Visione dell’oltretomba. Di nuovo visitabile l’affresco di Loreto Aprutino

“In Campania vi è un castello che dagli abitanti dei dintorni è chiamato Sette Frati. Per questo, lì, la chiesa è stata consacrata col nome Sette Santi Fratelli. In quel luogo, da un nobile soldato, nacque un figlio di nome Alberico, che all’età di dieci anni, preso da crescente debolezza, si ammalò gravemente e, per nove giorni ed altrettante notti, giacque privo di sensi, immobile e quasi morto e, durante questa malattia, vide una straordinaria visione, che poi, ritornato in sé, così riferì.”

Come il Beato Apostolo Pietro apparve a lui con due angeli

“Ebbi la sensazione che un bianco uccello sempre in movimento, simile ad una colomba, sopraggiungendo e conficcando il suo becco nella mia bocca, estraesse di là qualcosa che non riuscivo a capire. Afferrandomi, poi, con il suo becco per i capelli, cominciò a trasportarmi, sollevato da terra con naturalezza, ad altezza d’uomo. Allora anche il beato Apostolo Pietro e due Angeli mi apparvero, uno di essi si chiamava Hemmanuel, l’altro Heloy. Questi, conducendomi insieme, cominciarono a mostrarmi i luoghi del Purgatorio e dell’Inferno.”

Al fiume del purgatorio

“Stando, dunque, in questo campo, vidi un grande fiume di pece bollente scaturire dall’inferno. In mezzo ad esso c’era un ponte di ferro molto largo, attraverso il quale le anime dei giusti possono passare tanto più facilmente e più velocemente quanto più sono trovate immuni da peccati. Quando, invece, le anime gravate dal peso dei peccati giungono a metà di questo ponte, questo diventa così sottile che la sua larghezza sembra ridursi allo spessore d’un filo. Ostacolate da questa difficoltà, precipitano nello stesse fiume e di nuove salgono e ricadono. Li vengono bruciate come carni alla brace finché, purificate, non possano liberamente attraversare il ponte. Seppi, poi, per rivelazione dell’Apostolo, che questo fiume si chiamava Purgatorio.” (…)

Estratto da
La visione di frate Alberico

La tematica del Ponte della prova che si assottiglia come un capello e che unisce la terra al cielo, la vita presente, di prova, e la futura, di gloria, è splendidamente riportata nella “Visione dell’Oltretomba” di Loreto Aprutino. Pressocché unica in Italia (v. Giotto alla Cappella degli Scrovegni a Padova), è però diffusa in Francia Meridionale (Albi) ed in Spagna (Isola di Maiorca) e nel mondo arabo (Sinai).
Uno studio interessante sul Ponte pericoloso è stato fatto da Anita Seppilli nel suo libro: La sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti, Sellerio editore Palermo, 1977/1990 2′ ediz. Riporto, per sommi capi, l’interessante settimo capitolo: “Il ponte pericoloso” e due testimonianze del prof. Toschi. Il Ponte del capello è un motivo mitico molto diffuso. Spesso viene chiamato “Ponte pericoloso” “sottile come la lama di coltello”. Si tratta, in genere, di un ponte che, partendo dalla terra, si inarca alto sopra un baratro, sull’abisso infernale, e mette in comunicazione la nostra terra con il cielo o con il Paradiso.

Il motivo è presente nella cultura persiana fin dal sec. VI a.C. Nel libro sacro dell’Avesta, Zaratustra lo chiama Cinvat-pererbu: il “ponte che raduna”. Ivi si narra che il quarto giorno dopo la morte, l’anima separata dal corpo, dopo essersi aggirata intorno ad esso per tre giorni, se ne va lontano: l’anima eletta spira fragranze e, quella malvagia, un vento male odorante. Tutte le anime devono recarsi al varco di un ponte, nel centro della terra, le une guidate da leggiadre fanciulle che rappresentano le buone azioni compiute in vita, mentre le altre, da esseri orrendi rappresentanti le loro azioni malvage. Presso il ponte vi sono tre giudici che attendono al varco: è la prova da cui dipende il destino di ogni anima dopo la morte.
Ai buoni il ponte si presenta sicuro e spazioso li conduce al cielo, mentre per i malvagi si presenta così arduo e sottile che, quando tentano di passarlo, precipitano irreparabilmente nell’abisso infernale sottostante. Anche nel libro persiano, Arta (Arda) Viraf, si narra di un pio mazdeo che presi dei narcotici fece un viaggio nell’oltretomba. Presso il ponte Cinvat vide un’anima piena di terrore che, mentre fuggiva, veniva raggiunta dal suo demone (un altro se stesso divenuto orrendo per i suoi delitti) che, afferratolo, lo scaraventava dal ponte negli abissi infernali. Il libro descrive, poi, i tormenti dell’inferno e le beatitudini del paradiso.

Nel mondo cristiano, questo motivo comparve per la prima volta in una Apocalisse apocrifa (non riconosciuta dalla Chiesa) del IV secolo, nella quale si dava un’interpretazione alla Visione che avrebbe avuto San Paolo rapito al terzo cielo (2Cor 12,2-4). La Leggenda di San Gregorio Magno diffusasi nel VI secolo, parlava di un guerriero morto di peste e tornato in vita, che avrebbe detto d’aver visto nell’Al di là il fiume caliginoso ed il ponte che solo i buoni avrebbero varcato».
La Visione di San Paolo ebbe diverse interpretazioni e redazioni letterarie specie nei secoli IX-XIII. In tutte si parla di un “Ponte sottile come un capello” che mette in comunicazione questo mondo con il paradiso: le anime dei giusti lo attraversano sicure, mentre quelle dei malvagi precipitano nel fiume sottostante di zolfo infuocato, o di pece bollente.
In Irlanda, nel secolo XII, si è diffusa la Visio Tungdali che ebbe diverse versioni e traduzioni, compresa quella in volgare italiano di P. Villari. In essa si parla dell’empio Tundalo che in vita ebbe modo di visitare l’Al di là e di vedere i tremendi tormenti riservati ai peccatori ed il ponte strettissimo, irto di chiodi, che solo i giusti riescono a passare. (…)

Estratto da
Santa Maria in Piano. Visione dell’oltretomba
Elio Marighetto

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Chiesa di Santa Maria in Piano
Loreto Aprutino (PE)

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