Torna a Rimini volentieri, da quando è rientrato in Italia, dopo essere stato per anni in missione a Taiwan. Don Emmanuele Silanos è un sacerdote della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo e attualmente è viceparroco.
Nelle scorse settimane è stato l’ospite d’onore della festa di fine anno della Karis School, poco più di un mese dopo aver condotto, sempre in fiera a Rimini, gli esercizi spirituali della Fraternità di CL. Lo abbiamo raggiunto in videcall per fargli qualche domanda, a partire dal tema dell’educazione oggi, fino alla visita del Papa a Rimini il prossimo agosto al Meeting.
Di recente, come è emerso anche in una delle tracce dell’esame di maturità, la sociologia ha coniato il termine “adultescenti” per descrivere quelle nuove generazioni di adulti che fanno fatica a prendersi le proprie responsabilità. Siamo davvero in una situazione così drammatica o c’è ancora speranza per chi ha la passione di educare?
Don Emmanuele Silanos: «È un’affermazione provocatoria, ma contiene senza dubbio degli aspetti di verità. Vedo molti giovani adulti, tra i 25 e i 35 anni, affetti da una sorta di “malattia dell’indecisione”, incapaci di prendere decisioni definitive per la loro vita. Questa è proprio una caratteristica tipica degli adolescenti, a cui manca ancora una libertà pienamente formata per assumersi responsabilità a lungo termine. Il problema si fa più grave quando questa condizione si ripresenta dai 40, fino persino ai 60 anni, con persone che si ritrovano continuamente a rimettere in discussione le scelte del passato, vivendo un’adolescenza che si ripete all’infinito. Va detto, però, che una certa tendenza all’insicurezza è tipica della nostra umanità: la famosa “crisi dei quarant’anni” c’era anche nei monasteri del 1200 e del 1300.
Tuttavia, nella seconda metà del Novecento si è consumata una profonda rottura tra la generazione dei padri e quella dei figli. Si è teorizzato un cambio di paradigma per cui i genitori non dovevano più avere la preoccupazione di tramandare un’eredità ai propri ragazzi.
Come osserva l’educatore francese François-Xavier Bellamy, i giovani di oggi sono una generazione di “diseredati” a cui non è stata passata una tradizione. Mancandogli questo bagaglio, devono costruirsi da soli i propri criteri e i propri valori, finendo inevitabilmente in balia dell’incertezza».
Significa che non ci sono più adulti in grado di stare in piedi?
Don Emmanuele Silanos: «No, fortunatamente non è tutto così. Incontro tante famiglie e tanti adulti che hanno una loro grande solidità. Questa solidità dipende dagli incontri che si fanno nella vita: dai genitori che si sono avuti, dai professori autorevoli, e soprattutto dagli amici. Se un ragazzo fa un’esperienza di amicizia vera, costruttiva per la sua persona, crescerà saldo. Al contrario, se viene coinvolto in compagnie che tendono a protrarre all’infinito l’esperienza dell’adolescenza, senza proporre un’ipotesi di vita positiva e costruttiva, diventerà inevitabilmente un adulto incerto e fragile».
Oggi affrontiamo anche l’impatto potentissimo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Questa tecnologia, come spiegavi all’incontro alla Festa della Karis, ci spinge a chiederci sempre “a cosa serve” una cosa, facendoci perdere la domanda sul suo senso. Da dove bisogna ripartire per riscoprire lo stupore per la bellezza e tracciare quelle “mappe di speranza” di cui parla il Papa?
Don Emmanuele Silanos: «Il Papa ci suggerisce proprio di recuperare uno sguardo contemplativo di fronte alla realtà, in contrapposizione a quello puramente tecnologico. Pensatori come George Grant e Hans Jonas che mettono in evidenza come la tecnologia sia diventata la vera metafisica del nostro tempo. Ai tempi di Platone, di Aristotele o, nel Medioevo, di San Tommaso, la metafisica partiva dalla domanda sulla verità, sull’essenza della realtà e sul suo significato profondo. Con il pensiero moderno, invece, si è arrivati a dare per scontato che la verità delle cose non si possa conoscere. Quello che possiamo conoscere è solo come funzionano le cose e, di conseguenza, come possono esserci utili. La domanda si è ridotta: non ci si chiede più “che cos’è”, ma solo “a che cosa serve”.
Questa riduzione incide su tutto l’atteggiamento umano: sulla scienza, sulla tecnologia, sulla medicina e sulla biologia. Nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, il Papa riporta invece l’attenzione sulla domanda che sta alla base di tutto: che cos’è l’uomo? Ecco, noi possiamo capire come usare l’intelligenza artificiale e i progressi della scienza soltanto se abbiamo consapevolezza di chi siamo».
Come si traduce questo nell’educazione di tutti i giorni?
Don Emmanuele Silanos: «Nel suo testo, Leone XIV, sottolinea spesso il rapporto con le stelle e con il cielo. Mi viene in mente la storia di una ragazza di Taiwan, buddista, che fu portata da un sacerdote della nostra fraternità in vacanza in Valle d’Aosta. Guardando quella notte stellata e percependo, per la prima volta, l’immensità dell’universo di cui faceva parte, ha capito che dietro quella bellezza doveva esserci qualcuno.
Il compito dell’educazione è proprio questo: far alzare lo sguardo dei ragazzi. Dobbiamo aiutarli a porsi le domande suscitate dal fascino e dalla grandezza della realtà, senza ridurle alla semplice domanda: “a cosa serve”».
A proposito del Papa, la sua prossima visita al Meeting di Rimini, a distanza di tanti anni dalla presenza di Giovanni Paolo II nel 1982, è un evento storico. Che significato ha per te e per la realtà di Cl?
Don Emmanuele Silanos: «In questi quarant’anni abbiamo sempre percepito la vicinanza e l’affetto dei pontefici verso il movimento e il Meeting. Quello che più mi colpisce di questa notizia è che l’iniziativa è nata da un interesse diretto del Papa. Lo scorso gennaio, incontrando alcuni responsabili di CL, è stato lui stesso a chiedere notizie del Meeting. Ci era stato tredici o quattordici anni fa, da semplice sacerdote, ed era rimasto colpito da una realtà cattolica così viva, capace di coinvolgere tantissima gente, famiglie, giovani e non giovani, e di fare cultura.
Ha accettato l’invito da parte del Meeting nel giro di pochi giorni e ha espresso il desiderio di passeggiare in mezzo alla fiera tra la gente. Per noi è una vera carezza che ci fa lo Spirito Santo, una conferma da parte della Chiesa che siamo sulla strada giusta».
Tu sei stato tanti anni all’estero come missionario, ma a Rimini sei stato molte volte, che rapporto hai con la nostra città?
Don Emmanuele Silanos: «Il mio rapporto con Rimini coincide innanzitutto con il Meeting. Fin dai primi anni delle superiori, i miei ricordi si dividono tra le notti estive, lunghissime e vive, e le mattinate passate con gli amici in fiera, tra gli incontri. Poi Rimini è diventata il luogo in cui poter costruire qualcosa lavorando, ma anche il posto degli esercizi spirituali e degli amici, legati alla mia Fraternità o meno. Ho imparato a scoprirne il fascino anche oltre la spiaggia e la stagione estiva: venire qui in inverno o in primavera, vedere “il mare d’inverno”, come dice Enrico Ruggeri, ha un fascino tutto suo a cui sono molto legato».
Un’ultima domanda: tu sei stato per un lungo periodo in missione a Taiwan, sei tornato in Italia da alcuni anni, cosa significa oggi per te essere missionario?
Don Emmanuele Silanos: «Significa vivere il compito che ti viene affidato, avendo come orizzonte il mondo intero, col desiderio che Cristo sia conosciuto ovunque. Si può essere missionari viaggiando per il mondo, ma anche rimanendo a casa propria senza mai uscire, come faceva Santa Teresa di Lisieux nel suo monastero, o vivendo la propria vocazione di madre e padre di famiglia. Certo, per un sacerdote missionario questo coincide spesso col desiderio di partire o di rendersi disponibile per nuove destinazioni.
In fondo, abbiamo tutti un po’ l’animo inquieto di San Francesco Saverio: arrivati in India si vorrebbe già andare in Cina passando dal Giappone. Avere un cuore così grande è una grazia, ma bisogna sempre pregare che questa inquietudine non sia dettata dal semplice desiderio di scappare e di cambiare.
Anche quello sarebbe un aspetto “adolescenziale” che non ti fa vivere la realtà che ti è affidata. Oggi mi trovo a Milano, vicino alla mia città natale, Busto Arsizio, e aspetto di vedere come il Signore compirà questo mio desiderio».
A cura di Alessandro Caprio

