lotta impari!

Maria Letizia: «Esatto. Ci sono milioni di persone che ci vivono su queste piattaforme e tu gli dici “non lo usare perché mamma e papà hanno deciso che ti fa male”. Piuttosto, valuta l’uso dei social inserendolo nella vita di una persona brava, che studia e ha degli interessi. Io, a scuola, al posto del voto di comportamento darei il “voto alla vita”. Che cosa fai tu fuori dalla scuola? Fai il boy scout? Aiuti tua madre, apparecchi la tavola? Suoni, fai sport, vai all’oratorio? Tutto questo vale quanto studiare!»

A cura di Alessandro Caprio