The long walk: cammina o muori

Da Stephen King una maratona per la sopravvivenza in un futuro distopico – al cinema

Se nomini Stephen King viene subito in mente il pagliaccio omicida di “It”, uno dei suoi personaggi (e romanzi) più famosi e celebrati, vera icona horror. Ma lo scrittore di Portland, classe 1947, autore di una cospicua serie di romanzi e racconti, non va semplicemente circoscritto alle sole storie “di paura” (ricordiamo che dal suo racconto “Il corpo” fu tratto quel gioiello di “Stand By Me” diretto dal compianto Rob Reiner che, guarda caso, ritorna in sala dall’8 al 10 giugno, e se vogliamo, c’è qualche assonanza con il film di cui parliamo oggi, in quella marcia che però nel film di Reiner è rito di passaggio e di crescita, mentre in “The Long Walk” è un cammino per la sopravvivenza ordito da un sistema repressivo).

Prendete questo film “The Long Walk”, diretto da Francis Lawrence (ha diretto quasi tutti gli episodi della saga di “The Hunger Games” tratta dai romanzi di Susan Collins, compreso il prossimo “L’alba della mietitura” atteso in sala a fine novembre), tratto dall’omonimo romanzo che in pratica fu il primo scritto da King, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, poi inserito nella collezione “The Bachman Books”, una volta che l’autore ebbe svelata la sua vera identità.
Siamo in un futuro distopico (rappresentazione alternativa del futuro con connotazioni negative, spesso costruita su espressioni sociali e politiche opprimenti, il più delle volte con adolescenti al centro della vicenda, messi in competizione per il “bene della società”), il paese, non è difficile riconoscerlo, è l’America, in piena crisi economica e reduce da un conflitto che viene menzionato strada facendo. Un gruppo di giovani selezionati viene chiamato ogni anno ad effettuare una marcia lungo il paese, camminata senza soste e senza pause, con la possibilità, per il vincitore che rimane fino alla fine, di ricevere una fortuna in danaro ed esaudire un desiderio. Il tutto in diretta televisiva (ma nel film lo show sugli schermi non è mostrato, gli unici spettatori presenti sono figure dolenti e silenziose, donne e bambini soprattutto, che osservano impassibili i “maratoneti”), con soldati bene armati, guidati dall’inflessibile Maggiore, che controllano i movimenti di ogni singolo partecipante. Chi si ferma, esce di strada o perde il ritmo di marcia viene ammonito, con tre ammonizioni scatta il “congedo” che altro non è che l’esecuzione sul posto. Una gara terribile, creata per spronare lo spirito della nazione, indebolito dalla crisi, utilizzando ragazzi come vittime sacrificali, senza alcun rimorso sulle vite che cadono lungo quelle strade asfaltate. Certo l’orrore in questa storia è ben presente (alcune scene di uccisioni a sangue freddo non sono certo adatte per spettatori sensibili e giustamente il film è vietato ai minori di anni 14), ma quello che inquieta di più è lo stato del potere, l’autorità espressa in modo brutale, solo per il presunto bene di una nazione in crisi profonda. Se facciamo le nostre debite considerazioni, il materiale elaborato da King alla fine degli anni Sessanta (uscirà però solo nel 1979, dopo il successo di “Carrie”, ed in Italia lo pubblicherà per la prima volta la collana Urania nel 1985) non è poi molto dissimile dai “giochi di guerra” spaventosi che il mondo sta osservando quotidianamente con il fiato sospeso. Anche nel nostro quotidiano le vittime immolate per la sete di potere non si contano e la “gara” per il dominio risulta sempre più minacciosa per il nostro inquieto vivere.

Una nota sul cast: tra i ragazzi coinvolti nella marcia si identifica un figlio d’arte, Cooper Hoffman, figlio dell’indimenticabile Philip Seymour Hoffman, esordiente in “Licorice Pizza” di Paul Thomas Anderson, qui nel ruolo del protagonista Ray Garraty. Inoltre, si riconoscono Charlie Plummer, l’interprete di “Charley Thompson” e i più bravi scorgeranno Roman Griffin Davies (per aiutarvi interpreta Curley, il primo caduto della gara) che qualche anno fa aveva interpretato il ruolo del giovane protagonista di “JoJo Rabbit”. Unica figura femminile di rilievo del film è la madre di Ray, Judy Greer, ma il vero colpo di genio del casting è il ruolo del sadico “Maggiore” affidato a Mark Hamill, in versione “villain” dopo anni di lotta per il bene nei panni di Luke Skywalker.

Paolo Pagliarani