Sono finalmente tornati i CSI!

Il 22 gennaio 2026, i CSI con una conferenza stampa a Marzabotto annunciano la loro reunion dopo 24 anni con la formazione originale, per una serie di concerti  28 anni dopo il loro ultimo tour. Contestualmente viene annunciata una data di fine tour a Ulan Bator (Mongolia) per il 2027.

Dal 28 agosto a Marzabotto fino al 12 settembre a Catania si è svolto il tour «In viaggio» che ha riportato sui palcoscenici CSI – la band nata negli anni Novanta dalle ceneri dei Cccp-Fedeli alla linea. Una reunion per il Consorzio di Suonatori Indipendenti che ha tracciato, con le sue dissonanze aspre e taglienti, una linea di demarcazione netta nel panorama rock indipendente italiano. Questa storia di amicizia tra personalità artistiche spiccate e molto diverse — Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori dei disciolti Cccp; Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Giorgio Canali, transfughi dai Litfiba; con l’aggiunta decisiva di Ginevra Di Marco — viene ripercorsa dal direttore del Gabinetto Vieusseux di Firenze, Michele Rossi, nel libro Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei C.S.I. (Baldini e Castoldi) che è uscito in libreria proprio alla partenza della reunion. Una coincidenza tempestiva, dopo cinque anni di ricerche, letture, incontri privati con Giovanni Lindo Ferretti, da cui Michele Rossi, già autore di Condotti da fragili desideri – Parole e liturgie dei Cccp-Fedeli alla linea (Baldini + Castoldi), ha tratto particolari inediti sulla storia dei Csi.

«Non so dove va l’umanità, so che da una parte dovrebbe rallentare la marcia e concedersi il lusso di perdere un po’ di tempo per riflettere, ripensarsi e da un’altra parte sarebbe il caso di accelerare, recidere i legami con molto di ciò che ci ha generato e sta alle nostre spalle. Per il resto mi sembra che nessuno segua nessuno, né in campo politico né in campo religioso, buona parte del genere umano, io fra questi, non si riconosce in rappresentanze che quando va bene rappresentano ben poco e quel poco è fatto più di un passato dignitoso che di un presente significativo e capace di indicare un futuro plausibile. L’estraneità profonda, al di là degli interessi concreti, al mondo in cui viviamo è la situazione che caratterizza il nostro tempo, il secondo dopoguerra, al termine» (Giovanni Lindo Ferretti)

CSI, Del mondo (Ko de mondo, 1994)

I CSI sono stati uno dei gruppi musicali più incisivi degli anni Novanta, un «Consorzio» di individualità artistiche costruito intorno all’amicizia, alle emozioni e alla stima reciproca.
«Quella famiglia era molto particolare, si chiamava Consorzio dei Suonatori Indipendenti proprio perché ognuno viveva indipendentemente, anche nella testa, dagli altri e ognuno aveva un approccio musicale, artistico, etico, politico e mentale personalissimo.» (Giorgio Canali, 2000)
Troviamo nella sigla C.S.I. della band riverberi e riferimenti ai cambiamenti in atto nell’ex Unione Sovietica degli anni ’90. Ovviamente anche il precedente nome faceva riferimento al mondo dell’Unione Sovietica, così questo fa riferimento alla Comunità degli Stati Indipendenti che aveva preso il posto dell’U.R.S.S. Rispetto alla formazione dei CCCP, oltre a Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, entrano stabilmente Gianni Maroccolo (basso), Giorgio Canali (chitarre), Francesco Magnelli (piano, tastiere) e sua moglie Ginevra Di Marco (voce).

Nel 1994 la band pubblica l’album Ko de mondo. Si tratta del primo disco per la nuova sigla. Il disco è composto, concepito, arrangiato, suonato e registrato nei mesi di agosto e settembre del 1993 nel casale Le Prajou in Finistère (Bretagna). Il nome dell’album è una storpiatura di Codemondo, frazione di Reggio Emilia, da dove provengono Ferretti e Zamboni.

 «Erano partiti il 16 agosto con un camioncino stracolmo di strumenti musicali, registratori e nastri magnetici. Appena arrivati a Le Prajou, avevano montato nel salone più grande gli strumenti e i monitor, poi fissata qualche coperta sui muri per cercare di attutire i suoni. Il tecnico del suono Giovanni Gasparini, che si era costruito una piccola regia con mixer e registratori analogici nella camera da letto di Ferretti, era in genere il primo ad alzarsi la mattina.
Accendeva le macchine ed era a disposizione di chiunque volesse registrare qualcosa. A seguire si svegliavano Zamboni e Magnelli; Maroccolo e Gulli erano i più ritardatari, perché suonavano fino a notte fonda. Ferretti scendeva dal soppalco che sovrastava il mixer e la console, prendeva una sedia e si metteva a leggere facendo colazione. A volte si addormentava con un libro o un giornale in mano, allora gli altri gli mettevano una giacca addosso. Di solito a metà mattinata usciva a passeggiare, a volte montava a cavallo, per far rientro la sera con un quadernetto pieno di parole che faceva sentire agli altri. »

CSI, In viaggio (Ko de mondo, 1994)

«La nostra filosofia in Bretagna era di attendere che le cose accadessero, a volte con naturalezza, altre volte con completa naturalità», ricorda Giovanni Lindo Ferretti. Quando decideva di non allontanarsi dalla casa e non voleva farsi distrarre dagli strumenti, con le cuffie alle orecchie si accovacciava su un tavolino di pietra del giardino e provava a canticchiare i testi che aveva scritto.

Ko de mondo è stato accolto dalla critica con grande entusiasmo. Stefano Bonagura su «Rockstar» ha scritto a tutta pagina: «C’è voluto del tempo per far uscire nuovamente allo scoperto Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, nucleo storico dei vecchi CCCP, due persone affascinanti, carismatiche, terribilmente diverse dal mondo che li circonda. Hanno deciso di esprimersi attraverso la musica, ma parlano una lingua diversa da quella della canzone». Gino Castaldo su «la Repubblica» ha commentato: «Ko de mondo è uno schiaffo poetico, sovversivo e nichilista, alle banalità quotidiane», mentre «la musica, propiziata da Gianni Maroccolo, segue e scontorna il frasario inquieto di queste poesie, costruisce una liquida ed epica scenografia rock. E nell’insieme ne viene fuori un ritratto impietoso di quello che siamo oggi, ma anche la febbre ardente del desiderio che cova sotto le ceneri della desolazione». Così concludeva: «Imbattersi in questa musica non può lasciare indifferenti». «Il disco è artisticamente per scelta molto minimale», ha precisato Maroccolo a un giornalista che lo ha intervistato per «Il Mucchio Selvaggio». I CSI hanno scelto questa volta di puntare all’essenzialità: «D’altra parte avevamo già esagerato in Epica con l’epicità e non volevamo assolutamente ripeterci».

Un gruppo che ha cantato il suo punto di vista sul mondo con sincerità cruda:
“Se tu pensi di fare di me un idolo/ lo brucerò/ trasformami in megafono m’incepperò/ cosa fare non fare non lo so/ quando dove perché, riguarda solo me/ io so solo che tutto va ma non va/ non va, non va…”

CSI, A tratti (Ko de mondo, 1994)

Le ispirazioni dei testi dei CSI vanno da Beppe Fenoglio a Pier Paolo Pasolini, da Tolstoj a Silvio D’Arzo a Cesare Zavattini, passando per scrittori come Trygve Gulbranssen e Eduard Limonov.
Il lamento che diventa poesia di Intimisto:
“Mi rubi il tempo, mi rubi l’energia, non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo, incrini il mio coraggio, vanifichi l’attesa, le sere che ti aspetto e i pomeriggi che aspettano la sera…”

CSI, Intimisto  (Ko de mondo, 1994)

Nei testi emerge la visione poetica di Ferretti: “La poesia è un’attitudine contemplativa dello sguardo, è stata un codice letterario e il rifugio d’amorosi sensi, è propria dell’intimo ma non disdegna il civico. Una connotazione dell’umano”.

Riferimenti  alla violenza del mondo (allora la guerra nei Balcani, ma potrebbe essere oggi Gaza, o l’Iran, o l’Ucraina)  in questo brano, una lunga riflessione di una testa tagliata, che riporta col pensiero alla ghigliottina, e che accarezza su una melodia meravigliosa tutti gli stati d’animo del replay di una testa mozzata, che si perde tutto sotto un cielo “slavo del sud non senza grazia”, il tutto interrotto qui e là da interferenze cibernetiche che fanno ricordare il Battiato de “La Cura“.

Chi è che sa di che siamo capaci tutti
Vanificato il limite oramai
Vanificato il limite
Si avvicina l’inverno
Soffice crepitio sulla terra
Pomeriggio dolce assolato terso
Sotto un cielo slavo del Sud
Slavo cielo del Sud non senza grazia

CSI, Memorie di una testa tagliata (Ko de mondo, 1994)

In quiete  (1994) fu l’unplugged dei CSI, in cui “In viaggio” proseguiva in questa inedita e lunga esibizione di pianoforte di Francesco Magnelli (che aveva raggiunto il gruppo dai Liftiba) e voce di Giovanni Lindo Ferretti, qui in versione live:

Memorie e passi d’altri ch’io calpesto
su stanchezze di secoli in alterna cadenza
gioia che riannoda dolore che inchioda.

CSI, Inquieto (In quiete, 1994)

I CSI hanno rappresentato il punto di massima congiunzione tra la durezza del punk rock europeo e la poesia mistica dell’Appennino tosco-emiliano. Si sono imposti negli anni novanta come un’esperienza artistica irripetibile, capace di cantare le macerie della storia contemporanea — dalla Bosnia alla fine delle ideologie — con una profondità etica e spirituale disarmante. La voce salmodiante di Giovanni Lindo Ferretti, unita alle chitarre spigolose e solenni di Massimo Zamboni, ha dato vita a capolavori epocali come Ko de mondo e Linea Gotica.
In quest’ultimo album c’è anche E ti vengo a cercare  di Battiato, che presta la sua voce insieme a quella dei CSI. Loro la resero elettrica, grave e stupefacente:

CSI, E ti vengo a cercare (Linea Gotica, 1996)

Più che una band, i CSI sono stati una comunità itinerante di intellettuali e musicisti, uno stimolo di resistenza culturale che ha dimostrato come il rock italiano potesse essere, al tempo stesso, profondamente radicato nella tradizione e proiettato verso l’infinito, anche quando loro non ci saranno più. “Noi non ci saremo” è sopravvissuta al suo arrangiamento e alla baldanza dell’esecuzione originale dei Nomadi grazie a se stessa e all’immortalità del suo titolo, divenuto slogan e controslogan, retorica e antiretorica. Ma se avesse avuto bisogno di aiuto, questo sarebbe stato l’aiuto migliore del mondo: il trattamento CSI.

CSI, Noi non ci saremo (Noi non ci saremo,2001)

Col nome di Per Grazia Ricevuta (PGR) fecero tre dischi, ora senza Zamboni, e forse non furono all’altezza dei precedenti se non con qualche eccezione, e questa fu una grande eccezione, per l’andamento che ti si porta via e per i versi  “Certo, le circostanze non sono favorevoli (e quando mai)”, buone per affrontare qualunque cosa nella vita. Era nel disco del 2009, ma l’arrangiamento della raccolta successiva che fecero assieme a Battiato è meglio.

Gente che fa buio avanti sera. Gente da basto.
Da bastone. Da galera.
Risuona la parola detona rimbomba in me cassa armonica:
far fronte e in marcia tra timori sgomenti e baldanza festante.
Certo le circostanze non sono favorevoli
e quando mai
bisognerebbe… bisognerebbe niente
bisogna quello che è
Bisogna il presente.

PGR, Cronaca montana (ConFusione, 2010)

«Quando il filosofo Mario Enrico Cerrigone definì “Blu”  la canzone mistica più bella mai scritta, mi si è aperto un mondo: ho capito che l’alba blu è l’assoluto che è dentro ciascuno di noi»
(Michele Rossi, Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei CSI, 2026)

Blu è uno dei brani più intensi e mistici dei CSI, pubblicato nel 1996 all’interno di Linea Gotica. Il pezzo unisce la vocalità solenne di Giovanni Lindo Ferretti a un tappeto sonoro ipnotico e stratificato, giocando sul tema dell’attesa, del dolore e di una spiritualità laica ma profondissima.
Il brano si apre con i versi circolari: «Aspetta chi è aspettato / che sia compiuta l’attesa di chi attende», nati originariamente da una frase richiesta a Ferretti per essere fusa sulla circonferenza di una campana.
Il dolore viene spogliato dalla retorica e trasformato in materia visibile. L’apertura finale — «Ho visto un’alba blu» — rappresenta un momento di epifania e di lucida liberazione dopo l’attraversamento del buio.

Aspetta chi è aspettato
Che sia compiuta l’attesa di chi attende
Non sono strutturato in modo
Di poter reggere per molto tempo ancora

Sotto la calma apparente
Un assordante frastuono
Dissonanze chiassose e confuse
Armonie affannate sconnesse

Leggere increspature agli orli
Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
Che mi prometto di non pronunciare mai più
(In modo di poter reggere per molto tempo ancora)

Alimentare catena implacabile
Pause tranquille atte alla digestione
Intransigenze mute
Rabbiose devozioni

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
Che mi prometto di non pronunciare mai più
Che mi prometto di non pronunciare mai più

Ho dato al mio dolore la forma di abusate parole
Lasciando perdere attese e ritorni
Ho aperto gli occhi dall’orlo increspato
Ho visto un’alba blu, ho visto un’alba blu
Ho visto un’alba blu, ho visto un’alba blu

CSI, Blu (Linea Gotica, 1996)

Così i CSI sono tornati, dopo 28 anni. Al primo concerto a Montesole niente fronzoli, nel pieno rispetto dell’etica della band: niente transenne per i settori vip, niente schermi a led, niente passerelle. Il palco non è nemmeno rialzato: è nudo, essenziale. Solo le prime file, accalcate, riescono a scorgere i volti dei musicisti, ma a chi sta dietro non importa: a qualche metro di distanza, decine di persone sono sedute sulle coperte stese sul prato, in una dimensione comunitaria che sa di concerti vecchio stile, fermi nel tempo. È un’austerità totale, rotta unicamente dall’inaspettata confessione di Ferretti, unica frase pronunciata fuori dai testi in tutta la serata: “C’è un affetto così forte da parte vostra che rischia di stritolarci”.

I CSI sono riapparsi, portando in dote l’essenza di un’utopia ruvida e magnetica. Per due ore a fine agosto nel Parco Storico di Montesole, il loro mondo è stato – ben più che a tratti – perfetto.

Mauro Bianchi