C’è tanta ancora vita in questo viaggio. Intervista a Viola Ardone

Ph. Michele Astolfi

Non mi viene l’attacco che vorrei per quest’intervista che mi ha concesso Viola Ardone. Ci penso da giorni, il direttore scalpita, mi son ridotto all’ultimo minuto, pur avendo il testo quasi già pronto e l’intervista che deve uscire domani (oggi, ndr, appunto). È così, credo, quando un romanzo ti prende al punto che vorresti dire troppo e invece non avrebbe senso, perché toglieresti il gusto della lettura ai più curiosi. Ti segni mille frasi che ti tatueresti sulle braccia per averle sempre sott’occhio (per ora ho resistito, poi vedremo), ma non trovi quella giusta per partire.
Un po’ come Vita, la protagonista di ‘Tanta ancora vita’, ultimo romanzo di Viola Ardone, presentato nei giorni scorsi a ‘Biglietti agli amici’ a Rimini, autocostretta a sopravvivere e convivere con la depressione, nella sua casa di Napoli, e incapace di partire, di tornare a vivere.
Parto allora dal punto di vista più vero, quello dei bambini. Sono loro, spesso, nei romanzi di Viola Ardone (prima di ‘Tanta ancora vita’, ne ‘Il treno dei bambini’, tradotto in 25 lingue, diventato anche un bel film di Cristina Comencini) a dire le cose più scomode, a trascinare anche gli adulti più riluttanti verso il ritorno alla Vita, appunto.

Nel suo ultimo romanzo, la protagonista Vita accoglie il piccolo Kostya, in fuga dalla guerra in Ucraina. Nei suoi libri l’infanzia è una voce costante: cosa cerca nello sguardo dei bambini?

«I bambini non sono esseri innocenti: sono esseri radicali, hanno un rapporto con il mondo che precede le convenzioni, le ideologie, perfino il linguaggio, per questo nei miei libri l’infanzia non rappresenta una stagione della vita, ma un punto di osservazione, quel luogo da cui gli adulti appaiono contraddittori, stanchi, più fragili dei bambini stessi. Lo sguardo infantile costringe gli adulti a fare i conti con ciò che hanno dimenticato di essere.»

Nel libro scrive anche che i bambini “sincronizzano le persone sul tempo dell’amore”. In un presente dominato dalla fretta e dal digitale, come fa l’infanzia a imporre questo ritmo così diverso dal tran tran di ogni giorno?

«I bambini non vivono il tempo come una risorsa da ottimizzare, ma come uno spazio da abitare. Un bambino non accelera per arrivare alla fine di un gioco: vorrebbe che il gioco non finisse, e chi vive accanto a lui è costretto a rallentare, a ripetere, ad aspettare, a ricominciare. Inoltre i bambini sono sincronizzati con i bisogni primari: mangiare, bere, pipì, sonno, cacca, e sono faticosi proprio perché necessitano di determinate cure in determinati momenti, ma questo ci àncora al fluire dei giorni, ci stabilizza, ci radica nella realtà quotidiana».

Senza voler dire troppo sulla trama, per chi ancora non l’ha letto, Vita cambia molto nel corso della storia: l’empatia e la solidarietà spontanea oggi sono diventati veri e propri atti di resistenza?

«Empatizzare non significa sentire ciò che sente l’altro ma accettare che l’altro resti irriducibilmente altro e decidere comunque di non voltarsi dall’altra parte. Oggi viviamo immersi in un linguaggio che ci invita continuamente a proteggerci, a costruire confini, a selezionare chi merita attenzione. Prendersi cura di qualcuno che non ci somiglia, che non ci appartiene, che non ci restituisce nulla in cambio, è diventato un gesto profondamente controcorrente. Vita non diventa migliore: diventa più permeabile. E la permeabilità è sempre un rischio, ma è anche l’unica possibilità di trasformazione».

In un’epoca di contenuti rapidi, social e intelligenze artificiali, qual è lo spazio vitale del romanzo contemporaneo? Abbiamo ancora bisogno di storie lunghe e complesse? E, se sì, perché?

«Ne abbiamo bisogno proprio perché viviamo nell’epoca della velocità. Il romanzo è una forma di resistenza all’immediatezza. Chiede tempo, concentrazione, pazienza, e in cambio offre qualcosa che nessun contenuto rapido può dare: la possibilità di abitare una coscienza diversa dalla nostra per molte ore, a volte per giorni. È un esercizio di complessità. Le intelligenze artificiali, i social, i nuovi strumenti cambiano il nostro modo di produrre e consumare testi, ma non modificano il bisogno umano di dare forma all’esperienza attraverso il racconto. Continuiamo a vivere di storie perché continuiamo a cercare un senso, e il senso non arriva mai in formato breve».

Dai diritti delle donne in Oliva Denaro alla salute mentale in Grande meraviglia, fino al dramma della guerra oggi: la letteratura è una lente d’ingrandimento sulla società o resta anzitutto un fatto intimo? Lei perché scrive?

«Per me la letteratura è allo stesso tempo intimissima e profondamente politica. Non nel senso dell’attualità, ma nel senso della polis, della comunità. Ogni volta che raccontiamo una storia privata stiamo dicendo qualcosa sul modo in cui viviamo insieme. Io non parto mai da un tema. Parto da una voce. È una voce che insiste, che mi accompagna per mesi o per anni, finché non capisco che sta cercando una forma. Scrivo per capire ciò che non ho ancora capito. Se sapessi già tutto quello che un romanzo ha da dire, probabilmente non lo scriverei».

Il titolo del suo libro evoca speranza: c’è, appunto, “tanta ancora vita”. Guardando alla società di oggi, dove intravede i germogli più forti di questa speranza?

«La speranza per me è un atto politico, è quell’ottimismo della volontà di cui parlava Gramsci che spesso va oltre il pessimismo della ragione, la speranza è una preghiera collettiva, qualcosa da costruire insieme, più che l’illusione di un singolo».

Qual è il suo rapporto con Rimini?

«Rimini è uno di quei luoghi che appartengono all’immaginario italiano prima ancora che alla geografia. È una città che contiene molti racconti: la memoria felliniana, il mare, il turismo, ma anche una storia culturale molto vivace. Mi piace pensare alle città come ai romanzi: non sono mai una sola cosa. Bisogna imparare a leggerle andando oltre la prima pagina. E ogni volta che torno a Rimini ho la sensazione che, dietro l’immagine più nota, ci sia sempre un’altra storia che aspetta di essere raccontata».

A cura di Alessandro Caprio