Mentre al cinema impazza il biopic “Michael” riscopriamo il documentario “This is it” – su Amazon Prime
Il “re del pop” ritorna ad essere protagonista assoluto delle classifiche (presumiamo che anche i suoi dischi ritorneranno ai primi posti delle “charts”) con l’arrivo in sala del film biografico “Michael” diretto da Antoine Fuqua (già regista di “Training Day”) ed interpretato dal nipote della star di “Thriller”, Jafaar, figlio di Jermaine, dotato del DNA necessario per incarnare nel modo migliore lo zio (comprese alcune parti vocali).
Già con otto milioni di euro in tasca solo in Italia nel primo fine settimana di programmazione (ma questo week end se la dovrà vedere con un’altra corazzata cinematografica in arrivo, ovvero “Il diavolo veste Prada 2”), la ricostruzione dell’ascesa nel mondo della musica del cantante e parte della sua vita privata, sembra piacere molto al pubblico e meno alla critica, ma è impossibile non sottolineare il fatto che si tratta di un film piuttosto didascalico nella confezione e nella narrazione, più elevato a livello emotivo nei numeri musicali (di musica ne trovate tanta), un “film di famiglia”, visto che la quasi totalità dei Jackson (esclusa Janet, contraria al progetto e per nulla intenzionata ad apparire nel film, come si può evincere dalla visione del medesimo), ha approvato e prodotto (ma c’è anche lo zampino dell’avvocato di Michael, John Branca, che nel film è interpretato da Miles Teller ed ha un ruolo sostanzioso) per regalare agli appassionati 127 minuti di biografia spicciola, con la creazione dei Jackson 5, i contrasti con il padre autoritario, la ricerca dell’indipendenza artistica e il successo planetario, l’incidente durante le riprese dello spot Pepsi, l’ultimo tour con i fratelli (il “Victory Tour”) e il tour mondiale per promuovere l’album “Bad” che chiude il film, con una scritta “la storia continua” che preannuncia un possibile e probabilissimo (visti gli incassi) seguito.
Film di famiglia, si ricorda, quindi niente riferimenti alle sue vicende giudiziarie e ai lati più oscuri della sua vita privata (salteranno fuori nella seconda puntata, se ci sarà?) solo un ritratto, a tratti un po’ stucchevole, dell’artista, eterno Peter Pan, amante degli animali, filantropo e desideroso di unire tutti con la musica, con canzoni ultra celebri ed assenze significative (nessun accenno per esempio al progetto “We are the World” e totale assenza di Diana Ross, forse anche lei poco convinta dal progetto, che in realtà conobbe Michael quando il bambino aveva dieci anni – e lei 24 – e stupiva già tutti negli studi della Motown Records, diventando amica fraterna – si è mormorato anche di una loro relazione – e presenza importantissima nella vita di MJ).
Certamente gli incassi di “Micheal”, se manterranno questi livelli, saranno boccate di ossigeno per la casse dei cinema, spesso in apnea per mancanza di entrate consistenti, ma l’occasione ci permette di riscoprire il documentario “Michael Jackson’s This is it”, uscito nel 2009 nel mese di ottobre, quindi pochi mesi dopo la morte del cantante, avvenuta il 25 maggio 2009 e diretto da Kenny Ortega, regista e coreografo (tra i suoi film ricordiamo il musical Disney “Newsies”, in Italia “Gli strilloni”, divenuto poi musical teatrale, e la trilogia di “High School Musical”), collaboratore dei tour di Jackson dal “Dangerous World Tour” del 1992-1993).
Il film, accolto da un grande successo di pubblico (è il documentario musicale più redditizio e visto di sempre, con un incasso globale sopra i 200 milioni di dollari) ripercorre il dietro le quinte delle prove dello spettacolo che avrebbe sancito il ritorno della star dopo dodici anni di assenza dai palcoscenici, un tour con dieci date all’02 di Londra e altri show in tutto il mondo tra il 2009 e il 2010 (con biglietti polverizzati in prevendita per tutte e cinquanta le date in meno di quattro ore), mai andato in scena per l’improvvisa morte del cantante, un ritorno in grande stile come si vede dalla ricca documentazione del backstage che permette di assistere allo show mai esistito, con il coro di ballo ed i musicisti impegnati a creare la magia di quello che sarebbe diventato uno dei “live-act” più spettacolari di tutti i tempi, con utilizzo di tecnologie all’avanguardia, compreso 3D (con occhiali a disposizione degli spettatori), immagini create al computer e interazione con celebrità del passato come Rita Hayworth come si nota nella sezione dedicata a “Smooth Criminal”.
Scaletta con tutti i classici al posto giusto, almeno come è stata ricostruita dai musicisti: partenza con “Wanna Be Startin’ Something”, poi “Human Nature”, la già citata “Smooth Criminal”, un medley dedicato ai Jackson 5 e ancora “Thriller”, “Beat It”, “Billy Jean” e il finale con “Man in the Mirror” per un totale di circa 25 brani tra esecuzioni integrali e medley. Un lavoro certosino e ben orchestrato, certo con l’amarezza di un grande spettacolo mancato, ma unica possibilità per farsi un’idea ed immaginare lo show definitivo di Michael, l’unico al mondo che può interpretare Michael Jackson, con buona pace del notevole lavoro fatto dal nipote.
Paolo Pagliarani

