“È proprio impossibile stare in pace da soli”. Incontro con Elena Mazzola e Tania Baranova

Il 30 gennaio, al liceo Volta Fellini, gli studenti hanno avuto l’opportunità di dialogare con Elena Mazzola, presidente dell’ONG “Amici di Emmaus”, e Tania Baranova, una giovane assistita dall’ONG. Tutti i ragazzi che vi sono coinvolti hanno vissuto, ben prima della guerra armata, una, altrettanto terribile, guerra quotidiana. Una guerra che, pur in forma meno efferata ma forse più subdola e sotterranea, vivono anche i nostri ragazzi e viviamo tutti noi. (Qui il video dell’incontro)

Abbiamo a chiesto a Sara Moroni, una studentessa del Liceo, di intervistare le due protagoniste.

Elena, cos’è per lei lUcraina, come ci è entrata in contatto per la prima volta e perché continua a tornarci in questi anni di guerra?

Ho vissuto e insegnato per 15 anni a Mosca, percepivo anche io l’Ucraina come parte della Russia ma successivamente ho incontrato persone ucraine ed ho conosciuto meglio la loro cultura, fino a trasferirmi a Karkiv, dove è nata la ONLUS che presiedo. Continuo a tornarci perché l’Ucraina è casa mia e ho la responsabilità di persone vulnerabili. Sono andata via per portare in salvo i ragazzi (Elena ha messo in salvo una cinquantina di ragazzi tra cui circa  trenta disabili ndr), ma ho tanti amici da aiutare e quando è sufficientemente sicuro il tragitto, torno lì, seppure passare la notte con il rumore dei missili non sia affatto semplice.

Nella sua vita ha conosciuto molte persone e molte storie, cosa permette alle persone in Ucraina di resistere?

Molti Ucraini conoscono la natura del male di questa guerra. Non si tratta solo di una conquista di territori, ma di un tentativo di cancellare la loro identità. In passato ci sono stati massacri di scrittori e intellettuali, allo scopo di sopprimere la loro cultura. Temono che la Russia rigeneri quel totalitarismo liberticida che li ha fatti soffrire così tanto nel passato. La propaganda ha alterato la percezione di tutti, ma invito a rileggere la dichiarazione di Putin del 24 febbraio 2022, per capire la minaccia che sentono incombere.

C’è una storia che lha colpita particolarmente, ma che non ha inserito suo libro “Custodire l’umano – Voci dall’Ucraina”?

Quella di un ragazzo che, uscito da un orfanotrofio, era andato a combattere prima del 2022 difendendo i territori di Luhansk e Avdiïvka. Lui, ragazzo con un passato difficile, era stato mandato nei posti peggiori. Lì, i russi entravano nelle case chiedendo chi fossero i “nazisti”, fucilando a vista. In un combattimento, dopo che i suoi amici erano stati massacrati davanti ai suoi occhi, preso dalla furia e dalla rabbia ha ucciso un soldato russo mordendolo alla gola. Poi è scappato. Una violenza orribile. Però, al contrario, mentre si trovava a Mariupol’, quando la città fu invasa dai russi e arrivò l’ordine di abbandonarla, notò una bambina che insieme a una donna veniva portata via. Lui era nascosto in uno scantinato e da una finestra vedeva passare soldati con le prigioniere. I compagni gli dissero di non uscire, rischiava di morire, ma lui andò e riuscì a prendere la piccola e metterla in salvo. Successivamente si allontanarono in borghese ed attraversarono 40 posti di blocco. Rischiò la sua vita per salvare una sola bambina. Credo che questa storia insegni molto.

[È necessario che] il dolore di chi soffre ingiustizie così grandi ed è vittima di un male così atroce si esprima, abbia voce, possa dirsi con le sue parole”.  Così lei ha scritto nel suo libro. Quale voce pensa che avranno le generazioni future in Ucraina? Come Custodire lUmano” e ricostruirlo?

Parte della popolazione sarà traumatizzata per ciò che ha vissuto. Molti ucraini sono scappati, sarà da vedere se avranno la forza di tornare, dovranno avere il coraggio di dire:“non ceravamo per esserci adesso”. Si deve ricostruire l’umano, è la cosa più importante da fare e va fatta ora. Non farlo sarebbe una menzogna. Se uno diventa umano si accorge degli altri, l’umanità si allarga.

Tania è orfana di padre da quando aveva cinque anni e vittima di gravi eventi familiari (ha assistito all’omicidio della madre da parte del nuovo convivente) e ha vissuto in un orfanotrofio fino ai diciotto anni. È stata accolta da un registra di teatro ucraino che organizzava corsi per ragazzi di strada e poi, grazie all’incontro con Elena, ha avuto l’opportunità di venire in Italia all’inizio della guerra e ora sta intraprendendo un percorso lavorativo.

Tania, cosa le manca di più dellUcraina e che parte di lei ha lasciato lì?

Dell’Ucraina mi mancano alcuni amici che non possono uscire, perché maschi, e mio fratello maggiore. Non ci vediamo in presenza da quattro anni, ci chiamiamo ogni settimana. L’unica cosa rimasta è la speranza che tutto questo finisca.

Nella sua vita ha dovuto fronteggiare molte avversità. A cosa si è ancorata per restare umana e trovare la forza di andare avanti?

Quando ero in orfanotrofio mi chiedevo perché nessuno venisse da me, poi sono arrivati gli Amici di Emmaus, sono diventati la mia nuova famiglia. Mi hanno dato tante risorse, non mi hanno guardato come “un errore”, mi fanno sentire come una di loro. Mi hanno fatto capire che non sono sola e che sono amata. Questo è ciò che rende umani.

Nel suo racconto ha scritto A noi ucraini spesso chiedono se siamo pronti a perdonare e io so per esperienza che è un cammino difficilissimo e che non è possibile farlo da soli”, chi dovrebbe accompagnare gli ucraini verso il perdono?

Prima di tutto chi ha esperienza in queste cose, come le comunità, chi fa volontariato e gli amici che sanno confortare nei momenti difficili, portando verso il perdono con amore. I miei amici per aiutarmi mi guardavano con affetto, mi volevano così come ero, accettando i miei sbagli. Ciò dà forza ed aiuta ad andare avanti. L’importante è accompagnare.

Cosa possiamo fare noi ragazzi dallItalia per aiutare lUcraina nel cammino verso la pace?

Se avete amici in Ucraina scrivetegli, ricordate loro che non sono stati abbandonati. Pregate. In Ucraina ci sono molti problemi con l’elettricità, hanno distrutto le centrali e molti non hanno i soldi per permettersi i generatori; se riuscite donate. Se ve la sentite invitateli per una vacanza, per allontanare il suono delle bombe e delle sirene.

Sara Moroni

 

“È proprio impossibile stare in pace da soli”. È quanto ha dichiarato Elena Mazzola durante l’incontro con gli studenti. Questa frase, ripresa dalla canzone “Notte di Natale” di Lucio Corsi ma resa ancor più netta e chiara (Corsi scriveva “Certe volte dividere un dolore in due è meglio che stare da soli in pace”), sottolinea che la vera solitudine, l’indifferenza e l’assenza di uno sguardo su di sé possono essere un vero inferno. Elena e Tania, protagoniste dell’incontro, hanno reso questo concetto palpabile con le loro parole.

Le loro riflessioni si collegano al progetto “Ciò che nell’inferno non è inferno”, promosso dal Portico del Vasaio insieme alla Consulta provinciale degli studenti. Il titolo trae ispirazione da un’espressione di Calvino nelle “Città invisibili” e indica l’obiettivo del progetto: esplorare come vivere pienamente anche in mezzo alle difficoltà più estreme.

Il 19 marzo, gli studenti delle scuole superiori della provincia incontreranno la scrittrice Silvia Avallone, autrice di “Cuore Nero”, insieme a Matteo Severgnini, responsabile di Gioventù Studentesca, per discutere su come trovare significato nella lotta quotidiana, spesso opprimente. Una sessantina di studenti si sta preparando per guidare i loro compagni durante la mostra “Profezie di pace”, visitabile dal 21 al 24 aprile, già presentata al Meeting di Rimini. L’iniziativa ha già suscitato un grande interesse tra docenti e studenti, con circa duemila iscrizioni per i due eventi e quasi cento insegnanti coinvolti nella preparazione. Le adesioni sono ancora aperte, sia per le classi che desiderano partecipare all’incontro al Palaflaminio, sia  alla mostra al cinema Astoria. Per informazioni, è possibile contattare il Portico del Vasaio (porticodelvasaio@gmail.com)

Questo fermento rappresenta la presenza di una forte volontà di pace tra i giovani e nelle scuole, una pace che non solo deve porre fine ai conflitti, ma che possa anche essere sperimentabile da subito all’interno delle aule scolastiche e nelle proprie case. L’incontro e la mostra vogliono mettere in luce sia il significato quotidiano della pace che il suo significato più ampio, dimostrando che è un concetto ben lontano dall’essere scontato.

Emanuele Polverelli