di Paolo Pagliarani
Nel sorprendente nuovo lungometraggio di Laika Studios in stop-motion la manualità batte l’intelligenza artificiale.
In un tempo in cui varie Cassandre profetizzano la fine del cinema come lo conosciamo per dare spazio a produzioni interamente realizzate con intelligenza artificiale (qualcuno ci ha già provato sia sul versante dei corti che dei lungometraggi, ma i risultati sono per lo più impersonali, senz’anima e in stile “fotocopia”, tutti uguali e riconoscibili immediatamente ai primi secondi di film…) esce in sala una produzione che esalta in tutto e per tutto il lavoro manuale.
Si tratta di “Wildwood – i segreti del bosco proibito”, nuova meraviglia realizzata dallo Studio Laika, responsabile di meraviglie come “Coraline e la porta magica”, “ParaNorman”, “Boxtrolls – le scatole magiche”. “Kubo e la spada magica” e “Mister Link”, tutte realizzate con l’ausilio della tecnica della stop-motion, ovvero fotografie a scatto singolo, per un totale di 24 fotogrammi al secondo, il che fornisce già l’idea di una pazienza certosina per un’opera monumentale, sia dal punto di vista tecnico che di durata (132 minuti), davvero inusuale per un prodotto d’animazione che raggiunge vertici impensabili. In regia Travis Knight, attualmente Presidente dello Studio Laika, più bravo con i pupazzetti (sua anche la regia di “Kubo e la spada magica” oltre ad aver lavorato alle animazioni di altri film della casa) che con gli attori in carne ed ossa (quest’anno a sua firma abbiamo incrociato la nuova e poco entusiasmante versione cinematografica di “Master of the Universe”), a capo di un team incredibile formato da un migliaio di persone che si è prodigato nella creazione di 230 statuine con il corpo flessibile di varie dimensioni, migliaia di volti con le varie espressioni (almeno 142.000, stampati in 3D), 132 scenografie differenti, dettagliati oggetti di scena dai più piccoli ai più grandi ed ogni giorno ore ed ore di ripresa per pochi istanti di film, in una lavorazione durata almeno sette anni, con cinque spesi per le riprese del progetto, e con il coinvolgimento per il doppiaggio della versione inglese di star del calibro di Peyton Elizabeth Lee (protagonista su Disney+ della serie “Andi Mack”), Jacob Tremblay (interprete di “Wonder”), Carey Mulligan, Awkwafina, Angela Bassett, Richard E. Grant e Tom Waits.
La storia deriva dal libro di Colin Meloy, scrittore-musicista che si alterna tra le fiabe e la musica con militanze in band come “The Minus 5” e “The Decemberist”, illustrato dalla moglie Carson Ellis ed il materiale è un classico ed avvincente racconto con al centro Prue McKeel, adolescente di Portland (l’area metropolitana dove ha sede la Laika, nello specifico ad Hillsboro), disobbediente agli ordini dei genitori iperprotettivi riguardanti il fratellino piccolo Mac che non deve uscire di casa per nessuna ragione. Prue va contro questa decisione ma il bimbo viene rapito da uno stormo di corvi e portato nel bosco attiguo alla città, un luogo impenetrabile per chiunque. La disperata Prue ed il suo compagno di scuola Curtis, il classico imbranato che nessuno accetta, riescono a varcare la soglia del misterioso bosco e qui cercheranno in tutti i modi di salvare il piccolo dalle grinfie della Governatrice Vedova, scoprendo tutti i segreti e le storie che si annidano tra gli alberi.
Ci troviamo davanti ad un classico percorso di crescita per la protagonista e non solo, con elementi derivati dai fondamenti del genere fantasy, rielaborati con passione ed interesse, con l’aggiunta di venature dark, spesso presenti nei lavori della Laika, a partire dal loro debutto “Coraline” diretto nel 2009 da Henry Selick che aveva collaborato con Tim Burton per “Nightmare Before Christmas” (1993) e successivamente intrapreso proprie strade con la stop-motion di “James e la pesca gigante” (1996). A fianco del cammino formativo anche altre tematiche non certo di sottofondo come la difficoltà ad accettare lutto e perdita, aspetti ecologici e la riscossa degli emarginati e dei “perdenti” capaci di lottare contro i malvagi con le proprie forze, animati da un’imprevista forza d’animo. Coraggio e temerarietà si annidano nei cuori dei protagonisti, basta solo avere la capacità di farli emergere nel modo giusto al momento giusto. Si rimane davvero a bocca aperta davanti a questa sfida animata che non è solo tecnica ma anche cuore: la scena della battaglia non sfigura davanti ad epiche guerre cinematografiche ammirate in film come “Alexandr Nevskij” di Sergej Ėjzenštejn (1938), “Henry V” di Laurence Olivier (1944) e l’ottimo remake di Kenneth Branagh del 1989 e “Braveheart” di Mel Gibson (1995), ma tutto il film è da ammirare con profondo rispetto, per la sua capacità di travalicare confini fino ad oggi impensabili da superare nella realizzazione a “passo uno”. Certo il computer non è sparito, serve per le scene di massa tra personaggi realizzati a mano e caratteri secondari “digitali” ed effetti difficilmente fattibili (come l’acqua), ma qui sono le mani che vincono, è la passione e la pazienza che trionfano e sembra veramente di assistere ad una stregua lotta partigiana contro la fredda sintesi dell’AI che non avrà mai un cuore ed un cervello a disposizione da poter utilizzare in modo autonomo.
Un consiglio: viste le tonalità “scure” della storia, i contenuti e il tratteggio generale dell’opera, non ci portate i bambini più piccoli (gli spettatori più adulti appassionati di storie di fantasia troveranno invece tanti motivi di stupore e gradimento). Anche se privo di limiti di età in Italia (negli USA e nel Regno Unito ci sono limiti sotto i 12/13 anni e a quell’età è necessaria la presenza di un adulto in sala) si segnala la visione del film sopra i 10 anni, ovviamente sempre con adulto presente, per poi magari discuterne e parlarne assieme (che non guasta di certo). Per i più piccoli c’è la rassicurante stop-motion della Aardman (altra casa, questa volta britannica, specializzata in meraviglie a scatto singolo) di “Shaun the Sheep – Operazione Z.U.C.C.A” già disponibile al cinema.

