“Siamo gli unici al mondo a fare la pizza ‘coccolata’”. Intervista con Nico Acampora, fondatore di PizzAut

Se l’entusiasmo ha una voce, beh, è proprio quella di Nico Acampora, 54 anni, «padre di Leo», come ama definirsi, prima che fondatore e presidente delle pizzerie più famose d’Italia: PizzAut, che danno lavoro a 41 ragazzi autistici. Sì, perché tutta la realtà di PizzAut «non nasce per la voglia di fare impresa nella ristorazione, non ci avrei mai pensato», precisa Acampora, «nasce tutto perché ho un figlio autistico: pensando al suo futuro, mi è venuto in mente di creare un ristorante, una pizzeria».

Oggi le pizzerie sono due: una a Cassina dè Pecchi (Milano) e una a Monza, inaugurata nel 2023, nientemeno che dal Presidente della Repubblica Mattarella. E c’è il progetto di aprirne una terza, anche se non è semplice. Ma lui e i suoi ragazzi alle sfide sono abituati. Nel 2022 sono stati ricevuti da Papa Francesco, che ha anche indossato il loro ormai celebre grembiule rosso. È invece del 2024 l’intervento all’Onu, dove hanno preparato e servito le pizze al Palazzo di Vetro. Da allora non è così esagerato parlare di “pizza più buona della galassia”, come recita il sito.

Nico Acampora è a Rimini in occasione dell’incontro di sabato 14 “La forza della gentilezza”, promosso da RomagnaBanca a San Patrignano, insieme a centinaia di studenti e a tanti ospiti, tra cui Marisa Laurito, Elisabetta Dami, Andrea Lucchetta, Agnese Pini e Gegè Telesforo.

Partiamo proprio dal tema dell’incontro: la gentilezza, una qualità che oggi sembra un po’ dimenticata. Secondo te perché è importante?

«La gentilezza è importante quando non diventa ipocrisia, quando passa dalla forma alla sostanza. Ad esempio, chi ci governa – in generale, non mi riferisco al governo attuale – spesso è poco gentile: se a ragazzi come mio figlio l’insegnante di sostegno arriva dopo mesi, questo è sicuramente un comportamento non gentile. Allo stesso modo, se ci sono aziende che preferiscono pagare le multe, pur di non assumere ragazzi con disabilità come i nostri figli, questo è un atteggiamento non gentile, per quanto te lo possano raccontare con modi gentili».

Qual è stata la difficoltà più grossa e cosa c’è di più entusiasmante nel lavorare con questi ragazzi?

«Insieme alle difficoltà c’è grande entusiasmo e grande gioia, perché vedi il cambiamento, vedi miracoli che sembravano impossibili e che invece succedono. La difficoltà più grossa, all’inizio, è stata che non ci credeva nessuno. Quando dicevo che avrei fatto un ristorante gestito completamente da persone autistiche, mi dicevano che ero “più handicappato dei miei ragazzi”. A proposito di modi gentili: una psichiatra mi scrisse dicendomi che ero il “solito padre frustrato” che non si arrende alla disabilità del figlio e che s’inventa progetti irrealizzabili, dando solo finte speranze alle altre famiglie. Questa cosa è stata un grande stimolo, e ancora oggi, quando penso a lei, mi stimolo almeno due volte al giorno» (ride).

Consiglieresti a tutti di lavorare con ragazzi autistici?

«Assolutamente sì. Sono dei lavoratori straordinari. La parte più difficile è insegnargli il mestiere, ma poi quando imparano sono impeccabili. Quando sono partito mi dicevano che, avendo tutti la 104 per la loro disabilità, avrei avuto un sacco di assenze. Io non ho mai assenze: i miei ragazzi vengono a lavorare sempre, non prendono mai un permesso, perché lavorare per loro è una grande gioia e una festa».

Hai un aneddoto legato a questo loro modo di vivere e pensare?

«Certo. Quando è venuto a mangiare da noi il Presidente della Repubblica Mattarella, hanno messo due squadre di tiratori scelti sul tetto. Un mio cameriere, vedendoli salire tutti bardati con fucile e giubbotto antiproiettile, è corso da me preoccupato e mi ha chiesto: “Nico, ma adesso chi gliela porta la pizza sul tetto?”. Solo un ragazzo autistico poteva preoccuparsi che quelle persone avessero fame e che lui dovesse servirgli la pizza!»

Qual è il tuo rapporto con la Romagna e con Rimini?

 «Siamo stati a Rimini diverse volte: siamo venuti al Meeting a fare le pizze (nel 2023, ndr), un’esperienza incredibile in cui fummo presi d’assalto, tanto da dover organizzare prenotazioni improvvisate perché non bastavano i posti a sedere. Poi sono tornato per una convention aziendale e per presentare il libro “Vietato calpestare i sogni”. Mi ha sorpreso molto la grandissima partecipazione: pensavo che le persone conoscessero di più PizzAut in Lombardia, invece anche a Rimini c’è stato un grandissimo calore».

Trovi che ci sia un’attitudine tra il tuo progetto e noi romagnoli? Magari nell’andare fuori dagli schemi?

 «E sì, noi siamo andati decisamente fuori dagli schemi: prima di PizzAut nessuno parlava di “autismo e lavoro”, era un binomio inesistente. Si parlava di autismo e tempo libero, di terapia, del “dopo di noi”, ma nessuno pensava che i nostri ragazzi potessero lavorare».

Avete già raggiunto traguardi enormi, oltre alla visita di Mattarella, l’incontro con Papa Francesco e l’Onu. Qual è la prossima tappa?

«La prossima tappa potrebbe essere aprire il terzo ristorante. Ci stiamo lavorando, senza fretta, abbiamo centinaia di richieste, ma PizzAut non è un fast food: ha bisogno di una dose d’amore e di tempi di maturazione diversi, non è un format replicabile come se nulla fosse. L’ipotesi, molto particolare, è quella di aprire un PizzAut dentro una grande università. Pensa che meraviglia! Potremmo sensibilizzare la futura classe dirigente, i futuri HR o amministratori delegati. Dopo essere stati nutriti per 5 anni da lavoratori autistici, non potranno più avere pregiudizi quando dovranno scegliere il personale».

Siete sempre pieni di impegni: quali sono i vostri prossimi appuntamenti?

«L’estate è diventata piena di appuntamenti. Siamo stati a fare le pizze sia per il concerto di Ligabue, saremo a quello di Elio e le Storie Tese a giugno. Sono situazioni bellissime, perché incontri decine di migliaia di persone e hai l’opportunità di parlare dal palco, sensibilizzando il pubblico, oltre a far lavorare seriamente i ragazzi, perché cucinare per tutta quella gente non è uno scherzo!»

A proposito di pizza, qual è la tua preferita?

«A me piace molto la DPCM, inventata durante la pandemia (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, ndr). La facemmo assaggiare all’allora Primo Ministro Conte, che la definì “il miglior DPCM mai fatto in Italia”. I ragazzi con autismo però non colgono l’ironia o i doppi sensi, così uno di loro lo guardò e gli rispose: “Presidente, se posso dire la verità, non era difficile” (ride).

E invece com’è la storia della “pizza coccolata”?

«Questa è una storia bellissima sulla gentilezza. All’inizio il maestro pizzaiolo disse ai ragazzi che dovevano “schiaffeggiare l’impasto”. Dopo una settimana, spiegò loro che l’impasto è “una cosa viva”. Uno dei miei pizzaioli non verbali smise improvvisamente di fare le pizze. Ci mettemmo un mese a capire il motivo, finché capimmo che, ai suoi occhi, le cose vive non si possono schiaffeggiare. Gli abbiamo dovuto spiegare che invece di schiaffeggiarla doveva “coccolarla”, compiendo più o meno lo stesso movimento. Da quel momento ha ripreso a lavorare. Per questo dico sempre che siamo gli unici al mondo a fare la pizza coccolata.

A cura di Alessandro Caprio