“Roberta” e Cantagiro 1963. Riccione, Peppino di Capri e Paolo Lepore. Un racconto di Rosita Copioli

Anni fa «Avvenire» mi chiese un racconto estivo, che poi raccolse in volume. L’estate per me era quella di Riccione, nei freschissimi anni Sessanta, nell’albergo di famiglia che ora non c’è più. Intrecciai una rievocazione che andava indietro nel tempo, intorno a una delle famiglie più vecchie e affezionate, i Lepore, e a un piccolo evento che ebbe a protagonista Peppino Di Capri, con il mio pianoforte.
Ora che Di Capri è ritornato nel mondo delle musiche angeliche, dalle quali sicuramente proveniva, con quella versatilità da guitto e acrobata tra cielo e terra, lo ripropongo con maggiore nostalgia. Si era adattato al nostro mondo mortale. Lascio lo stesso titolo anche se è un errore (mi fu segnalato da Franco Gabici, fisico astronomo ed espertissimo di musica leggera). L’ho corretto all’interno, e ho fatto altre aggiunte.
Riascoltate Peppino di Capri, riascoltatelo anche in quella registrazione live di Roberta (cineclasicopm), dove canta con tristezza infinita, i capelli lunghi crespi, il primo piano che va sfocandosi, luci che si smorzano nel bianco nero che tutto assorbe, come nei sogni.

 

“Roberta” e Cantagiro 1963. Riccione, Peppino di Capri e Paolo Lepore

In un mese imprecisato della calda estate 1962, il pianoforte mi fu sequestrato da Peppino di Capri e dal futuro avvocato Paolo Lepore, suo amico, che in quegli anni era suo paroliere e ispiratore di motivi. Avevano fretta. Non so perché Peppino di Capri fosse venuto a Riccione con la moglie Roberta Stoppa, in visita a Paolo, che era alloggiato con tutta la famiglia nel nostro albergo. Forse non avevano trovato la misura giusta per la canzone suggerita da Paolo con un primo titolo Lo sai. Peppino di Capri, ossia Giuseppe Faiella, era all’acmé della popolarità. Renato Carosone, colonna portante delle estati al Savioli di Riccione, con Gegé di Giacomo e Van Wood, l’aveva preceduto. Peppino sfornava dieci 45 giri all’anno, il doppio degli altri. Veleggiava sia con le canzoni napoletane classiche (Io te vurria vasà, Malatia, Voce e’ notte, Malafemmena ecc.) che cantava con voce di gatto, sia con le canzoni nuove (Nun è peccato, Luna caprese); e con Let’s twist again di Chubby Checker aveva appena introdotto in Italia il twist (ma suo fu il Saint-Tropez Twist, per citare fra i tanti), che si impose come il ballo assoluto per diverso tempo, finché non fu soppiantato dallo shake, rimanendo tuttavia una delle danze cult del Novecento.         Allora ero troppo ragazzina per esercitarmi nel twist. Sarà per quello che non l’ho mai imparato bene. Appartengo alla generazione dello shake, dove pochi potevano battermi nell’inventare figure diverse: lo shake consente la massima libertà, a seconda del tipo di musica che lo veicola. Il twist ti impone l’avvitamento delle gambe, una per volta, fino a rasentare terra, e già questa ginnastica blocca in buona parte ogni invenzione. Se non ho mai preso piena familiarità con il twist, meno ancora ne ho avuta con il rock and roll, che nel Cinquanta era esploso con Paul Anka, Elvis Presley, i Platters e Pat Boone, e faceva saltare in balzi acrobatici le ragazze con le ballerine ai piedi e le gonne a ruota gonfiate dalle crinoline. Era l’epoca di Brigitte Bardot e di Sue Lyon-Lolita nel film di Stanley Kubrick, indimenticabili nei completini a quadretti rosa o celesti; di Mina in ballerine, la Tigre urlante «Una zebra a pois, / me l’ha data tempo fa / uno strano marajà / vecchio amico di papà. / Una zebra a pois, beh che c’è? / a pois, a pois, a pois»; di Rita Pavone ancora vestita da Gian Burrasca.

Il rock mi attirava, ma ero piccola, e non c’era nessuno che potesse insegnarmelo. L’unico maestro di ballo era stato mio nonno, con il Bel Danubio blu di Strauss. Perciò i walzer m’hanno affascinato, da quelli di Chopin fino all’inedito di Verdi della colonna sonora del Gattopardo di Visconti, che Nino Rota trascrisse per orchestra dalla versione originale per pianoforte, e che a me piaceva suonare. In ciò facevo disperare il mio maestro di musica, il mite Paolo Gualdi, perché volevo suonare solo quel che mi garbava: i romantici, le canzoni russe dell’Ottocento lasciatemi dalla prima maestra, bella come Caterina Boratto, e le mie improvvisazioni dove andavo in trance.

La canzone che Peppino di Capri componeva con Paolo era Roberta, dedicata alla moglie, e certo aveva un motivo autobiografico. Lui la chiamava: «Roberta ascoltami», «ritorna ancor vicino a me», le diceva: «perdonami» ammettendo colpa o difetto: «non t’ho saputo amar». Roberta diventò popolarissima, anche se il Cantagiro del 1963 fu vinto da Non ti credo, scritta sempre con Paolo Lepore e Luigi Naddeo. Per me Roberta fu il solo incontro diretto con il laboratorio della canzone italiana dell’epoca. Se eccettuo, quattro anni più tardi, il tifo per il mio compagno di scuola Ennio Cavalli, che aveva scritto La storia dell’umanità, vincendo con il suo complessino i campionati scolastici e incidendo un disco. Erano già altri tempi. Ascoltavo jazz, amavo i Beatles (peraltro sostenuti proprio da Peppino), non amavo i Rollings Stones (con buona pace del mio amico Giuseppe Conte: non possedevano qualità musicali). Avevo scoperto (in ritardo) Tenco, Brassens, De André, e nel ’67-’68 ascoltavo Guccini a Bologna, mentre da mezzanotte, preparando gli esami, sentivo alla Radio Here is the voice of America, che mi fece conoscere Otis Redding, davvero straordinario con le sue I’ve been loving you too long, Shake, Satisfaction, Sitting’ on the dock of the bay. Ma le mie conoscenze canzonettistiche non sono mai state troppo vaste. Anche allora preferivo Mozart, Rossini, Wagner, e magari i ragas indiani, e in seguito le melodie irlandesi. Ero però prevenuta verso l’opera lirica. Me ne appassionai verso i trent’anni.

Roberta Stoppa era esile, e più che bianca, lattea: come doveva essere una fotomodella dell’epoca. La ricordo, questa bellezza castana, nel giardino, fuori della tavernetta verso il mare, vicino al tavolo da ping pong. Candida e come un giunco, contrastava con i tedeschi sudati e abbronzati (non sono mai riuscita a capire come potessero prendere il sole quando pioveva); con i bambini neri come formiche, che attraverso il cancello del giardino correvano su e giù dalla spiaggia (il lungomare, costruito da poco, era una stradina priva di macchine, che non separava dal mare); con i ragazzi ben nutriti: sarebbe scoccata tre-quattro anni dopo l’ora di Twiggy e della minigonna di Mary Quant, che ci avrebbe ridotto anoressici per entrare nella misura zero delle camicette sciancrate e degli abiti minimi. Nella rigogliosa Riccione di allora, non del tutto immemore delle nuotate panoramiche del Duce, la signora Stoppa in di Capri sembrò una marziana. Sarà stata una mia impressione, ma mi parve che si sentisse un pesce fuor d’acqua, perfino rispetto al più solido Peppino. Non so se avrà gradito la piada sfogliata della nostra brava cuoca Maria. Gliel’avranno servita da imbottire con i filettini di sogliola alla griglia e i radicchi verdi, o con il prosciutto, lo stracchino o lo squacquerone, oppure con il prosciutto e i fichi? L’avrà assaggiata appena, per non guastarsi la linea, ma sono sicura che se non Peppino, di certo Paolo Lepore le avrà fatto onore, con il Sangiovese di Calbucci, o il Pagadebit di Bertinoro.

Paolo, che era un ragazzo dai capelli ricci e folte ciglia ricurve a proteggere gli occhi scuri, con i genitori, la sorella e la baronessa amica di famiglia, era tra i primi clienti dell’albergo. Un albergo ricavato da una delle ville sulla spiaggia che un mio bisnonno costruiva nei primi del Novecento. Era stato aperto poco dopo il 1948, e, a parte i bolognesi e le famiglie tedesche che affollavano la costa romagnola desiderose di dimenticare la guerra recente, lo frequentavano famiglie borghesi vecchie e nuove di tutta Italia, dagli industriali di Como e Milano ai deputati di Roma e Torino, ai medici di Perugia, fino ai generali di Palermo. C’erano poi i parenti e gli amici delle più vecchie famiglie emiliane che avevano casa a Riccione: Sitta (parenti di Folco Quilici), Bassani (sì, loro), Bonsi, Busi, Calari, Zucchini, Acquaderni…
I Lepore abitavano a Roma. Il padre era legale. La madre Ada insegnante. Paolo faceva legge, con molta calma. La sorella era più giovane e spiritosissima, e avrebbe insegnato statistica all’università della Sapienza. Se è esistito un prototipo della Famiglia della Felicità e del Buonumore in Vacanza, i Lepore ne erano l’incarnazione. Prima di tutto la Vacanza doveva durare a lungo e sembrare eterna. Allora si poteva. Tutto era a buon mercato: l’Italia democristiana di allora aveva appena conosciuto un modesto benessere, che si avviava a diventare il boom economico. Le scuole lasciavano ai ragazzi e agli insegnanti il tempo per svagarsi e leggere. Non si veniva assillati dai cellulari, né dalla pubblicità Tim.

I Lepore dunque, appena arrivati, si infilavano nella loro Divisa da Vacanza: Lacoste Pantaloncini Ciabatte, e non la toglievano fino al ritorno. Erano soavemente pingui. A nessuno importava della linea. Solo il padre, che aveva una vaga somiglianza con Peppino De Filippo, giocava a tennis, limitando così l’adipe a una lieve pancetta. Gli altri tre si crogiolavano in un “dolce far niente”, a tratti interrotto da una tarda partita a carte. Avevano orari spagnoli, soprattutto Paolo. Al mattino non scendevano a colazione fino alle 11 o mezzogiorno, quando i tedeschi, già alla sesta ora di rosolatura, meditavano di riguadagnare il giardino: intontiti dal sole, brancolando nei corridoi oscuri raggiungevano le stanze rivolte al mare abbacinante, facevano la doccia, senza sgarrare un secondo scendevano nella sala da pranzo a terrazzo, le vetrate spalancate alla brezza marina, e attendevano che sulle tavole immacolate, si ripetesse il sempre rinnovato miracolo dei cibi.

In direzione inversa, ancora tiepidi del loro tardo risveglio, i Lepore superavano il menù esposto, al quale avrebbero potuto fare appunti, ma che era loro indifferente. Lì si svolgeva una prima parte del rituale (ripetuto in varianti quattro volte al giorno, anche nell’andirivieni pomeridiano e serale, per tutti gli anni che sono venuti). La madre, sorvolando le liste, chiedeva al figlio (solo a lui, non alla figlia): «Paolì, che maggni?» Risposta: «Booh?»

Oltrepassato il secondo scoglio della colazione, con i camerieri pazienti ad aspettarli fuori orario, veniva il rito della spiaggia. Dopo le due, quando i tedeschi ormai alla seconda digestione sonnecchiavano sotto le tende di marina, i Lepore risalivano alla sala da pranzo, dove la madre richiedeva più ansiosa, in variante di pronuncia «A’ Paolì, che mmaggni?» Allora la risposta un po’ meno laconica era: «E cche ne sso’ io?» Per anni e anni fu tutto uguale. Se nei menù appesi c’erano come piatto principale sogliole alla mugnaia, si chiedeva paillard. Se c’era paillard allora mugnaia. Se si annunciava un vero fritto misto all’italiana: cotolettine alla milanese, zucchine sottili, melanzane bianconere, pomodori verdi, fagiolini delicati, fiori di zucca, crema gialla, rondelle di mele, spicchi di rosee pesche, crocchettine di patate e così via, il fritto era rifiutato per essere richiesto il giorno dopo. Se a Ferragosto mia madre follemente decretava di servire a duecento persone il pasticcio di maccheroni dell’Artusi in crosta di pasta frolla dolce, che chiedeva giorni di lavoro, essi desideravano sostituirlo con il medesimo prosciutto e melone trangugiato la sera prima.
Erano adorabili. Nessuno di noi li avrebbe considerati alla stregua di clienti noiosi. Erano simpatici. Erano inimitabili creature privilegiate dalla sfacciataggine che adoperavano con incantevole innocenza, in nome delle loro Pigrissime Vacanze Sacre. Tutti finivano contagiati dal loro infinito buonumore. Il padre faceva scherzi molto latini, ossia un po’ scemi, alle signore più eleganti. Ma ciò che contava era l’aria iridescente, piena di luce gioiosa, che li attorniava, come fossero dei Papageni trapiantati nel Lazio. Nemmeno i camerieri, di solito irritati nel vedersi saltare tutti gli orari di riposo, se la prendevano con loro. Li accettavano. Fu un caso unico. In nessun altro partecipammo della stessa visibile euforia che riusciva a catturare ogni persona.

Ma fino a che punto Paolo avrà contribuito alla riuscita di Roberta (che era firmata, oltre che Naddeo, da Rodriguez Bacalov per l’arrangiamento)? Nel 1961 aveva scritto per Peppino di Capri un’altra bella canzone: Per un attimo, che non so se avesse avuto lo stesso successo, ma quello venne per il Cantagiro del 1963, per Non ci credo, sempre firmata da lui (e nello stesso anno gli scrisse anche Baby, da Be my baby delle Ronettes). Nel 1962 inventò Le stelle d’oro per Saint-Tropez Twist che Peppino compose, a ritmo di samba, con Mario Cenci (il 45 giri ebbe in copertina Raffaella Carrà agli esordi con un partner). Quattro anni dopo ci fu un testo ben riuscito per Gino Paoli: Rimpiangerai, rimpiangerai (con Marchetti e Sanjust).
Del poi non so nulla. Però, se penso a Paolo Lepore e Peppino di Capri mi domando: fu la placida simpatia dei Lepore a unire i due? Erano anni magici, nei quali le canzoni italiane venivano cantate da Frank Sinatra, Dean Martin, Ella Fitzgerald, e non c’era bisogno che Renzo Arbore esportasse l’orchestra italiana in tour nel mondo con Eddy De Crescenzo, figlio di quel Vincenzo che aveva scritto Luna Rossa nel 1950, su musica di Vian. Ecco: Luna rossa: non solo Renato Carosone e Roberto Murolo la cantavano, ma gli stessi americani che ho appena nominato.
A me Luna rossa evoca l’esperienza dei bagni nel mare di notte. Se poi la luna, quella reale, era davvero rossa, e si levava a est, sul mare, e ci si poteva immergere nel miracolo buio dell’acqua appena illuminata dai riflessi degli astri, era bello sentire le vecchie parole: «Vaco distrattamente abbandunato / l’uocchie sotto ‘o cappiello annasccute / mane ‘int’a sacca e bavero alzato / vaco fiscann’a ‘e stelle ca so’ asciutte. // E ‘a luna rossa me parla ‘e te… / io le domando si aspiette a me / e me risponne: “si ‘o vvuo’ sapè… / cca’ nun ce sta nisciuna!»

I giorni spensierati finirono presto. Gli occhi di Paolo persero la luce. Poi anche lui morì, molto giovane. Mi chiedo se quella madre ansiosa non avesse presentito qualcosa negli occhi di suo figlio, e perciò avesse coltivato la musica dolcissima di quelle estati per farle durare eternamente.

Rosita Copioli