Storie di confini e sopravvivenze da Lampedusa. Intervista a Daniela Tagliafico

di Alessandro Caprio

L’isola e i migranti visti con gli occhi di chi lavora all’hotspot di prima accoglienza: poliziotti, mediatori culturali, medici e volontari che ogni giorno sono a contatto col dolore e la morte. Intervista a Daniela Tagliafico, giornalista Rai e scrittrice, che ha presentato a Rimini il suo ultimo romanzo e ha incontrato anche i carcerati dei Casetti.

La giornalista RAI, quirinalista ed esperta di politica estera, nominata Cavaliere del Lavoro da Giorgio Napolitano, a cui ha dedicato uno dei suoi libri di maggior successo, è a Rimini per alcuni incontri di presentazione, con La Bottega Culturale, per il progetto Comunità in Movimento, per i Piani di Zona. La incontriamo poco dopo l’appuntamento che forse la tocca di più: quello con i carcerati della Casa Circondariale di Rimini, i Casetti.

Parliamo del tema del suo libro: il confine. In un periodo storico in cui sembra prevalere la paura dello straniero e dell’altro, quanto ci possono aiutare le belle storie a superarla?

«Il confine fa legittimamente paura, perché delimita un territorio e un’identità. Non va demonizzato, ma occorre avere la capacità mentale di superarlo, comprendendo ciò che rappresenta. Nel mio romanzo cito Léopold Sédar Senghor, grande poeta e presidente senegalese, ricordato dal protagonista Sandro, un poliziotto: “la vera cultura consiste nella capacità di sradicarsi e mettere nuove radici”. Questo principio vale per uno straniero e per chiunque varchi un confine, ma vale anche per noi, per chi resta, che deve mantenere l’elasticità necessaria per aprirsi all’incontro e comprendere le altre culture. È un altro modo per dire “incontro”, se vogliamo, però le parole “radicarsi” e “sradicarsi” sono più impegnative».

In che modo anche chi rimane deve esercitare questa elasticità verso l’altro? Nell’accoglienza?

«Nell’accoglienza e nel superare il concetto di “altro”, come qualcosa che non ci appartiene, ma anche solo essere intellettualmente curiosi sarebbe già un passo importante. Faccio spesso questo esempio che non c’entra niente col libro. Io amo molto viaggiare, ho sempre viaggiato e una delle cose che un tempo mi mettevano più a disagio era quando mi perdevo – non c’erano i cellulari, non c’erano i navigatori – e dovevo tirar giù il finestrino e chiedere le indicazioni a uno sconosciuto, che non necessariamente parlava inglese. Quel gesto significava entrare in contatto con l’altra persona, ma al tempo stesso era ammettere di essersi persi, mettersi alla prova e avviare un dialogo con un estraneo. Oggi, con Google Maps, quel momento di contatto umano spontaneo è quasi del tutto scomparso».

Oggi è stata in visita alla Casa Circondariale di Rimini. Che esperienza è stata il confronto con i detenuti? 

«È stata un’esperienza profondamente emozionante. Temevo di essere percepita come un corpo estraneo o come qualcuno che andava lì a pontificare davanti a un pubblico magari non troppo interessato. Invece, guardando negli occhi le persone che avevo davanti, ho visto un interesse autentico che mi ha sciolto ogni tensione. E credo e spero che sia iniziato un dialogo, perché alla fine, il succo del romanzo è proprio questo: il tentativo di creare un dialogo con chi è “altro” da te. In un carcere pensi che siano loro i “diversi”, invece non è così e scopri dagli sguardi certe sintonie che non ti aspetti. Quindi per me è stata un’esperienza arricchente ed emozionante. Per loro non lo so, per me è stato un vero regalo, perché mi è stata data l’opportunità di vivere una situazione che non avevo mai provato. In fondo, nel libro, parlo anche di loro, perché parlo di migranti e probabilmente tra loro c’è qualcuno ch’è sbarcato a Lampedusa. È stato un reciproco guardarsi: ero io e cinquanta sguardi».

Nel cuore della narrazione si trova un momento di attesa sull’isola di Lampedusa. Come si sviluppa questa parte del romanzo? 

«La storia è ambientata prevalentemente durante la settimana di Natale di tre anni fa. Sono andata a Lampedusa in quel periodo proprio per vedere l’isola autentica, priva di flussi turistici. Volevo vedere i lampedusani e i migranti. Una mareggiata con mare forza sei e forte maltempo hanno bloccato i collegamenti navali, aerei e persino le connessioni internet, azzerando gli sbarchi dei migranti. Di solito ce ne sono alcune migliaia, in quei giorni non ce n’era nessuno. Non essendoci migranti, ho ribaltato il punto di partenza e mi sono concentrata sugli italiani che erano lì, mi sono chiesta: “che italiani sono?”. Ci sono i lampedusani accoglienti che conosciamo, i pescatori che hanno salvato dei migranti, ma ci sono anche tutte le persone che gravitano attorno all’hotspot, la prima accoglienza: forze dell’ordine, polizia scientifica, guardia costiera, Croce Rossa, medici dell’Ordine di Malta e altri volontari. E sono quasi cinquecento persone che vengono da tutte le parti d’Italia. Mi sono chiesta: “che mentalità hanno, per esempio, questi poliziotti che lavorano dentro l’hotspot?” Noi magari abbiamo l’idea antica che la polizia respinga, io invece ho incontrato persone con una grande umanità e mi sono fatta raccontare le loro storie, ovviamente coprendoli cambiandone i nomi».

Ci può raccontare qualcuna di queste storie? 

«Ho incontrato, per esempio, il titolare delle pompe funebri che ha dovuto ordinare per la prima volta in vita sua le bare bianche per i bambini. A Lampedusa c’è il riconoscimento dei cadaveri dei migranti morti in mare, quindi queste persone sono a contatto quotidiano con la morte. Ti chiedi: “nel loro cuore questo contatto costante con la morte cosa provoca?” Sezionare i cadaveri, prendere le impronte digitali, vedere corpi con i piedi e le gambe bruciate, perché fanno le traversate per settimane su questi barchini dove alla base c’è il cherosene. Tutto questo dolore infinito, che noi possiamo solo vagamente immaginare, per loro è la quotidianità. E allora ti chiedi: “che cosa resta nell’animo di queste persone?”»

E cosa ha scoperto?

«Ho scoperto che non s’induriscono, ma sono di un’umanità sorprendente. Ci sono delle persone incredibili, come una poliziotta della scientifica che nel tempo libero lavora all’uncinetto e fa sciarpe e pareo coloratissimi che poi vende ai turisti. Quando andrà in pensione vuole andare a fare volontariato in Africa. Un altro agente, inizialmente molto chiuso, mi ha poi raccontato il dramma che ha vissuto quando ha dovuto rilevare le impronte digitali a più di trecento vittime della grande tragedia del 2013. Ho visto anche il ruolo fondamentale dei mediatori culturali, perché conoscono le lingue e i dialetti e sono i primi che incontrano i migranti quando sono ancora sui barchini. Uno di questi, mi pare sia pakistano, è talmente bravo che la polizia di Agrigento lo ha nominato “poliziotto onorario”. Sono figure importantissime perché sono loro che incontrano per primi i migranti quando ancora sono sulle barche e, oltre a chiedere loro chi sono, domandano se hanno familiari con loro o se sono morti: raccolgono le loro testimonianze, per dare un nome e una storia a queste persone. Questi poliziotti mi hanno anche raccontato che quando recuperano qualcuno morto, prima c’è il processo d’identificazione, poi devono trovare qualcuno che magari ha viaggiato con loro per capire di che Paese è. E ci sono delle persone che fanno un lavoro specifico che è quello di mettersi in contatto via Zoom con le loro famiglie. E lì succedono delle tragedie inimmaginabili! A far questo lavoro sono sempre i mediatori culturali».

Il libro intreccia anche due storie di amicizia parallele. Ce le può raccontare?

«Il mondo di Lampedusa è osservato attraverso gli occhi di Mara, una giovane barista che studia per diventare vigile del fuoco e raccoglie i racconti dei frequentatori del bar durante i giorni di attesa natalizia. In parallelo, a Roma, il poliziotto Sandro attende la consueta telefonata di auguri del suo amico Omar, un vu’ cumprà senegalese. Una telefonata che però quest’anno, inaspettatamente, non arriva. La loro amicizia, anomala, dura da vent’anni ed è cementata anche dalla comune passione per la squadra della Roma. Negli anni, Omar è stato spesso ospite a casa del poliziotto a Natale, dialogando con le sue bambine su tante cose. Quando Omar perde il permesso di soggiorno e deve rientrare in Senegal, Sandro lo aiuta a realizzare il suo sogno e gli dona ben quindicimila euro per permettergli di aprire una panetteria nel suo Paese. Si tratta di storie vere, in cui ho modificato soltanto i nomi dei protagonisti».

Lei sottolinea che non si tratta di una favola consolatoria, ma di un lavoro che affronta anche le paure legate all’immigrazione. Può spiegarcelo meglio?

«Nel libro racconto anche i momenti di sfiducia e di sospetto e i complessi nodi della realtà. Sono storie di solidarietà, ma dietro questa solidarietà si nascondono anche paure che io ritengo legittime. Per esempio sono stata anche a Ventimiglia, nella zona del famoso “passo della morte”, su una montagna piena di dirupi dove passano i migranti che non si possono permettere i passeur che li mettono nei container. Ma sono stata anche al quartiere Gianchette, lì vicino, dove i residenti manifestano per la paura legata agli accampamenti dei migranti. La paura non va demonizzata, né usata a fini politici, ma va governata cercando un equilibrio tra accoglienza, sicurezza e rispetto delle regole. Questo mix va cercato però, mi raccontava il parroco di Ventimiglia, che accoglie in canonica i migranti che arrivano a tarda notte con l’ultimo treno da Trieste, e mi ha detto che lui è “il parroco di tutti”, ascoltando anche le preoccupazioni dei cittadini che manifestano».

Per concludere, le chiedo come vede Rimini e che idea si è fatta della sua tradizionale accoglienza.

«C’è un dettaglio significativo che riguarda Rimini: la tradizione della flotta dei suoi pescherecci affonda le proprie radici in una storica comunità di emigrati giunti proprio da Lampedusa. È interessante notare come Lampedusa, isola di accoglienza, vede una parte della sua popolazione storicamente emigrata ed accolta a Rimini. Un filo rosso di accoglienza reciproca che intreccia perfettamente queste storie».