Qualcosa di jazz (terza puntata) John Coltrane, preghiere a 230 battiti al minuto

La notte della resa, 4 giugno 1957.
Dopo anni di pesante dipendenza dall’eroina, comune nella scena jazzistica dell’epoca, John Coltrane decide di smettere bruscamente.
Si chiude in una stanza a casa della madre a Philadelphia per circa due settimane. In quei giorni di “clausura forzata”, soffre terribilmente, sudando, urlando e vomitando mentre combatteva l’astinenza.
Coltrane si chiude in bagno, vomita per ore e prega. Quando esce non è più lo stesso uomo. Ha appena smesso di bere e drogarsi. Da quella notte il suo sax non suonerà più note: suonerà preghiere.

Quell’episodio segnò una svolta radicale nella sua vita e nella sua musica. Una volta liberatosi dalla droga, Coltrane conobbe un periodo di incredibile creatività spirituale, culminato negli anni successivi con una serie di capolavori che hanno fatto la storia del jazz e della musica del XX secolo.

Chi era Coltrane

Ma Coltrane non nacque redento. Nacque John William Coltrane il 23 settembre 1926 a Hamlet, Carolina del Nord, figlio di un sarto e una domestica. La sua infanzia era fatta di chiesa metodista, funerali gospel e il suono della tromba dello zio.
A 13 anni perde il padre, rimane solo con la madre il cui sostegno e amore furono per lui di grande aiuto. La perdita del padre all’inizio dell’adolescenza fu critica. Fu proprio allora che si avvicinò alla musica: suonò prima il flicorno, poi il clarinetto e pare che sin dall’inizio si esercitasse in maniera costante, ossessiva, come se esercitandosi potesse riportare il padre in vita, o magari dimenticarlo, come se diventando bravo a suonare potesse riportare stabilità nella sua vita e riprenderne il controllo. Forse in un certo senso la musica divenne un sostituto del padre. Con la musica John poteva sia esprimere che alleviare il dolore che provava per quella morte, un dolore che sembra non essersi  concesso di esplorare fino in fondo. Lo farà più tardi, quando si perse nella notte dell’eroina.

Nel 1943 si diploma. Non è un caso che fra i superlativi dell’ultimo anno fosse segnalato come studente «Più portato per la musica». John aveva solo sedici anni all’epoca, perché l’iter scolastico nel North Carolina durava solo undici anni. Poco dopo il diploma, nel giugno ’43, Coltrane si trasferisce a Philadelphia. Preferiva di gran lunga il clima razziale di Philadelphia che, pur con tutti i suoi problemi, era comunque una città del Nord, dove la segregazione razziale era meno dura che nel North Carolina.

Il suo amico David Young ricorda che quando andò a trovare Coltrane a Philadelphia nell’autunno 1944 «lui si esercitava sulla “Serenata” di Schubert. Mi fece veramente preoccupare con quel pezzo. Si svegliava al mattino e per prima cosa prendeva il sax – prima ancora di andare al lavoro – e lo stesso faceva appena tornava a casa nel pomeriggio. Prima di dormire l’ultima cosa che ricordo bene di quel viaggio è la benedetta “Serenata” di Schubert.» Per dire della preparazione musicale di Coltrane, il suo insegnante di musica scriveva progressioni di accordi complesse ed esercizi speciali per le scale cromatiche, e John era uno dei pochi che si ripresentava il giorno dopo con i compiti svolti, e li suonava lì su due piedi. Non si fermava mai.

Poi arrivò la guerra, poi Miles Davis, poi l’eroina. Per 10 anni il sax fu la sua àncora e la sua rovina: suonava 12 ore al giorno, ma fuori dal palco si perdeva tra alcool e droga. Quella notte del 4 giugno ’57 non fu un miracolo improvviso. Fu l’ultima volta che toccò il fondo. E da lì iniziò a risalire, cercando Dio con lo stesso furore con cui prima cercava l’oblio.

JOHN COLTRANE, Welcome, 1965

L’ incontro con Miles, il punto di svolta

Nel 1955 Miles Davis lo chiamò nel suo quintetto. Coltrane aveva 29 anni e un problema: sapeva suonare tutto, ma non sapeva chi era. Miles era l’opposto. Poche note, tanto spazio, zero sprechi. Lo chiamavano “Prince of Darkness” e con lui Coltrane imparò la disciplina.

Coltrane si esibì per la prima volta con la band di Miles Davis nel Club Las Vegas di Baltimora per un ingaggio che iniziava martedì 27 settembre 1955;  Naima, la prima moglie, lo raggiunse nel fine settimana. Nel giro di poco, ha ricordato Davis, «come gruppo, dentro e fuori dal palco, eravamo davvero affiatati. E prima di quanto potessi immaginare, la nostra musica divenne semplicemente incredibile». Era stato in dubbio su Coltrane, «ma appena suonammo un po’ insieme, io capii perfettamente che questo era veramente un grande e che era esattamente il tipo di voce di tenore di cui avevo bisogno per far sentire la mia. Il gruppo che avevo messo in piedi con Coltrane trasformò me e lui in una leggenda».

Di giorno provavano, di notte Coltrane studiava armonia fino alle 4. Miles lo copriva quando arrivava ubriaco alle registrazioni di “Kind of Blue”. Lo licenziò due volte. Lo riprese altrettante. “John cercava qualcosa”, disse Miles anni dopo. “E io non potevo darglielo. Potevo solo dargli un lavoro”. Con Miles imparò a non riempire ogni silenzio. E capì che per trovare Dio doveva prima perdere tutto il resto, compreso sè stesso.

MILES DAVIS/JOHN COLTRANE, Round Midnight, 1957

I Coltrane changes

Dopo essersi pulito, Coltrane registrò “Giant Steps” in una sola sessione, il 4 maggio 1959. Il brano che dà il titolo al disco è un rompicapo. Tre tonalità distanti tra loro che cambiano ogni due battute. Nessuno l’aveva mai suonata così prima. I musicisti la chiamarono “Coltrane changes” e per anni fu considerata intraducibile. Lui la suonava come se fosse una scala. Non stava più improvvisando sopra gli accordi. Stava correndo attraverso la teoria musicale stessa. 230 note al minuto, senza respirare. Quando uscì, molti critici dissero che era “musica matematica”. Lui rispose che era solo preghiera accelerata. “Giant Steps” è il punto dove Coltrane dimostra una cosa: si può essere sobri, disciplinati e suonare come se il diavolo ti fosse alle spalle.

Il 1959 fu un anno importante per Coltrane in quanto la militanza nella band di Miles Davis e la presenza nel disco più famoso del trombettista avevano cominciato a dargli  lustro e fama. É possibile che Coltrane si sentisse soffocare alla fine del suo periodo con Davis, ma l’esperienza era stata enormemente preziosa, come riconobbe sempre. Nella primavera del ’59 partecipò a quelli che sono diventati due dei più famosi album jazz mai registrati, e che rappresentavano due approcci diversissimi fra loro: “Kind of Blue” di Davis e il suo Giant Steps. L’opera rappresenta il culmine del crescente interesse di Coltrane per gli andamenti armonici basati sulle relazioni di terza. L’hard bop suonato è più fitto, intenso, caratterizzato da assolo frequenti e dirompenti. Rimane quella vena blues che caratterizza  fortemente la prima parte della sua carriera musicale.

JOHN COLTRANE, Giant Steps, 1959

Un soprano per Coltrane

Ancora nel 1959 succede che Miles Davis regala a Coltrane un sax soprano, uno strumento poco conosciuto e utilizzato ancora meno a causa della difficoltà di controllo dell’intonazione. Ricorda Davis che «da quel momento Coltrane non lo tolse più di bocca. Suonava in albergo, in viaggio, ventiquatt’ore al giorno, tutto il giorno, studiava sempre.»

Il sax soprano apre nuove, inesplorate possibilità alla musica di Coltrane. Ha un timbro penetrante e offre la possibilità di utilizzare i microtoni, uscendo dalla rigidità del sistema temperato. Non a caso in questi anni Coltrane si avvicina al mondo della musica indiana, in cui le tecniche microtonali sono prassi accettate da secoli. Il primo disco dove il sassofonista mette a frutto il suo indefesso lavoro sullo strumento è “My Favourite Things”, pubblicato nel 1960.

Le improvvisazioni di questi anni si fanno sempre più lunghe e complesse, con durate di parecchie decine di minuti. Quando Davis gli chiese come mai i suoi assoli fossero diventati così lunghi, Coltrane gli rispose: «Durano il tempo necessario per farci entrare tutto». Paradossalmente il primo laboratorio di esperimenti coltraniani è un banalissimo valzer, My Favorite Things, tratto dal musical “Tutti insieme appassionatamente”. Su questa scheletrica struttura musicale Coltrane costruisce una cattedrale di vaste proporzioni, rivoltando e spremendo fino all’ultimo ogni minimo dettaglio armonico del brano, articolando evoluzioni melodiche incredibili sopra un tappeto ripetitivo basato sul piano di McCoy Tyner. Solo il genio di Coltrane poteva operare un simile lavoro di decostruzione, passando il tema ai raggi X e proiettandolo attraverso continui melismi e interpolazioni di frammenti diversi, su un piano espressivo totalmente inedito.

JOHN COLTRANE, My Favourite Things, 1960

Un amore supremo, 9 dicembre 1964

Alle 10 di mattina Coltrane entrò nel Van Gelder Studio nel New Jersey. Con lui Elvin Jones, McCoy Tyner e Jimmy Garrison. Aveva scritto 33 minuti di musica. Disse che non l’aveva composta: l’aveva ricevuta durante una visione. Registrarono tutto in un’unica take, senza sovraincisioni. Quattro movimenti: “Acknowledgement”, “Resolution”, “Pursuance”, “Psalm”. Nell’ultimo, Coltrane recita un poema che aveva scritto a Dio, nota per nota sul sax.

Psalm

Abbiamo fatto questo.
Dio ti ringrazia.
Grazie a Dio.

In Dio tutto è vero.
Grazie a Dio.
Dio ci salva.
Solo Dio.
Dio è tutto.
Grazie a Dio.

Dio è.
Dio è gentile.
Dio è grande.
Grazie a Dio.

Dio è il massimo.
Dio è meraviglioso.
Grazie a Dio.

Dio è Dio.
Dio è tutto.
Dio è.

Grazie a Dio.
Grazie a Dio.
Grazie a Dio.

Grazie a Dio.

A Love Supreme
A Love Supreme

“Grazie Dio” è inciso sulle partiture originali. Quando uscì , “A Love Supreme” non fu un disco jazz. Divenne un testo sacro. Lo mettevano nelle chiese, lo studiavano i monaci, lo piangevano i tossici in riabilitazione. Coltrane aveva trasformato il sax in una lingua per parlare con l’infinito. E per la prima volta, il mondo capì.

Di A Love Supreme lo stesso Coltrane disse: «Il mio obiettivo è vivere in modo veramente religioso ed esprimerlo con la musica. Se vivi così, a suonare non hai problemi, perché la musica fa parte del tutto. Essere un musicista è un’esperienza davvero unica. Ti permette di andare molto, molto a fondo. La mia musica è l’espressione spirituale di quello che sono: la mia fede, il mio sapere, la mia essenza. Quando inizi a vedere le potenzialità della musica, ti viene voglia di fare qualcosa di veramente buono per la gente, di aiutare l’umanità a liberarsi dalle sue fobie. Credo che la musica possa rendere il mondo migliore e, se ne sono capace, voglio contribuire a farlo. Mi piacerebbe mostrare alla gente il divino usando un linguaggio musicale che trascenda le parole. Voglio parlare all’anima delle persone».
La musica segue uno schema elaborato molto accuratamente. Le 4 sezioni di A Love Supreme rimandano ad una specie di pellegrinaggio, nel quale il pellegrino riconosce il divino, decide di seguirlo, cerca e infine celebra con la canzone il risultato raggiunto.

JOHN COLTRANE, A Love Supreme, 1964

L’eredità

A Love Supreme lo rese jazzista dell’anno. Il disco ebbe un’incredibile successo anche nelle vendite. Entrò nella Hall of Fame di Down Beat dopo Lester Young e Coleman Hawkins. Era anche diventato una sorta di padre dell’avanguardia. Aiutò a organizzare una session per Archie Shepp alla etichetta Impulse, e raccomandò molti altri artisti. Quando suonava nei locali Coltrane era sempre generoso nel lasciar salire a improvvisare col suo gruppo dei giovani musicisti. Nel marzo 1965, quando comparve a un concerto definito di “Nuova musica nera”, sembrò dare una legittimazione ufficiale alla musica più audace dell’epoca. In quell’anno riunì dieci musicisti per la session di registrazione da cui scaturì una delle sue opere più meravigliose e complesse: “Ascension”. C’erano Art Davis, contrabbasso, Freddie Hubbard e Dewey Johnson alle trombe, i sax contralti Marion Brown e John Tchicai, i sax tenori Pharoah Sanders e Archie Shepp.

JOHN COLTRANE, Ascension, 1965

John Coltrane morì a 40 anni, il 17 luglio 1967, con un cancro al fegato. Troppo giovane, troppo presto. Ma aveva già detto tutto. In quei 10 anni da sobrio aveva trasformato il dolore in ricerca, la dipendenza in disciplina, il sax in preghiera. Quella notte del ’57, quando vomitava sul pavimento e chiedeva aiuto, non smise solo di bere. Iniziò a suonare per qualcosa di più grande di lui. Oggi, quando metti A Love Supreme e senti quel sax che sale, capisci. Coltrane non stava facendo musica. Stava rispondendo alla domanda che si era fatto in bagno: “Dio, se esisti, fammi servire a qualcosa”. La risposta arrivò, nota dopo nota. E ancora oggi continua a echeggiare.

Mauro Bianchi