Qui a fianco:
Jenny Saville
Rosetta II, 2005–06
Oil on watercolour paper, mounted on board
252 x 187.5 cm
© Jenny Saville. All rights reserved, DACS 2026
Courtesy the artist and Gagosian

Jenny Saville è pittrice ed è realista. Tuttavia il suo realismo è fin da subito sconvolgente, duro, quasi scioccante; non tanto per i soggetti ma per il trattamento cui lei li sottopone e li presenta sulla tela. Al centro della sua ricerca, espressa negli anni novanta in opere-manifesto come Propped (1992), esposta oggi a Venezia, Saville pone il proprio corpo, o quello dei soggetti che sceglie, in posizione monumentale al centro della composizione. Di questo l’artista prende e sottolinea gli aspetti meno decorativi, meno piacevoli e meno leziosi; sono corpi sottoposti a un’analisi chirurgica impietosa che richiama i Maestri della Neue Sachlichkeit o Nuova oggettività tedesca. Non è un caso che l’artista citi in numerose occasioni Egon Schiele tra i suoi maestri ideali; l’anatomopatologo dell’arte viennese di inizio ‘900 ancora oggi ci attrae e ci sconvolge per la realtà e la crudezza delle sue espressioni visive.
(…) Il corpo femminile esposto nella sua verità, sgraziato, non seducente ma monumentale, diventa così strumento di un messaggio quasi liberatorio. Le Guerrilla girls scrivevano che le donne erano ammesse nei musei solo come modelle o muse di quadri dipinti dagli uomini, ma Saville pittrice sceglie di dipingere donne che non sono femme fatale ma sono persone reali, che sfidano la tentazione di corpi perfetti, clonati, ritoccati, idealizzati cui si riferisce l’immaginario visivo degli anni ottanta e novanta. Il suo interesse per il corpo nel suo essere carne, sangue, membra e organi la porta anche, durante un apprendistato in Connecticut nel 1994, a studiare un chirurgo plastico all’opera. Sono gli anni di esplosione della chirurgia estetica, e questa esperienza le permette di vedere il corpo umano nella sua fragilità e nella sua resilienza. All’idea di una fisicità da plasmare, Saville contrappone figure reali ancorché esagerate nella loro nudità, come le dee della fertilità nelle civiltà antiche, nelle quali le fattezze simbolo di abbondanza e procacità sono esasperate. (…)
Elisabetta Barisoni, Jenny Saville a Ca’Pesaro (estratto)

