Perchè mi metti al mondo se poi non mi ami? Intervista a Manuel Mussoni

“Tempi moderni” questa domenica si concentra sul mondo della scuola e più in generale dell’educazione. Un osservatorio decisivo per capire la direzione della storia che stiamo vivendo, proprio per il fatto che i protagonisti di questo ambito sono i giovani, ovvero coloro che sono chiamati a costruire il futuro.
Abbiamo intervistato Manuel Mussoni, già presidente diocesano di Azione Cattolica, consigliere nazionale di Azione Cattolica Giovani, docente di religione nelle superiori – attività da cui sono nate un paio di pubblicazioni – e oggi preside presso le Maestre Pie, storico istituto educativo di Rimini, per le primarie e le scuole medie.
Ci accoglie nel cortile della scuola che, da semplice parcheggio, ha trasformato in un accogliente spazio di socialità. Ogni mattina attende qui i suoi alunni e le loro famiglie.

Manuel, visto dal tuo osservatorio, che tempo stiamo vivendo, quali sono gli aspetti più caratteristici del nostro quotidiano?

In questi ultimi vent’anni ho avuto un contatto molto stretto con gli adolescenti e il dato che ho colto è la presenza di una rabbia diffusa. L’ho trovata nei giovani ma anche nel mondo adulto che si relaziona con loro. Mi sono chiesto più volte l’origine di questa rabbia. 

Che risposta ti sei dato?

Credo che nasca per una sorta di cortocircuito tra le attese più profonde del cuore umano e le delusioni della vita reale. In particolare è frequente la delusione nei confronti di un adulto da cui ci si aspettava qualcosa ed invece si è ricevuto tutt’altro. È una rabbia che diventa sofferenza interiore e, a volte, aggressività. Di qui la perdita di opportunità di costruire cose belle, per arrivare, al contrario, a rovinare se stessi e gli altri. 

Ci sono anche ragioni culturali di questa caduta?

Il Novecento è stato un secolo in cui abbiamo vissuto una strana contraddizione. Da una parte constatiamo uno sviluppo enorme dell’alfabetizzazione, come mai prima nella storia, accompagnata recentemente da una grande condivisione di conoscenze, anche grazie alla tecnologia. D’altra, tuttavia, il pensiero critico e la capacità di ragionamento che questo contesto avrebbe dovuto generare, non ha trovato riscontro nella vita concreta. Penso, in particolare, agli ambienti in cui vivo e dove porto responsabilità, quali la chiesa e la scuola. 

Cosa vedi in questi ambienti? 

Sono ambienti che spesso sono vissuti con grande passività. C’è una chiesa che pensa di trasmettere un contenuto, un insegnamento, una proposta, ma poi fatica a offrire un ruolo attivo a chi ne fa parte. Lo stesso accade nella scuola. Il sapere frontale, che si tramanda da decenni, fatica enormemente a generare una collaborazione, una cooperazione, dove lo studente sia chiamato ad offrire il suo contributo personale. Studenti e docenti sono chiamati a offrire un contributo personale, a rischiare un passo più coraggioso. 

Come uscirne?

Credo che la rabbia, di cui dicevo, possa diventare anche un’energia positiva. Per questo mi interrogo su come si possa generare speranza e una forza positiva. Accanto e dentro al tema della rabbia, la grande questione è su come generare speranza.

Cosa è per te la speranza?

Per me la speranza è essere creatori di qualcosa che prima non c’era. 

Come innescare questo slancio creativo?

Occorre porsi la domanda su quale contributo io posso dare di fronte alla mancanza che vedo e che soffro con chi mi è prossimo, per una speranza generata dal non limitare una delusione personale a recriminazione e rassegnazione, ma orientata all’apporto di un miglioramento. Perché accada questo occorre non fermarsi al fatto che si è sempre fatto così, ma immaginare, inventare. Se si svolge il compitino che hanno fatto gli altri prima di noi, non si va da nessuna parte. 

Questa urgenza di aprirsi al nuovo, immagino non riguardi solo la vita della scuola e della Chiesa. 

Certo. Un altro dato drammatico è che oggi gli ambienti di vita che frequentiamo noi adulti sono spesso tossici. 

Che intendi?

Se un lavoratore vive nel proprio ambito un ambiente tossico, poi quel malessere se lo porta a casa e tutto ricade sui figli, sulla moglie, sugli amici. È una tossicità che è difficile frenare e si diffonde. 

Perché questi ambienti, in cui si svolge gran parte della nostra vita, sono tossici? 

Abbiamo responsabili che sono convinti di far bene il proprio compito e non hanno gli occhi aperti sul disagio che c’è nelle persone che hanno attorno. Io mi chiedo “ma come stanno in questa scuola i miei docenti? Quanto siamo cresciuti insieme nell’ultimo anno di relazione? Che rapporti umani abbiamo vissuto?”. Questo mettersi in gioco è decisivo.
Dico questo, in primo luogo da cattolico. Essere cattolico non si può ridurre ad andare a Messa la domenica, pregare la mattina e magari leggere qualche pagina della Bibbia. Occorre che lì, in quell’ambiente che vivi, si avverta una responsabilità che si traduce nella ricerca di coltivare i propri e altrui talenti. 

Talento o merito?  Oggi il ministero dell’istruzione si chiama anche del merito.

Spesso si intende il merito come l’arrivare a un risultato grazie solo alle proprie forze. Quindi non c’è la considerazione del fallimento, della caduta e dell’errore, invece fondamentali per la crescita della vita di una persona. Al volontarismo e alla tensione alla perfezione, preferisco la ricerca della verità di sé, del proprio personale talento.

Questo mi pare c’entri con la fragilità di cui dicevamo e con la rabbia.

Quando un genitore è un adulto non realizzato, spesso non riesce ad amarti perché in te, già da piccolo, addossa aspettative ingiuste per cercare quella realizzazione che non ha avuto. È terribile, perché come persona ti sta usando, ti sta strumentalizzando, sta abusando della tua vita per rispondere a dei propri vuoti.
Al contrario, se un adulto è realizzato ed è felice nella sua vita, ovvero ha scoperto i propri talenti e si è espresso per il suo potenziale, quelle aspettative fasulle sul figlio se le butta sulle spalle. La rabbia del giovane nasce perché si è disatteso quell’amore che è insito nell’atto di mettere al mondo un figlio. Come a dire: mi metti al mondo e poi non mi ami? La vita al giovane apparirà priva di senso e fonte di rabbia. 

Credi che su questi temi la realtà di Rimini abbia una qualche particolarità, qualcosa di specifico da offrire?

Rimini è la città dell’accoglienza e questo vuol dire pensare a quello che puoi dare, a quello che puoi offrire per accogliere al meglio chi ospiti. Il piacere delle relazioni, del far stare bene la gente, dei contatti umani è nel codice genetico di Rimini. Negli anni di responsabilità associativa che ho vissuto ho trovato questa dimensione ben presente nelle attività di esperienza di carità, in particolare tra i giovani. 

Infine, cosa ti aspetti dalla visita di papa Leone alla città di Rimini? Che attese e che speranza ti suscita?

Sicuramente la visita darà un grande impulso in quegli ambiti che andrà a toccare. È stato invitato dalla realtà del Meeting e sicuramente lì incontrerà tante persone, ma nella sua permanenza, seppur breve, sarà interessante vedere le scelte di altre visite che farà. La sua visita può destarci dal sonno di una fede a tratti abitudinaria e vissuta per inerzia. L’entusiasmo e il calore che vivremo possono portare nuovo impulso e consapevolezza al nostro cammino diocesano. 

Emanuele Polverelli