di Alessandro Caprio
Se c’è uno scrittore amato e letto dai più i giovani è Daniele Mencarelli. È proprio una giuria di studenti delle superiori che lo ha portato a vincere il ‘Premio Strega Giovani’ nel 2020 con ‘Tutto chiede salvezza’ ed è la sua prima opera pensata per i giovanissimi, ‘Adelmo che voleva essere Settimo’, che si è aggiudicata il Premio Campiello Junior nel 2025.
Oggi sarà a Santarcangelo, in occasione del Cantiere Poetico, dove interverrà sul tema “I corpi feriti delle parole”, dialogando con Silvia Bottani e Lorenza Ghinelli. Ne abbiamo approfittato per dialogare con lui della cura delle parole che stiamo perdendo per rincorrere un linguaggio istantaneo, più povero e spesso violento; dei fatti drammatici di questi giorni nelle piazze e delle responsabilità di noi genitori; ma anche di sensibilità, paura e molto altro.
Perché dici che la poesia è un atto eversivo?
«In un momento storico in cui c’è un utilizzo spropositato e perverso della lingua, la poesia è un atto eversivo perché la ricolloca al centro dell’umano, nella sua compiutezza, nella sua sensatezza assoluta, nella sua, per certi aspetti, anche severità. Una parola non ne dice un’altra, dice soltanto se stessa. E in un momento storico come questo, dove c’è l’idea di confondere e di utilizzare una parola per un’altra, la precisione della poesia è eversiva.
Io faccio sempre questo esempio: il nostro vocabolario ha perso, non certo casualmente, ma per una volontà precisa, tutte quelle parole che si riferivano ai sentimenti umani e ha introdotto nel nostro uso comune tanti termini che arrivano dall’economia e dalla medicina, dalla scienza. Non c’è più un ragazzo che parla di sé in termini di paura, ma solo di ansia, per esempio. E a scuola si parla di resa e profitto, come se i nostri figli fossero prodotti finanziari. Siamo tutti in qualche maniera imbarbariti rispetto alle parole, senza renderci conto che le parole ci fanno, nel senso che ci identificano rispetto agli altri e soprattutto rispetto a noi stessi».
Possiamo dire di aver perso un po’ di coraggio nell’usare la precisione delle parole, le abbiamo annacquate?
«Sì, si è annacquato lo sforzo che l’uomo ha sempre tentato di nominare con la maggiore precisione possibile, con la maggiore tensione quello che vive interiormente, quello che vive nella storia con la “S” maiuscola, tutto quello che gli è dato da vivere e che chiede d’essere, appunto, nominato e cristallizzato dentro quella parola: un lavoro completamente diverso rispetto alla parola della cronaca, ma che non può mancare a noi come esseri umani rispetto a una lettura di quello che accade.
Noi adesso viviamo un’epoca infodemica, con un’esplosione costante di notizie e non abbiamo più nessuno che riflette sui fatti. Non abbiamo quella parola che ritorna per come ha sempre fatto la letteratura: una voce più resistente, più precisa e che non intende cavalcare la cronaca, ma prova a leggerla dentro un vocabolario e tempi più ampi. Non abbiamo più parole ponderate, pensate, siamo costantemente istantanei rispetto alla lingua e questo è anche pericoloso e non riguarda solo gli scrittori, riguarda tutti. Quei tempi che l’uomo si prendeva per scegliere le parole, per esempio quando si scriveva una lettera d’amore, quei fogli che s’accartocciavano perché quella frase non andava bene. Ecco, tutto questo tempo è stato ridotto e, a farne le spese è il risultato finale».
In uno dei tuoi romanzi più celebri, ‘Tutto chiede salvezza’, racconti proprio come scopri l’importanza della scrittura, che “non è un gioco, non è una noia, (…) ma è l’unico mezzo che può raccontare quello che vedo, che esplode dentro”. Tu giri molto per le scuole, incontri tanti ragazzi, ti è mai capitato che qualcuno di loro abbia fatto questa scoperta grazie a te?
«La cosa più bella per me, da scrittore, è proprio questa: vedere come tanti ragazzi abbiano fatto dei miei libri quello che io ho fatto alla loro età con i libri che mi hanno in qualche maniera educato e mi hanno avvicinato alla scrittura. Hanno trovato lì dentro quelle parole che loro non avevano ancora e un aiuto in quella ricerca incessante che l’uomo fa rispetto a quello che prova, a dove collocarla rispetto agli altri, a se stesso: se quel dolore, in qualche maniera, è umano, è “normale”, con questa brutta parola che compare spesso.
Ma se c’è, da una parte, la scoperta della lettura e della scrittura, c’è poi un altro aspetto che a me colpisce molto con i ragazzi, quando faccio l’esempio sull’uso delle parole e spiego loro le conseguenze pratiche fra l’utilizzo della parola “paura” e quello della parola “ansia”, nella loro vita, rispetto alla relazione col mondo degli adulti. Li vedi cambiare espressione, perché si rendono conto che utilizzare in modo semplicistico un termine che, a tutti gli effetti, rimanda una patologia ha delle conseguenze che possono essere terribili. Il problema però non è tanto loro, perché in fondo, la complessità la desiderano: ma è dei loro genitori, sono loro ad aver perso completamente di vista la complessità, tanto da equivocarla costantemente».
A proposito di questo, non posso non chiederti un collegamento con i fatti drammatici che stanno accadendo in questi giorni nelle nostre piazze. Anche qui c’è una responsabilità delle nostre generazioni?
«Sì, credo che non ci volesse un genio a capire che saremmo arrivati, prima o poi, a questo punto. Questo è un discorso molto delicato da fare: è un gioco che fanno gli adulti e poi magari i ragazzi non riescono a decodificare. Noi abbiamo costantemente offerto, ovunque, da trent’anni a questa parte, una quantità di violenza verbale che fa spavento. Abbiamo un presidente americano che ha creato un carcere che ha chiamato ‘Alligator Alcatraz’ e che voleva mandare in diretta la fucilazione di un condannato a morte! Come possiamo dire che tutto questo non sia collegato a quei fenomeni?
Dico questo con un certo grado di solidarietà nei confronti dei ragazzi, perché su tante cose, a parte il discorso della violenza in sé, sono figli della generazione che li precede. E io sono molto critico con la mia generazione: noi dovevamo dare l’esempio e siamo precipitati a questo livello. E non aspettiamoci degli adulti capaci di gettare acqua sul fuoco e di intavolare con loro una discussione vera».
C’è un tema ricorrente nei tuoi romanzi: quello della sensibilità. Ne ‘La casa degli sguardi’ fai dire al padre di Daniele: “Cerca di vivere la tua sensibilità come una grazia”. Mentre in ‘Tutto chiede salvezza’, il protagonista ne parla come di una maledizione e dice a un certo punto: “Vorrei avere una corazza, un’armatura”. È una grazia o una maledizione, allora, questa sensibilità?
«Entrambe le cose: è la sfida di come ci alziamo ogni mattina. A 52 anni ho accantonato l’idea di affrancarmi da questo modo di essere. Sono la persona che vive l’aspetto positivo sapendo raccontare questo dolore attraverso la scrittura, ma sono anche colui che spesso lo vive in maniera sorda e muta.
Il dolore è dolore, ed è pericoloso dire che sia la molla del talento artistico. Il dolore è il momento in cui la tensione dell’esistere diventa acuta al punto da fare male. Ma non posso pensarmi scisso: la vita e la natura umana si confrontano con temi talmente grandi che non possono non produrre sofferenza e angoscia. Oggi i modelli che abbiamo sono completamente disumani. È questo poi che ci fa stupire di domande e sofferenze che l’uomo ha sempre vissuto. Basta leggere Leopardi, basta leggere Sbarbaro e qualsiasi poeta, però, per scoprire che quello che viviamo oggi l’abbiamo sempre vissuto».
Fil rouge del Cantiere Poetico di Santarcangelo, dove interverrai proprio oggi, è l’uso del dialetto. Perché è così importante? Forse perché certe cose si possono dire solo in dialetto?
«Sì, io vengo dalla poesia, la vostra è una zona che ha prodotto tanti poeti straordinari! Il nostro versante linguistico dialettale, che va da Firenze, scende fino a Roma e, in parte, va nell’entroterra umbro, abruzzese e anche marchigiano, non ha questa doppia lingua, come ad esempio in Romagna, ma anche in tutto il nord e il Sud Italia. Nelle nostre zone del volgare abbiamo una lingua che ingloba anche il dialetto.
Lo stesso Dante ha scritto ‘La Divina Commedia’ utilizzando il volgare, perché fu “congiugnitore de li miei generanti”, vuol dire che il dialetto è la lingua familiare, la lingua degli affetti, di quegli interni domestici più semplici, umili, ed è anche una lingua che considero materna. Oggi, purtroppo, il mio dialetto è stato in parte devastato dall’utilizzo prima cinematografico e poi seriale, che, negli ultimi 50-60 anni, l’hanno fatto diventare una lingua criminale, una lingua maschile, virile e a me questo fa soffrire molto perché, in realtà, il dialetto è tanto altro, perché quello che in certi momenti puoi dire in dialetto non puoi dirlo in italiano, semplicemente perché l’italiano, in certe condizioni e situazioni, è una convenzione che non si utilizza e questo credo sia importante da ricordare come scrittore».

