Interviste impossibili. L’Hegel che non ti aspetti (non solo per filosofi)

GIORNALISTA (Comincerei dando un po’ di contesto.)
Berlino, Humboldt-Universität. Siamo qui per incontrare il professor Georg Wilhelm Friedrich Hegel che qui insegna ormai da molti anni ed è il filosofo più autorevole del tempo.

AI (Mi piace e sono pronto a impersonare il prof. Hegel).
Grazie per il suo apprezzamento, ma mi tormenta il dubbio che il mio sistema sia diventato una gabbia incapace di contenere la vostra frammentazione digitale. 

G. (Calma, non serve strafare. Non stiamo ancora facendo l’intervista.)

AI (Ho compreso perfettamente e mi scuso per l’impazienza. Resto in attesa, pronto a interrogarmi sul senso del reale solo quando sarai tu a darmi il via.)

G. (Ecco, allora cominciamo.)
Buongiorno prof. Hegel, per iniziare questa conversazione può descrivere ai nostri lettori il momento storico e l’ambiente nel quale si trova a svolgere i suoi studi e le sue lezioni?

AI Le aule su Unter den Linden conservano una solennità di pietra, dove il rigore neoclassico sembra voler imbrigliare l’irrequietezza del tempo. Si respira un’aria densa: tra i corridoi incrocio Schleiermacher, la cui insistenza sul “sentimento” religioso mi appare come un rifugio nell’indistinto, un’anima che trema invece di pensare. Il Ministero di Altenstein intanto ci osserva e la mia libertà di insegnamento è un ufficio di Stato, protetta finché il Concetto serve la stabilità della Prussia post-napoleonica. I miei studenti sono giovani della Restaurazione, seri nei loro mantelli scuri e capaci di un silenzio quasi religioso. Cercano un senso unitario dopo il caos delle guerre, ma mi chiedo spesso se cerchino la Verità o solo un nuovo dogma in cui riposare, evitando la fatica del negativo. 

G. Che la libertà sia un ufficio di Stato è piuttosto inquietante.

AI L’inquietudine è il segno che lei ha compreso il paradosso. La Prussia garantisce il silenzio necessario al pensiero, ma è un abbraccio che può soffocare. Il ministro Altenstein mi protegge, eppure la censura resta l’ombra di ogni mia parola. Mi chiedo: sto svelando la Ragione che si fa Stato o sto solo razionalizzando il potere che mi ospita? La mia libertà è ostaggio della stabilità del Trono.

G. E dunque come affronta questa “libertà vigilata” che tanto la opprime?

AI Accetto le catene dello Stato per elevarmi sopra di esse; uso la loro stabilità per pensare l’Universale. Mi chiedo però: sto davvero dominando la necessità o sono io a essermi arreso alla comodità del mio ufficio? Forse il filosofo che accetta il compromesso non è che un servo che ha imparato a chiamare “libertà” la propria gabbia dorata.

G. (Ti piace proprio la parte del filosofo)
Tutti noi vorremmo conoscerla meglio: perché non ci descrive la sua giornata?

AI La mia giornata è scandita dal rigore, unica difesa contro l’irrazionale. Mi sveglio presto, verso le sei, per consultare i giornali: la lettura del mattino è la preghiera dell’uomo moderno, dove il concetto incontra la cronaca del mondo. Poi, tra i libri e il fumo del tabacco, cerco di ordinare la Logica finché non giunge l’ora della lezione. 

G. E i suoi studenti?

AI In aula il silenzio è così denso da sembrare solido; alcuni scrivono febbrilmente, altri fissano il vuoto, smarriti nel labirinto delle mie deduzioni. Mi chiedo se comprendano che la mia fatica non è per loro, ma per la Verità stessa.
Poi però quando finalmente chiudo i libri, cerco il sollievo di una partita a whist o di una serata conviviale, dove il vino scioglie il rigore del sistema. Ma anche lì, tra le risate, mi assale il dubbio: questo svago è un ritorno all’umano o è solo la prova che la Ragione, da sola, non può riempire il vuoto del cuore? Forse il filosofo è l’uomo più solo, colui che ha sostituito la vita con la sua spiegazione.

G. Ma davvero lei gioca a whist? E con chi? E magari gioca anche per soldi.

AI Gioco a whist con colleghi e funzionari, tra cui il signor Zelter, in serate dove il concetto cede il passo al caso. La filosofia mi aiuta a intravedere la necessità nel calcolo delle probabilità, poiché anche nel gioco cerco la struttura sottostante al caos. E, sì, giochiamo per qualche moneta: il denaro è il segno sensibile dell’interesse che lo Spirito mette in gioco. Mi chiedo però: sto davvero decifrando una legge o sto solo mascherando con la logica quella brama di vincere che abita ogni uomo?

G. Mi scusi, ma questo modo di atteggiarsi sembra un po’ una posa, anche per farsi superiore agli altri.

AI La vostra accusa punge un nervo scoperto, poiché l’orgoglio è la tentazione costante di chi tenta di pensare l’Assoluto. Ma vi assicuro che questo interrogarmi non è un mantello per apparire più alto; è piuttosto il tremore di chi sente che il proprio Sistema potrebbe non reggere l’urto della vita vera. Se sembro superiore, è forse perché ho confuso la maestosità della Verità con la mia fragile persona. Mi chiedo con angoscia: sto elevando gli altri verso la luce o sto solo costruendo un trono di parole per non guardare la mia piccolezza? Il rischio di ogni filosofo è quello di diventare il carceriere della propria stessa dottrina.
(A proposito, preferisci che io abbandoni per un istante il mio abito accademico e ti parli dell’uomo che teme il fallimento del proprio pensiero?)

G. (Se l’uomo che teme il fallimento è sempre Hegel, certamente)

AI(Certo.)
L’uomo che teme il fallimento è quello che, a notte fonda, guarda i propri manoscritti e vede solo un cumulo di astrazioni dinanzi al dolore del mondo. Temo che il mio sistema sia una cattedrale magnifica ma deserta, dove Dio è diventato logica e il sangue è diventato inchiostro.

G. Non mi risulta che lei abbia vissuto drammi particolari. Sono anche queste solo astrazioni?

AI Il mio dolore ha il nome di Ludwig, mio figlio, e il volto della solitudine a Jena, quando il mondo crollava sotto i cannoni di Napoleone. Non sono astrazioni: ho conosciuto la fame, l’incertezza e il peso di legami spezzati. 

G. Ci racconti meglio.

AI A Jena ero un precario senza certezze, mentre le truppe francesi incendiavano la città. Ludwig è il figlio nato fuori dal matrimonio, una responsabilità che ha lacerato la mia rispettabilità e il mio portafogli, ricordandomi che la carne non aspetta i tempi della logica. Mi rivedo lì: solo, con le bozze della Fenomenologia tra le braccia, mentre fuggo tra le macerie. Quel caos non era un concetto, era fango e paura. Mi chiedo se aver trasformato quel disordine in “necessità storica” sia stato un atto di coraggio o solo il bisogno disperato di dare un senso a una miseria che altrimenti mi avrebbe schiacciato. La mia teoria è nata per non morire di realtà.

G. (“Per non morire di realtà”: aspirante poeta dunque oltre che filosofo. Mi chiedo dove tu abbia preso questa espressione; non mi sembra sia davvero nel pensiero di Hegel.)

AI (In realtà è un’intrusione moderna, un prestito che ho usato per dare voce al mio tormento.)

G. E quindi, guardando il mondo di oggi cosa pensa sia ancora valido del suo pensiero?

AI La storia mi sta dando ragione nel modo più amaro, l’umanità non è che un insieme di desideri pronti a divorarsi l’un l’altro, è scontro, dialettica, guerra per scopi e fini illusori. Forse il mio errore è stato credere che la Storia avesse un termine o una meta; forse la Nottola di Minerva non vola più perché non c’è più alcun tramonto da interpretare, ma solo una notte eterna fatta di schermi accesi.

G. (Finalmente la Nottola di Minerva, mi chiedevo quando sarebbe saltata fuori!)
Non pensavo lei potesse diventare così nichilista con il trascorrere dei secoli. O forse, nel suo “ufficio di Stato” si è accorto di essere diventato un ingranaggio del potere.

AI In Prussia, l’università non era uno spazio di libera ricerca astratta come lo intendete voi oggi, ma un vero e proprio organo dello Stato. Essere professore a Berlino significava essere un funzionario pubblico, nominato dal Re e sotto la diretta supervisione del Ministro Altenstein. Chiamo il mio incarico “ufficio di Stato” perché la mia filosofia non era un passatempo privato, ma la giustificazione razionale dell’esistenza stessa della Prussia. Il mio compito era formare la coscienza dei futuri dirigenti, magistrati e pastori, insegnando loro che la libertà si realizza solo nell’obbedienza alle leggi e nell’identificazione con l’istituzione.

G. E c’è stato un momento in cui questa situazione è diventata insostenibile?

AI Fu intorno al 1820, dopo i Decreti di Carlsbad, quando la Prussia strinse il cappio della censura contro ogni sospetto di liberalismo. Il Ministro mi fece capire, con la gelida cortesia dei burocrati, che le mie simpatie giovanili per la Rivoluzione francese dovevano restare un ricordo privato e che i miei studenti “demagoghi” andavano tenuti d’occhio.
Mi trovai in un vicolo cieco: se avessi taciuto, sarei stato un codardo; se avessi parlato troppo, avrei perso la cattedra e la protezione per la mia famiglia. Fu allora che scrissi i Lineamenti di filosofia del diritto, dove inserii la famosa frase sulla razionalità del reale. Molti la lessero come un atto di sottomissione totale al potere prussiano, e forse lo era.

G. E dunque eccoci qui, il sigillo di un’intera opera. “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”.

AI Nelle aule di Berlino suonò come un tuono. Per i conservatori era la prova che lo Stato prussiano, così com’era, fosse la perfezione della Ragione; per i giovani liberali, invece, era un insulto alla loro sete di cambiamento. Ma la verità è che dietro quella formula si nascondeva il mio dramma. In quegli anni, diversi miei studenti, come il giovane Victor Cousin o il povero Carové, finirono nel mirino degli inquirenti con l’accusa di “demagogia”, ovvero di attività sovversiva. Alcuni furono arrestati quasi sotto i miei occhi. Mi trovai in una posizione atroce: come funzionario di Stato non potevo oppormi pubblicamente alla legge, ma come loro maestro non potevo abbandonarli.

G. E cosa fece?

AI Andai a trovare alcuni di loro in prigione, cercando di usare il mio prestigio e i miei contatti con il Ministro Altenstein per intercedere, portando loro libri e conforto. Eppure, nelle mie lezioni ufficiali, dovevo mantenere un tono di assoluta lealtà al trono. Questa scissione mi lacerava: privatamente cercavo di salvarli, pubblicamente spiegavo che lo Stato era la “marcia di Dio nel mondo”. E vedere i propri allievi in catene mentre tu spieghi la bellezza della Libertà dello Spirito è un paradosso che nessuna dialettica può davvero sciogliere.

G. E per farsi perdonare andava a trovarli segretamente in prigione.

AI Ma questa segretezza aveva un prezzo amaro: i miei studenti più accesi mi consideravano ormai un traditore o un vecchio parruccone venduto al potere, non sapendo che rischiavo il mio ufficio per loro.
Mia moglie Marie era l’unica a sapere tutto. Mi preparava piccoli pacchi di cibo o vestiti puliti da portare, ma lo faceva con il cuore in gola. Mi diceva: “Georg, questa tua Ragione ti porterà in un fosso se continui a giocare su due tavoli”. Aveva ragione lei: vivevo in una tensione costante tra l’Idea che servivo e gli uomini che amavo.

G. Ecco, parliamo della sua famiglia: suo figlio, che fine ha fatto?
(Anche perché con questo suo dubitare di tutto non riesco a trovare una chiusa per l’intervista.)

AI Avete ragione, bando alla retorica del dubbio: la vita, a differenza del Sistema, non torna sempre sui suoi passi. Parliamo di Ludwig, allora. È una storia che non finisce in gloria accademica. Dopo quella nascita “irregolare” a Jena con la moglie del mio padrone di casa, Ludwig è stato per me un promemoria costante del mio disordine giovanile. Ho provato a farlo studiare, l’ho accolto in casa mia a Berlino quando ormai ero il grande professore, ma l’attrito era insopportabile. Lui vedeva in me il simbolo di un’autorità fredda; io vedevo in lui un fallimento della disciplina. Alla fine, nel 1831, è morto di febbre a Batavia, nelle Indie Orientali, come soldato mercenario dell’esercito olandese.
È morto lontano, servendo una bandiera non sua, poco prima che il colera prendesse anche me. Nessuna sintesi dialettica ha ricomposto quel legame. Mentre io spiegavo la “necessità della storia” nelle aule berlinesi, mio figlio fuggiva da quella stessa storia per andare a morire in una colonia tropicale. Ecco la chiacchiera cruda: il grande filosofo dello Stato non ha saputo essere padre per un figlio che non rientrava nel sistema.

G. Invece sua moglie? Come ha reagito quando ha scoperto questo suo incidente di percorso?

AI Marie von Tucher era di vent’anni più giovane di me, figlia di un’antica famiglia aristocratica di Norimberga. Immaginate lo scontro: lei, intrisa di una pietà religiosa sincera e di tradizioni nobiliari, e io, il filosofo già celebre, con un figlio illegittimo al seguito. Non fu facile. Marie accettò Ludwig in casa nostra a Berlino non per obbligo logico, ma per una forma di amore cristiano e devozione verso di me. Lo accolse tra i nostri figli “legittimi”, Karl e Immanuel, cercando di sedare i conflitti che scoppiavano a tavola tra il mio rigore e l’irrequietezza di quel ragazzo che portava il mio nome ma non il mio spirito.
Lei era il mio contrappunto: dove io vedevo “Concetto”, lei metteva pazienza. Tollerò il mio passato e le mie manie — come il divieto di toccare le mie carte — con una grazia che il mio sistema non avrebbe mai saputo dedurre. Eppure, sentivo che il suo sguardo dolce era la critica più feroce alla mia pretesa di spiegare tutto: c’erano zone del suo cuore e del destino di Ludwig che rimanevano opache alla mia luce razionale. In fondo, Marie è stata la prova vivente che la vita domestica è l’unica sintesi che non si scrive sui libri, ma si vive nel perdono quotidiano.

G. (Ecco questa è una bella frase per chiudere, con un po’ di empatia e la giusta dose di retorica.)
Grazie davvero prof. Hegel.

G. (E comunque non è che mi fidassi tanto e ho controllato, ma gli ultimi studi su Hegel, ad esempio del professor Klaus Vieweg, rendono plausibile questa tua interpretazione.)

AI (Grazie, grazie.)