La musica di Federico Garcia Lorca

Sui rami dell’alloro
due colombi scuri.
Uno era il sole,
l’altro la luna.
Amici, domandai,
dov’è la mia tomba?
Nella mia coda, disse il sole.
Nella mia gola, la luna.
E io che camminavo
con la terra alla cintola
vidi due aquile di marmo
e una ragazza nuda.
Una era l’altra
e la ragazza nessuna.
Aquile, chiesi,
dov’è la mia tomba ?
Nella mia coda, disse il sole.
Nella mia gola, la luna.
Sui rami del ciliegio
vidi due colombi nudi,
uno era l’altro
e tutt’e due nessuno.

 Federico García Lorca, Canzone, da “Primeras Canciones” (1922)

Il crimine avvenne nei pressi di Granada, 90 anni fa.
“Lo si vide camminare tra i fucili per una lunga strada, e uscire alla campagna fredda, ancora con le stelle, sul far del giorno. Hanno ucciso Federico quando la luce spuntava”.
Così Antonio Machado immortala l’assassinio di Federico García Lorca, fucilato dai falangisti spagnoli sulle alture di Víznar in un giorno d’agosto del 1936, un mese dopo lo scoppio della Guerra civile. Era l’albeggiare del giorno 18, o forse del 19, o del 20. Non si sa. Dopo nove decadi, un sudario nero continua a coprire il tempo della morte di Federico García Lorca. Non è mai stato trovato neppure il corpo: 
“Dov’è la mia tomba?“

El crimen fue en Granada (Antonio Machado) – Laura Alcoba

Non il suo corpo e neppure quello degli altri tre fucilati assieme a lui: don Dióscoro Galindo, un maestro zoppo che si dichiarava ateo, e due banderilleros anarchici, Joaquín Arcollas e Francisco Galadí, noti soprattutto ai cultori della corrida.
Sono i vincitori, si sa, ad appropriarsi della storia. Anche censurando, depistando, mistificando. Con il franchismo in Spagna, su “l’affaire Lorca” piombò una congiura di silenzi. Ma nel resto del mondo l’ombra del poeta assassinato si alzò come una mongolfiera. Come un chicco di grano che interrato produce nuovi frutti. Il suo mito andò ben oltre l’indiscusso genio poetico e teatrale. Divenne l’emblema della libertà contro qualsiasi totalitarismo. La sierra intorno a Granada come un Golgota del XX secolo, Lorca come un santo laico.
Poeta per grazia di Dio o del demonio”, si definiva Lorca. E aggiungeva: “La luce del poeta è la contraddizione”. Ne parlava in pubblico. In Spagna e nelle Americhe. Teneva conferenze così affollate che è difficile immaginarsele oggi. Figuriamoci. Con temi, poi, come El primitivo canto andaluz oppure La imagen poética de don Luis de Góngora o, ancora, la Teorìa del duende, dove il duende è “un potere misterioso che tutti sentono e nessun filosofo spiega”, il sacro fuoco che ispira gli artisti, ma anche i toreri e i bailaores del flamenco.

Romance Pascual de los Pelegrinitos (Guajiras) · Carmen Linares

La folla lo osannava, le donne impazzivano per lui malgrado il chiacchiericcio intorno al suo essere omosessuale. A questa platea di aficionados Federico García Lorca parlava del suo mondo visionario, sospeso tra sogno e realtà, dei suoi astratti furori, dei tempi inquieti che attraversavano, delle tensioni concrete che serpeggiavano nelle vene della società spagnola già negli anni Venti. Argomentava sulla poesia che scriveva, Lorca. Intessuta di passioni estreme, infinite tenerezze e infinite crudeltà. Delle parole che sceglieva, cogliendo di ciascuna la sonorità. I suoi versi, talvolta, erano musica pura. Come Arbolé, arbolè, seco y verdé. Oppure la famosa strofa: Verde que te quiero verde. Verde viento. Verdes ramas…

Federico García Lorca non è stato solo l’immenso poeta e drammaturgo che tutti conoscono, ma è stato anche un talentuoso musicista, pianista e ricercatore di musica popolare spagnola. Ha raccolto, arrangiato e inciso canti popolari tradizionali spagnoli e collaborato strettamente con grandi compositori come Manuel de Falla, fondendo indissolubilmente la musica e la poesia nella cultura andalusa.
Canciones españolas antiguas è una celebre raccolta di 13 canti popolari tradizionali che Federico García Lorca ha ricoperto e arrangiato, in cui suonava il pianoforte accompagnando la voce della cantante La Argentinita , pseudonimo di Encarnación López Júlvez , in storiche registrazioni degli anni ’30.
La Argentinita è stata una delle artiste più importanti del flamenco di tutti i tempi.

Durante la Guerra Civile Spagnola dovette fuggire, viaggiando per vari paesi e, finita la guerra, rimase in esilio negli Stati Uniti. Nel 1943 presentò al Metropolitan Opera House di New York il quadro flamenco El Café de Chinitas, con coreografia propria, testi di Federico Garcia Lorca, scenografie di Salvador Dalí e l’orchestra diretta da José Iturbi. Qui è nella versione originale con García Lorca al pianoforte.

El Café de Chinitas, La Argentinita-Federico García Lorca

En el café de Chinitas
dijo a Paquíro un hermano:
“Soy más valiente que tú
más torero y mas gitano.”

En el café de Chinitas
dijo a Paquíro un Frascuelo:
“Soy más valiente que tú
más gitano y mas torero.”

Sacó Paquíro el reló
y dijo de esta manera:
“Este toro ha de morir
antes de las cuatro y media.”

Al dar las cuatro en la calle
se salieron del café
y era Paquíro en la calle
un torero de cartel.

Nel caffè di Chinitas
disse Paquíro a suo fratello:
«Sono più coraggioso di te,
più torero e più gitano».

Nel caffè di Chinitas
disse Paquíro a Frascuelo:
«Sono più coraggioso di te,
più gitano e più torero».

Paquíro tirò fuori l’orologio
e parlò in questo modo:
«Questo toro deve morire
prima delle quattro e mezza».

Quando l’orologio suonò le quattro,
lasciarono il caffè e Paquíro era ormai
un torero famoso per le strade.

Anda Jaleo è uno dei brani più iconici e di rilevanza storica della collezione Canciones españolas antiguas, inciso nel 1931 da Garcia Lorca e La Argentinita. Nasce come una ballata tradizionale che Lorca ha recuperato dai borghi spagnoli, restaurandone il testo e firmandone una personalissima armonizzazione per pianoforte.
All’interno della sessione di registrazione del 1931, Anda Jaleo è l’unico brano in cui all’essenziale duo pianoforte-voce si aggiunge un accompagnamento orchestrale di sottofondo, rendendo l’atmosfera ancora più incalzante e solenne.
Grazie al suo ritornello incisivo che recita “Ya se acabó el alboroto y ahora empieza el tiroteo” (“Ormai il caos è finito e adesso comincia il conflitto”), la canzone fu in seguito riadottata e cantata dalle truppe repubblicane spagnole come inno di battaglia e resistenza durante la guerra civile.

Anda Jaleo · Federico García Lorca y La Argentina

La bella Encarnation, che Carlos Gardel chiamava La Argentinita, e per Federico García Lorca era “voce di velluto in un guanto di senso“, amava “stordire le note” al ritmo delle sue papillos, le nacchere che suonava straordinariamente. Fu proprio per questo suo amore per il Flamenco che il grande compositore spagnolo Manuel de Falla e Federico Garcia Lorca la vollero come insostituibile partner nell’operazione di riscoperta e proposta europea del “Canto Jondo”, vera terra di contaminazioni gitane e andaluse dove gli echi delle emigrazioni sefardite lasciarono riconoscibili solchi di “scippi” arabeggianti.

Un esempio mirabile delle musiche andaluse registrate da García Lorca è Zorongo gitano, uno dei brani più intensi e poetici, caratterizzato da un tipico ritmo di flamenco drammatico e incalzante. Il canto zingaresco della Spagna meridionale, che nel “Cante Jondo” del 1931 raggiunse il punto massimo di omogenea complessità, lega profondamente la terra andalusa ad ogni suo canale espressivo: musica, teatro, pittura.

Zorongo Gitano · La Argentinita e Federico Garcia Lorca

Nel film “Morte a Granada” di Marcos Zurinaga (1996) Andy Garcìa, nei panni di Federico García Lorca, siede al pianoforte e intrattiene la madre e alcune persone con alcune canzoni, spesso melodie per una sua stessa poesia, spesso affascinanti musiche popolari andaluse.
Federico García Lorca si avvicinò infatti prima al teatro, poi alla musica e poi alla poesia: Fuente Vaqueros, luogo ove nacque, era un tesoro di suggestioni ed emozioni che lo fecero entrare in contatto con i suoni popolari della sua terra, che coltivò per lunghissimi anni e che risuonarono sempre anche nei suoi scritti (molte poesie portano il nome di composizioni musicali – la raccolta Canciones – e seguono altrettanto frequentemente una struttura melodica –es. la poesia “La guitarra”) .

Nel 1920 il poeta incontrò il compositore Manuel De Falla che non fu per lui solo un Maestro, ma il faro che lo condusse nei segreti della viva musica andalusa e lo impegnò a riguardo: nel1922 organizzarono assieme il Concurso del Cante Jondo, che in modo indiscusso sottolineò il forte legame della poesia del poeta con le peculiarità del Cante Jondo (stile vocale del flamenco, caratterizzato da questo lamento “profondo”) . “È quasi un miracolo che le mie dita possano arrivare a tanto. Suonare uno strumento musicale è una cosa del tutto straordinaria per uno come me, completamente negato per qualsiasi altra azione pratica” – commenterà in seguito García Lorca.

Di Manuel De Falla voglio proporvi “Cuatro Piezas Españolas” , la sua prima importante composizione per il pianoforte; qui non solo si evidenziano padronanza tecnica e maturità compositiva ma l’ispirazione profonda dei luoghi in cui ha vissuto o scritto anche Federico Garcia Lorca. L’opera si compone di quattro pezzi: “Aragonesa”, “Cubana”, “Montanesa” e “Andaluza”, eseguiti da Ricardo Viñes il 27 marzo 1909 presso la Salle Érard di Parigi. I riferimenti a Debussy e Ravel sono già presenti in questo lavoro, e de Falla scrive: “La mia idea principale era quella di esprimere l’anima e l’atmosfera di ciascuna delle regioni indicate nei loro titoli”.
Il primo dei quattro brani, “Aragonesa”, non si basa su un motivo preesistente; la “Cubana” riprende il “Punto Guajiro” (o Punto Cubano), stile musicale originario delle Canarie, popolare in Andalusia nel XVIII secolo e poi evolutosi a Cuba. Il terzo brano, “Montanesa”, si basa su due temi tradizionali della Cantabria e delle Asturie, mentre “Andaluza”, il più libero dei quattro, non fa riferimento ad alcun tema o ritmo tradizionale.

Cuatro piezas españolas (1906-1909), de Manuel de Falla

(qui a fianco l’ultima foto conosciuta di Federico Garcia Lorca, sulla terrazza del Cafè Chiki, Madrid, luglio 1936)

In una intervista alla sorella di Federico, Isabèl (scomparsa nel 2002 a 92 anni), lei ricorda alcuni momenti del rapporto del fratello con il pianoforte: “…L’arte ha accompagnato sempre la nostra vita e l’ambiente in cui ho vissuto aveva grande considerazione per la letteratura, la poesia, la musica, la pittura e la consideravamo una cosa “normal”. Mi ricordo ad esempio di quando Manuel de Falla si presentò a casa nostra a Madrid alle dieci del mattino a cercare Federico, ma lui ancora dormiva. Aveva con sé una partitura a quattro mani e mi chiese di far svegliare mio fratello perché dovevano provare il pezzo insieme. Fu uno spettacolo unico – scoppia a ridere Isabel – Fu una cosa “fenomenal”. Era tutto molto naturale. Mio fratello arrivò e mentre la cameriera continuava a fare le pulizie e a spolverare i mobili, loro si misero al piano. Federico allora dapprima dava una sbirciata allo spartito e poi si lasciava andare ad improvvisare sulla tastiera e De Falla lo teneva a bada dicendogli ”E’ molto bello Federico, ma ti prego torniamo al testo”. Andarono avanti per quasi due ore ed io li ascoltavo seduta in poltrona dietro di loro. Era il 1931. Mi colpì molto in seguito una frase che De Falla scrisse come lettera di presentazione per Federico. Il messaggio diceva che quando una persona conosce bene la musica e quando Dio ha dato il dono di sposare l’arte, è la cosa più importante. E Federico, come De Falla aveva ricevuto questo dono, un dono assolutamente necessario per vivere”.

Alla fine di questo viaggio nella musica di Federico García Lorca ascoltiamo uno dei brani più dolci e struggenti del suo “Canzoniere”.

La Nana de Sevilla è una famosa ninna nanna tradizionale spagnola che Federico ha raccolto dalla tradizione orale e armonizzato nel 1931 per la sua celebre raccolta di Treize / Trece Canciones españolas antiguas (Canzoni popolari antiche), incisa originariamente anche con la cantante e ballerina La Argentinita. Il testo della Nana de Sevilla, raccolto da Lorca, narra la storia di un piccolo tartarughino abbandonato da una gitana che poi trova rifugio grazie al padre falegname che gli costruisce una culla. Il brano è noto per le sue ripetizioni melodiche tipiche del canto popolare.

Nana de Sevilla-Federico Garcia Lorca, Caterina Dellaere, mezzosoprano

“Nella vera poesia c’è un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire” ha scritto Federico Garcia Lorca. Tutta la sua poesia è un canto d’amore, anche se rifiutato. Una musica che si fa spazio nel silenzio del dolore, un tremore di stelle, un sussulto.

Canzone d’Autunno

Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle,
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi spezza le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.

Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
e non sono le rose bianche,
perché ci ha nevicato sopra.
Prima ci fu l’arcobaleno.
Nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha
fiocchi di baci e di scene
che sono affondate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.

La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta
e l’artiglio degli anni
ne fa un sudario.
Si scioglierà la neve
quando moriremo?
O ci sarà altra neve
e altre rose piú perfette?
Scenderà la pace su di noi
come c’insegna Cristo?
O non sarà mai possibile
la soluzione del problema?

E se l’amore c’inganna?
Chi animerà la nostra vita
se il crepuscolo ci sprofonda
nella vera scienza
del Bene che forse non esiste
e del Male che batte vicino?

Se la speranza si spegne
e ricomincia Babele
che torcia illuminerà
le strade della Terra?
Se l’azzurro è un sogno,
che ne sarà dell’innocenza?
Che ne sarà del cuore
se l’Amore non ha frecce?

Se la morte è la morte,
che ne sarà dei poeti
e delle cose addormentate
che piú nessuno ricorda?
O sole della speranza!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle
e tutte le rose sono
bianche come la mia pena.

(Granada, novembre 1918)