di Mauro Bianchi
Abbiamo già parlato di Gill Scott-Heron come un precursore dell’hip-hop e dello spoken word moderno; di Kerouac e del suo poetry jazz. La traccia percorsa ci conduce ora a Philadelphia, al “Sound of Philly” e a un’altra artista americana contemporanea che fa dello spoken word una forma di comunicazione musicale e poetica insieme: Ursula Rucker.
C’è un momento esatto, nella metà degli anni Novanta, in cui la poesia afroamericana ha smesso di abitare solo i fogli stampati o i polverosi circoli accademici per riprendersi la strada, i club e le frequenze radio mondiali. Quel momento coincide con l’ascesa di Ursula Rucker. Definirla semplicemente una cantautrice o una vocalist significa applicarle un’etichetta troppo stretta: Rucker è una “spoken word artist” nel senso più puro del termine, una poetessa prestata al beat che usa la voce come uno strumento di precisione e la parola come un’arma di consapevolezza di massa.
Ursula infatti non è una cantante in senso stretto. È una poetessa che ha trovato nella musica il modo di portare i suoi versi oltre i caffè letterari. Il suo percorso passa per l’hip-hop, il soul, il jazz e l’elettronica.
Nata e cresciuta a Philadelphia, con radici che fondono l’eredità afroamericana e quella italiana, Ursula si laurea in giornalismo alla Temple University, una formazione che si riflette nella sua straordinaria capacità di osservare e documentare la cronaca sociale senza filtri. Scriveva poesie fin dall’adolescenza, ma le teneva per sé fino al 1994. Quell’anno fece il suo debutto allo Zanzibar Blue, storico locale jazz della città. Da allora la sua scrittura, descritta come forte, vulnerabile, ferita e furiosa, non è rimasta a lungo nell’ombra.
Ursula Rucker, ‘Philadelphia Child’ from Supa Sista (2001)
Bambino di Filadelfia
Selvaggio, mite
Mente piena di città
Città fresca, città sporca
Città ardente, città gelida
Bambino di Filadelfia
Mite, selvaggio
Fiore selvatico
Irrigato dal potere infantile
Cresce dalle crepe… nei marciapiedi di cemento
E nei cortili delle scuole…
E nei parchi giochi
Singolo e adorabile
Comune e brutto
Bambino di Filadelfia
In balia del sistema scolastico pubblico
In balia dell’esistenza
Della slealtà umana e delle finanze governative
Danza con l’elemento del caso
La possibilità di crescere
La possibilità di volare
La possibilità di conoscere
La possibilità di morire
Nel corpo
Nello spirito, nella mente o nell’anima
I bambini gridano
sopra il tamburo e il pestaggio di strada
Dicendo…
Siamo qui
Siamo qui
Siamo qui
Siamo qui
Siamo, viviamo, contiamo
Siamo, viviamo, contiamo
L’anello di congiunzione tra i Last Poets e l’Hip-Hop
Se la critica l’ha spesso accostata a giganti della letteratura come Sonia Sanchez o Nikki Giovanni, l’impatto di Ursula Rucker sulla scena musicale globale si deve alla sua capacità di fare da ponte tra generazioni. Ursula raccoglie il testimone politico della rivoluzione dei Last Poets e di Gil Scott-Heron, traghettandolo direttamente dentro l’estetica dell’hip-hop e della club culture.
La sua non è una performance passiva; il suo è un flow poetico che ipnotizza, una recitazione ritmica che si incastra perfettamente tra le maglie della musica d’avanguardia. I suoi testi affrontano i nodi più dolorosi della società contemporanea: il razzismo sistemico, le dinamiche feroci delle strade urbane, ma anche la resilienza, la maternità, i diritti e l’universo emotivo del femminismo nero. Ursula esplora le ferite del mondo con una sensibilità acustica unica, agendo, per sua stessa ammissione, come un “sensore, una spugna, un faro” per le storie che altrimenti rimarrebbero nell’ombra.
Ursula Rucker, L.O.V.E. from Ma’ at Mama (2006)
In questo giorno
non si parlerà di guerra
o di politica
o di disastri
o di morte
l’amore è vivo oggi
quindi parleremo solo d’amore
ci sarà solo amore
sulla lingua
e sulle labbra
e nel cuore
e nei pensieri
e non sarà quel tipo di amore
hollywoodiano
non l’amore da romanzo da quattro soldi
e certamente, non l’amore da musica mainstream
amore
amore
sai, amore
amore su cui si è lavorato
e coltivato come un giardino
amore che è stato curato, come i bambini
e beh, come i bambini
amore che cade, si schianta, brucia
ma si sporca, si aggiusta… e risorge
sorge
più luminoso di prima
amore fenice
sì, amore fenice
quindi, parliamo solo di amore…
Le collaborazioni leggendarie: dalla Black Music all’elettronica europea
Nel 1994 arrivò la prima collaborazione importante. Il produttore e dj di techno e hip-hop King Britt la invitò a incidere il suo primo brano di spoken word, “Supernatural”, che divenne un successo nei club statunitensi. Da quel momento la scena dance e quella hip-hop la notarono quasi insieme.
‘Supernatural’ King Britt presents Firefly featuring Ursula Rucker
Per molti appassionati di musica, la voce di Ursula Rucker è indissolubilmente legata a tracce che hanno ridefinito i generi di fine millennio. Furono i leggendari The Roots, la band simbolo di Philadelphia, a volerla per chiudere il loro album Do You Want More?!!!??! e, successivamente, a consacrarla nella traccia finale “The Unlocking” dentro il capolavoro Illadelph Halflife (1996). Da lì in poi, la poetessa di Philly è diventata la voce di chiusura più ambita dell’hip-hop alternativo.
Ne seguirono altri inviti: chiuse anche Things Fall Apart (1999). Il nome di Ursula Rucker restò così legato per sempre a quel suono.
“The Adventures in Wonderland”, The Roots (featuring Ursula Rucker)
Tuttavia, il viaggio di Ursula non si è fermato alle radici della black music. La sua straordinaria versatilità le ha permesso di dialogare con i pionieri dell’elettronica europea e della club culture. Impossibile non citare il sodalizio con i 4Hero, con cui ha firmato “Loveless”, una pietra miliare che fonde drum and bass e nu jazz. Ha prestato le sue poesie ipnotiche ai tappeti deep house e house di artisti come il già citato King Britt (nel visionario progetto Sylk 130), Josh Wink e Jazzanova, dimostrando che la poesia performativa non ha confini di genere sonoro. Una spinta collaborativa che prosegue tutt’oggi, come dimostrano i recenti remix curati da artisti della scena elettronica contemporanea come Rodriguez Jr. o Tour-Maubourg.
Rucker lavora con musicisti molto lontani tra loro. Ha collaborato a oltre cento brani, con produttori e artisti come Bahamadia, The Roots, 4hero, Jazzanova, Louie Vega e Incognito. Ha anche girato con Jamaaladeen Tacuma, SYLK130 e 4hero, negli Stati Uniti e in Europa.
‘This’, Jazzanova feat. Ursula Rucker
Il cammino solista e la catarsi della verità
Se le collaborazioni ne hanno decretato la fama internazionale, è nella sua discografia solista che emerge la totale statura artistica della Rucker. Album come Supa Sista (2001) e Silver or Lead (2003) sono veri e propri manifesti culturali. In questi lavori, i campionamenti e i musicisti jazz ed afro-centrici si mettono al completo servizio del suo lirismo militante.
Il brano “Womansong” di Ursula Rucker è una traccia spoken word tratta dall’album Supa Sista del 2001. Il testo celebra la forza e l’identità della donna nera.
Ursula Rucker, ‘Womansong’ from Supa Sista (2001)
Occhi ingrati e sgarbati fissano
l’ Ottava meraviglia
lo stupore riempie menti meschine
che non trovano tempo
per la sincerità… per la sincerità
Frutto divino, noi
dolci, abbondanti
Non solo una costola
anima, casa
No, il male non deriva dal mio nome
No, il male non deriva dal mio nome
Il concime nutre la terra
ma dalla terra nascono i fiori
dalla terra nascono…
i fiori
i fiori
i fiori
Io sono nata schiava, ribelle, regina per natura;
nulla, nessuna situazione o persona può sottrarmi il mio diritto di nascita.
Sono emersa nella notte, una forza con cui è meglio non scherzare.
Sei proprio sicuro di voler avere a che fare con me?
Alcuni possono provare a farmi vacillare…
a buttarmi a terra…
ma io sono resiliente…
io rimbalzo e torno su
Capace di superare menti limitate con un solo balzo
E di atterrare sempre in piedi
Sono colma di… “Shelectricity”
Canterò il mio “canto di donna”… vi costringerò ad ascoltarmi
Canterò il mio “canto di donna”… vi costringerò ad ascoltarmi
vi costringerò ad ascoltare
vi costringerò ad ascoltare
Mentre bramate il mio ritmo
Perché mi trattate come una reietta?
Mi chiamate mistero… come la Sindone
Ma sono molto più di
Sono molto più di
Sono molto più di
Sono molto più di
Sono molto più di… questo
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Boom Bap
Il sound di Supa Sista (2001) è una sintesi d’electro, hip-hop, r’n’b e nu-jazz, ed i testi sono dei veri e propri “spoken words” lanciati come macigni sui luoghi comuni e sul pensiero conformista, preconfezionato e passivo che domina i nostri tempi.
La forza della sua voce magnetica – attraverso un tono eloquente e confidenziale – attacca senza mezzi termini il materialismo e la misoginia dominanti nell’ambiente dell’hip hop, e racconta la disperazione provocata dalla droga e dalle ingiustizie sociali.
La fusione tra parole e musica, tra ritmo e poesia di Silver Or Lead (2003) è appassionata, trascinante ed ipnotica. Usando le parole come lame Ursula Rucker propone una sottile “slam poetry” in uno stile personale controcorrente al mainstream del classico Philly-sound. Il risultato è eccezionale e rende questo disco provocatorio, sempre in bilico tra analisi socio-politica ed immensa forza emotiva e intellettuale.
Ursula Rucker, ‘What A Woman Must Do’ from Silver Or Lead (2003)
“Cosa deve fare una donna”
Finché non cammini, corri, combatti per un miglio nelle sue scarpe
non osare metterti di fronte a me e dirmi
cosa deve fare una donna.
Finché non hai camminato, corso, combattuto per un miglio nelle sue scarpe
non osare metterti di fronte a me e dirmi
Cosa deve fare una donna
Cosa deve fare una donna
Deve dondolarsi dai lampadari per sposi e amanti immeritevoli
che le negano il suffragio di giorno,
ma bramano e lodano le sue astuzie femminili di notte.
Abbastanza brava per scopare ma non abbastanza brava per votare
Deve andare dalla bellezza dell’Africa agli orrori della massa,
passare dalle tette penzolanti nude e sfacciate
a essere marchiata, licenziosa, tentatrice, imbarazzata.
Andare… dai nomi di Dio, a nessun nome, ai suoi nomi
Ora neri
ora disumani.
Libertà rubata, famiglia rubata, ora in debito…
Urla di notte e….
Non sono forse una donna?
Non sono forse una donna?
Ursula Rucker & The Roots,’ The Return To Innocence Lost’ from Silver Or Lead (2003)
Negli anni più recenti, la sua produzione si è arricchita di performance-memoir profondamente intime come My Father’s Daughter, uno spettacolo in cui Ursula elabora le proprie vicende familiari, le tragedie personali e la complessità delle sue origini, trasformando il dolore privato in una catarsi collettiva attraverso la poesia.
La dimensione spirituale viene attraversata con tutta la potenza e la delicatezza della sua parola e della voce, come in The Light. Il brano “The Light” del 2007 è una collaborazione tra Raw Artistic Soul e la voce spoken word di Ursula Rucker.
Lui è la luce, la luce del mondo
Lui è la luce
Lui è la luce, la luce del mondo
Quando l’oscurità arriva a imprigionarti
Cerca la luce
La luce di Dio ti avvolgerà
E tutto andrà bene
Forse non arriverà proprio quando lo vorresti tu
Ma ti assicuro che arriva esattamente al momento giusto
Potrebbe volerci un po’, ma non perdere la speranza
E tieni bene a mente una cosa
Rivolgiti a Lui, sarà la chiave; affidati a Lui, si prenderà sempre cura di te
Alleggerirà ogni tuo peso, perché Lui è la luce (la Luce)
Devi credere
Che Dio risolverà tutti i tuoi problemi
Anche quelli nati dall’oscurità più profonda
Lui è la risposta e Colui che porta tutto a compimento
L’ultima parola spetta a Lui
Perciò, qualunque cosa tu stia passando
L’aiuto è in arrivo
Rivolgiti a Lui, sarà la chiave; affidati a Lui, si prenderà sempre cura di te
Alleggerirà ogni tuo peso, perché Lui è la luce (la Luce)
Lui è la luce, la luce del mondo
Lui è la luce
Lui è la luce, la luce del mondo
Solleva le mani verso il cielo
Non guardare in basso
Lui sarà proprio lì
The Light (feat. Ursula Rucker) (Main Mix) · Raw Artistic Soul (2007)
Ursula Rucker rimane una figura indispensabile nel panorama culturale contemporaneo: in un mercato musicale spesso dominato da messaggi superficiali, la sua opera continua a ricordarci che la parola, quando è guidata dall’onestà e dall’impegno, possiede ancora il potere rivoluzionario di svegliare le coscienze.

