Un uomo tormentato dalla continua ricerca di trame di eterno nelle ‘cose’, si tratti di una sedia, di un campo di grano o di un vaso di girasoli. Il Van Gogh dipinto da Massimo Cacciari nel suo ultimo libro edito da Morcelliana (“Van Gogh. Per un autoritratto”) rifiuta decisamente gli stereotipi dell’artista folle che spesso accompagnano uno dei pittori più amati al mondo.
L’abbiamo raggiunto al telefono venerdì, a poche ore dall’incontro col pubblico di Misano, per la rassegna ‘Ritratti d’Autore’.
Perché secondo lei Van Gogh è ancora oggi tra gli artisti più amati in tutto il mondo?
Massimo Cacciari: «Da un lato credo per una ragione molto superficiale, il fatto che le persone capiscono di cosa si tratta, essendo, diciamo, un cosiddetto figurativo, definizione che criticamente non ha alcun senso, ma certamente Van Gogh non è difficile da questo punto di vista. Poi spero ce ne sia una più profonda, cioè che le persone partecipano della sofferenza, del dolore, della passione che domina in tutte le opere di questo straordinario pittore.
E quindi, non soltanto perché appunto è un bravo pittore e si capisce che questa è una seggiola, questa è una casa, questo è un campo di grano, un girasole, ecc. Non soltanto perché non è astratto, insomma, ma anche perché la ‘cosa’ di Van Gogh è una ‘cosa’ di particolare tormento e sofferenza. E Van Gogh riesce a rappresentare questo tormento e questa sofferenza della ‘cosa’».
Pensando a questo tormento mi viene in mente la celebre frase di San Paolo, quando parla della creazione che soffre le doglie del parto (Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. (Romani 8,22, ndr). C’è un parallelo con l’opera di Van Gogh?
Massimo Cacciari: «Sì, sì, può essere una chiave giusta di lettura, visto che Van Gogh è anche un uomo religioso, profondamente religioso, innamorato della figura di Gesù, quindi sì, che sentisse la natura sempre come nelle doglie del parto, questa è una chiave di lettura buona per me».
Un uomo innamorato della figura di Gesù. Lei infatti in un’intervista televisiva afferma che Van Gogh avrebbe voluto essere l’Idiota di Dostoevskij, figura appunto che si ispira a Cristo, anche se probabilmente non l’aveva letto. Perché?
Massimo Cacciari: «Perché è il buono, Van Gogh tutta la vita anela ad essere buono. Buono è colui che dona senza giudicare, che ama senza voler essere contraccambiato, che vuole darsi via in qualche modo. E questo è anche il significato del gesto simbolico che fa, ad un certo punto, tagliandosi un pezzo d’orecchio.
E questa è la bontà dell’idiota. Idiota nel senso, appunto, di Dostoevskij, un idiota perché è uno che non è capace, che è del tutto incapace di interessarsi a sé, che vorrebbe darsi via per accogliere gli altri, per sentire la loro sofferenza, per compatire con loro».
Restiamo un momento ancora su Dostoevskij, alla celebre frase ‘La bellezza salverà il mondo’. Che significato ha, oggi, in una realtà dove sembra dominare la bruttezza della guerra?
Massimo Cacciari: «”La bellezza salverà il mondo” è una frase che si intende soltanto nell’ambito di una certa mistica propriamente orientale russa, del cristianesimo russo orientale. Bisognerebbe fare un lungo discorso per capirla bene. Non è la bellezza come la intendiamo noi occidentali. Non ha nulla a che fare con una dimensione propriamente estetica.
È la bellezza dell’icona, è la bellezza dell’immagine salvifica del Cristo. Bisogna aver letto Solov’ev, Florenski, ecc., per capire in che senso Dostoevskij usa quella frase. E noi occidentali abbiamo spesso e volentieri del tutto equivocato. Non è la bellezza di un bel quadro, di un bell’edificio che salva il mondo. È la bellezza dell’icona, che se il mondo la riconosce e la fa sua e la imita, allora può salvarsi.
È ovvio che oggi siamo in una dimensione non soltanto diversa da questa, ma totalmente opposta. Noi viviamo in un’epoca, in una dimensione totalmente anticristica, cioè esattamente come Dostoevskij negli ultimi anni della vita presagiva».
Tornando alla popolarità di Van Gogh, che cosa affascina di più Massimo Cacciari dell’opera e della vita di questo grande artista?
Massimo Cacciari: «La straordinarietà di questo pittore, rispetto alle tendenze fondamentali della grande arte contemporanea. Non è un giudizio di valore, che sia più bravo di altri, è una strada che l’arte contemporanea non ha più percorso, perché è stata dominata da problemi specificatamente linguistici e della spiritualità astratta. Fino a dei vertici, per carità. Ma la strada di Van Gogh è una strada straordinaria rispetto all’intelligenza dell’arte contemporanea. Questo mi ha sempre incuriosito in lui e mi ha spinto un po’ a studiarlo».
Un’ultima cosa, prima parlavamo di dolore che genera e contribuisce alla grandezza dell’opera di Van Gogh. Si tratta di un dolore che resta aperto o che rimane senza redenzione?
Massimo Cacciari: «Resta aperto, non c’è in nessuna opera di Van Gogh un segno chiaramente redentivo. Che alluda ad una certa speranza. C’è speranza, sì, c’è anelito, ma non c’è nessuna fine che la certifichi, in qualche modo. Quindi è una sofferenza che apre, che ci spinge appunto a donare, ma che non dà nessuna garanzia di salvezza».
A cura di Alessandro Caprio

