Siamo tutti sospetti, Dame Agatha Christie! Intervista allo scrittore Andrea Fazioli, indagando oltre il recinto della verità nel giallo contemporaneo.

Non la puoi recintare la verità, devi andare oltre i tuoi confini per scoprirla, perché spesso, come insegna Agatha Christie, è proprio la persona meno sospetta ad aver commesso il male. E tante volte è la più insignificante, sia una signora inglese di mezza età o un eremita, a scoprire la verità prima del grande e celebre investigatore.
Andrea Fazioli ha guidato il pubblico del Meeting in un percorso affascinante nel mondo di Agatha Christie. Autore di gialli e noir, docente di scrittura creativa e giornalista, Fazioli è il creatore dell’investigatore privato Elia Contini, le cui inchieste sono iniziate con il romanzo d’esordio “Chi muore si rivede” (2005) e sono proseguite con il successo nazionale de “L’uomo senza casa” (2008, edito da Guanda). Lo abbiamo intervistato, prima del suo incontro al Meeting.

Partiamo dall’argomento di oggi all’ultima giornata del Meeting 2026: il mistero in Agatha Christie. 

Andrea Fazioli: «Agatha Christie è un’autrice che si rischia di dare per scontata, perché tutti, bene o male, conosciamo il suo immaginario, anche senza averla letta direttamente. Tutti abbiamo presente la classica casa di campagna inglese, la biblioteca in cui viene trovato il cadavere e la cerchia di sospettati: il baronetto, il colonnello in pensione, il vicario della parrocchia e la vecchietta pettegola. Spesso si tende a limitare la portata di questo classico giallo inglese, specialmente oggi che il genere noir e il thriller si sono evoluti verso toni più violenti, duri e cupi.
Tuttavia, il modo in cui Agatha Christie pone la questione del male è estremamente interessante. Il male arriva in uno scenario in cui non ce lo si aspetta. Inoltre, secondo la regola classica del giallo, le persone più sospettate o che per pregiudizio riterremmo più vicine al male non lo sono, mentre i colpevoli si rivelano essere le persone che sembravano più lontane. “Nessuno di noi è innocente”, sembra dirci l’autrice, e questo è un ragionamento profondo che ci permette di indagare il mistero del male e come si manifesta nella quotidianità, cosa che la cronaca nera più truce o i thriller più violenti non consentono di fare. Questo understatement britannico ed elegante, che evita la violenza esplicita o il macabro, mette paradossalmente al centro la questione del mistero del male e di come questo interroghi ciascuno di noi.
Al male segue poi la ricerca della verità. Nel modello classico, a trovare la verità non è l’esperto poliziotto iperqualificato, ma la vecchietta che raccoglie i pettegolezzi o l’investigatore un po’ squinternato e caricaturale che nessuno all’inizio prende sul serio. Oggi siamo più in un’epoca di professionisti della polizia, ma Agatha Christie mantiene quell’ironia britannica di fondo che non esclude affatto il discorso sul male.»

E nel suo modo di scrivere che cosa significa il rapporto col mistero in Agatha Christie? 

Andrea Fazioli: «Per me, come autore, è stato un incontro fondamentale. Da ragazzino, come tutti, l’ho incrociata: dopotutto è l’autrice più tradotta al mondo, dopo Shakespeare e la Bibbia. E anche oggi, se i giovani non la leggono direttamente, ne assorbono l’immaginario attraverso telefilm e serie televisive, da “La signora in giallo” in poi.
Scrivere gialli mi ha permesso di unire la quotidianità della mia vita a qualcosa che la interrompe – un delitto, un crimine – per fare luce su di esso. Questo genere mi consente di combinare l’indagine del territorio che mi circonda (la mia quotidianità, la Svizzera italiana, le vie, le case) con la trasfigurazione dell’avventura letteraria. Nei miei romanzi c’è la malavita organizzata, ma evito la rappresentazione morbosa della cronaca nera; non è mai tutto troppo truce o violento. Da Agatha Christie ho imparato proprio questa necessità di trasfigurazione letteraria, che distingue un romanzo da quel guardare morboso, tipico di chi si ferma a osservare un incidente in autostrada».

È molto interessante questo rapporto con la verità. Secondo lei l’esigenza che il lettore ha rispetto alla verità è cambiata rispetto al periodo di Agatha Christie? E se sì, come? 

Andrea Fazioli: «Questa è una domanda da saggio di filosofia, ma è vero: chi scrive gialli si interroga continuamente sulla verità e sulla giustizia, una domanda che risuona fin dai tempi del “Cos’è la verità?” di Ponzio Pilato (il cui caso giudiziario, in fondo, è già un poliziesco).
Nel giallo classico c’era la fiducia di poter arrivare a una verità, a una soluzione dei fatti. Al contrario, in molte forme di giallo contemporaneo c’è una sfiducia di fondo, come se la verità non esistesse affatto. Nel giallo classico il caso viene risolto, ma per me – e questo lo tengo sempre a mente quando scrivo – lo svelare il mistero non lo annulla, bensì lo approfondisce. Si possono ricostruire i fatti e chiarire la dinamica di un omicidio, ma il perché profondo rimane. Come dice Poirot in un romanzo, la cosa più difficile non è capire chi ha commesso il crimine, ma perché. Anche quando credi di averlo capito, il male conserva un nucleo di mistero. Mi interessa molto di più questa via: arrivare a una verità che, anziché annullare il mistero, lo approfondisce, piuttosto che seguire la via contemporanea del “non si può arrivare a nessuna verità”.
Negli ultimi anni, mi sembra che siamo passati da un relativismo della verità (dove ogni verità ha il suo valore e, ironicamente, “siamo tutti colpevoli”, come in “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie) a una sorta di nuovo assolutismo della verità, mediato dalla nettezza in bianco e nero dei social network. C’è la pretesa di definire la verità pienamente, fin all’ultima pennellata: “La verità è questa, io la conosco, decido io il recinto dentro cui si trova, e chi non è d’accordo è fuori”.
Trovo sia difficile oggi aderire a qualcosa ritenendolo vero, ma riconoscendo al contempo che non lo si può conoscere del tutto. Riconoscere che la verità esiste ma resta misteriosa è, secondo me, la vera chiave. Invece di dire che la verità è relativa, o che è chiusa interamente nel nostro recinto, dovremmo dire: “La verità è qui, ma io non conosco tutti i suoi confini. Qualcuno potrebbe conoscerne il lato a sud meglio di me”. Il romanzo poliziesco, per me, è proprio un esercizio per imparare a mantenere questa apertura e questa disposizione all’ascolto.» 

Vorrei chiederle del motivo per cui scrive. Lei ha iniziato molto presto, ha avuto successo; quello che l’ha spinta all’inizio com’è cambiato rispetto a oggi?

Andrea Fazioli: «Fin da ragazzino, forse anche perché onestamente non sapevo fare altro se non raccontare e scrivere, capivo che narrare storie era la mia possibilità di incontro e di unione con gli altri nel cortile della ricreazione. Poi sono diventato giornalista per la radio e la televisione, muovendomi sempre nell’ambito della parola.
La mia storia editoriale è particolare. Ho scritto il mio primo romanzo a 23 anni (‘Chi muore si rivede’, ndr); ebbe soprattutto un’eco locale. Vivo nella Svizzera italiana, nel Canton Ticino: una terra di frontiera che rappresenta un’italianità al di fuori dei confini politici dell’Italia. Questa dimensione mi affascinava. Il mio secondo romanzo, pubblicato da Guanda (‘L’uomo senza casa’, Guanda), ebbe una risonanza nazionale in Italia e fu tradotto in varie lingue, facendo conoscere questo territorio all’estero. Per me questa è una domanda costante: sono culturalmente e pienamente italiano, è la mia lingua madre, eppure non ho il passaporto italiano e sono virtualmente un autore straniero. Cosa significa questo per me? È un’interrogazione continua che va al di là del genere letterario.
L’investigatore privato che ho creato a 23 anni (Elia Contini, ndr) torna in scena nel mio prossimo romanzo in uscita a metà ottobre per Guanda. Mi fa uno strano effetto rimetterlo in scena ora che ho la sua età. Nei primi romanzi lui aveva circa 40 anni (che a me a 23 sembravano tantissimi), ora l’ho invecchiato di una decina d’anni e ne ha circa 50, per segnare un cammino comune.
Questo investigatore si muove tra un villaggio di montagna e i traffici della Lombardia. Nei romanzi ho inventato che, per riflettere sui casi, lui sale ancora più in quota a trovare un amico che vive come un eremita nei boschi, in una baracca, completamente isolato. Questo eremita, che non scende mai a valle, ha delle intuizioni misteriose che aiutano a risolvere i casi. Scrivendo, mi sono reso conto di quanto questa intuizione avesse una profondità che all’inizio non coglievo: chi è più lontano e isolato, chi tace e non ha voce o account social, spesso capisce più degli altri e arriva più vicino alla verità rispetto a chi è immerso nel rumore della quotidianità. È una dinamica simile a Miss Marple: la vecchietta svampita che risolve il caso mentre gli esperti di Scotland Yard non cavano un ragno dal buco. Ha a che fare con la disposizione all’ascolto e all’osservazione di chi sta ai margini

Qual è il suo rapporto con Rimini e cosa le piace della nostra città?

Andrea Fazioli: «Sono stato a Rimini anni fa, in inverno, per presentare uno dei miei primi libri in una libreria. Chi viene da lontano associa inevitabilmente Rimini all’estate, ma io mi ero innamorato della Rimini invernale, del suo ritmo più quieto, silenzioso, e del respiro del mare. Io sono un uomo di montagna e la montagna è il mio paesaggio quotidiano, ma il mare d’inverno mi offre una vastità che mi manca. Mi piaceva entrare nei bar, ascoltare le chiacchiere della gente, in un’atmosfera lontana dal trambusto estivo.
Inoltre, il mio bisnonno era originario di Cremona, prima di emigrare in Svizzera. Forse per questo ho una sorta di nostalgia atavica per la pianura e l’orizzonte piatto. Pur amando la montagna, ho bisogno ogni tanto di non vederla, di vivere la dimensione della pianura.»

A cura di Alessandro Caprio