«A uno dei primi premi che vinsi, a Longiano, nei primi anni ’70, mi guardarono male perché ero una donna e avevo superato molti pittori uomini già conosciuti». Sorride Aurora Pandolfini, con quegli occhi vispi, specchio di un carattere forte e di una mente di ottantaseienne lucidissima. «Da giovane, quando lavoravo in comune, ricordavo a memoria tutti i numeri di telefono degli alberghi di Rimini!»
Se ne son dovuti fare una ragione in breve tempo, colleghi e critici uomini, perché quella giovane è diventata, in pochi anni, una delle pittrici riminesi più amate degli Artisti Riministi, il gruppo nato nei primi anni novanta, ideato da Mario Massolo.
Oggi sono tornati in mostra, dal 4 al 30 agosto al Palazzo del Turismo a Rimini, con un’esposizione dal titolo I Riministi. Rimini, il Riminese, le sue Bellezze, i suoi artisti, a cura di Lia Briganti, con opere di: Guido Acquaviva, Marco Berlini, Germano Ceschi, Luciano Filippi, Enzo Maneglia, Giuliano Maroncelli, Mario Massolo, Maurizio Minarini, Aurora Pandolfini, Giorgio Rinaldini e Secondo Vannini.
La casa di Aurora, zeppa di quadri, è una vera mostra di pittura permanente. Oltre ai suoi – «non so neanche quanti ne ho dipinti, saranno migliaia, e la maggior parte li ho venduti, uno dovrebbe essere anche a Brera (alla Pinacoteca, ndr)» –, ci sono opere di Nevio Bedeschi, Romano Leporesi e tanti altri. Su tutti, i quadri del suo maestro, Giorgio Rinaldini. È lui, con la collaborazione del marito, Tiziano Biondi, scomparso precocemente nel 1988, a farla innamorare della pittura. «Mio marito era il mio mentore e mecenate», ricorda, «mi costruiva le tele, prendeva i pannelli e le incollava. Era un marito speciale, e aveva anche l’occhio per l’arte e per le cose belle. Aveva l’estro insomma. Pensa che una volta, quando ha scoperto che avevo venduto quel quadro là che gli piaceva (una delle sue prime ‘nature morte’, ndr), è andato di filata dal compratore e gli ha offerto di riprenderselo in cambio di altri due!»
È proprio grazie a lui, collega alle Poste e amico del pittore Giorgio Rinaldini, che nasce l’amore di Aurora per la pittura. È in un periodo tragico, per la morte della sua seconda figlia, Nicoletta, di soli due anni, nel 1970, che Rinaldini le regala una scatola di colori e dei pennelli, invitandola a iniziare a dipingere. È l’inizio di una lenta rinascita umana, anche se i primi tentativi non sono un granché: «Quando ha visto i miei primi quadri ha detto: “ma questa non è mica pittura! Vieni su da me che t’insegno”. E ho cominciato a diventare sua allieva». Lo seguirà per quattordici anni, poi, come tanti altri, andrà alla scuola di Mario Massolo, senza però “tradire” mai il suo maestro. «Quando sono andata a dirgli che non ci andavo più, mi ha risposto: “E adesso come faccio a dipingere io?”»
Sì, perché l’alunna ha imparato in fretta e, nel giro di pochi anni, ha cominciato a fare le prime mostre e a vendere i primi quadri. La prima esposizione è alle Poste centrali di Rimini, si gioca in casa, e su quindici quadri esposti ne vende ben quattordici. Comincia anche a partecipare a più concorsi e a vincere molti premi. Li tiene tutti elencati in un quadernino, in bella calligrafia, divisi anno per anno. Abbiamo contato insieme solo i primi dieci, dal ’74 all’84 e siamo arrivati a qualcosa come 182 premi. “Non lo so quanti ne ho vinti!”, ride, ma c’è da crederle, sfogliando le pagine si viaggia infatti dalla Romagna al Lago di Garda, dalla Puglia alla Lombardia, passando per la Sardegna e la Sicilia, e poi all’estero, fino al Belgio e all’Inghilterra. Sono anni di grandi mostre e continui concorsi: “Che vita meravigliosa abbiamo fatto!”, esclama con una gioia contagiosa, senza abbandonarsi alla nostalgia. Non è mai stata schiava dei giudizi, pur molto positivi, del pubblico e dei critici che, ammette, non legge quasi mai: “Se i miei quadri piacciono, bene. Se no, non me ne importa”. E pensi che, forse, sia proprio questa la sua forza: l’amore per la pittura e basta, senza preoccuparsi del giudizio degli altri. “La pittura è una poesia che hai dentro di te e che esprimi coi colori e la luminosità. Quando dipingo ascolto quasi sempre la musica e danzo tra le sue note. E questo mi fa stare bene”.
Anche adesso dipinge quasi tutti i giorni e si può dedicare ad opere più astratte, meno figurative che in passato. “Per questa mostra ho fatto diciannove quadri in due mesi, alcuni però li ho dovuti dare ai miei figli”, sorride, “quindi ne esporrò solo quattordici”.
Se le chiedi com’è per lei il gesto della pittura ti risponde: “Non ti posso dire cosa faccio, quando dipingo sono in un altro pianeta, piglio il mio pennello e mi metto al lavoro. Non faccio mai il disegno prima, ce l’ho in testa e lo scopro facendo, proprio nell’atto del dipingere”.
Quando la saluto le dico che più che un articolo la sua storia meriterebbe un libro, anche se poi chissà se avrebbe voglia di leggerlo.
A cura di Alessandro Caprio

