
“Lavorando da quarant’anni nella luce e nello spazio mediterranei, sognavo altre possibilità che potevano forse trovarsi nell’emisfero opposto. Sono sempre stato consapevole di un altro spazio in cui gli oggetti delle mie fantasie si muovevano. Cercavo qualcosa di diverso dallo spazio reale. Da ciò la mia curiosità per l’altro emisfero dove le cose potevano accadere in modo diverso […]”.
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Estratto da
Scrivere, narrare e ricordare: il racconto dei viaggi come strumento critico
di Anne Théry
dal Catalogo della mostra Edizioni 24 ORE Cultura
(…) La corrispondenza di viaggio di Matisse assume una nuova dimensione, per ampiezza e importanza, durante il suo viaggio in Spagna, dal novembre 1910 al gennaio 1911, in risposta soprattutto all’ascesa delle avanguardie. Pur raccontando poco dei luoghi visitati, ma con concisione e una forza notevole – “Sono davvero contento di aver visto Granada, l’Alhambra è una meraviglia. Lì ho provato la mia più grande emozione” –, diventa un diario della creazione. Matisse vi evoca così le poche opere a cui sta lavorando con un misto di prudenza (dirne troppo rischierebbe di comprometterne la realizzazione) e di strategia (bisogna dirne abbastanza, affinché il lavoro giustifichi l’allontanamento da moglie e figli). Ma è soprattutto il ruolo terapeutico di questa corrispondenza di viaggio a colpire, poiché nelle sue missive quasi quotidiane, Matisse fa dello sguardo retrospettivo una necessità creativa – “Non me la sento di dipingere nuovi quadri per spiegare quelli precedenti, […] ma di realizzare tele per fissare le mie emozioni del momento” –, facendo della scrittura strumento di questo riposizionamento attraverso ciò che essa comporta: “Ora sono determinato a rifiutare l’importanza un po’ eccessiva che mi è stata attribuita, e che forse mi sono lasciato attribuire, e a proseguire il mio cammino senza ostacoli.”

(…) La pratica della scrittura e della fotografia si intensifica, quasi vent’anni dopo, in occasione dei viaggi di Matisse negli Stati Uniti e a Tahiti nel 1930. Il viaggio in Oceania comporta un lavoro di identificazione e di denominazione, come testimonia questa lettera dell’artista alla moglie Amélie, rimasta a Nizza per motivi di salute: “Impossibile descrivere tutto ciò che ho provato qui da ieri, al mio arrivo. Pesci: triglie, grosse orate, triglie arancioni, triglie rosa, rosso scuro, pesci blu di Prussia e verde smeraldo mescolato al bianco – tutti straordinari […]. Fiori di ibisco doppi e semplici, di tutti i colori e altri ancora […] Crescono come erbacce da noi, Caladium giganti, felci ricce […], stelle di Natale, gelsomini rosa, bianchi e gialli, e il Polygonum rosa, anziché bianco, è ovunque sotto forma di cespuglio.” “C’è troppo da vedere” e ciò paralizza la pratica della pittura.
La scrittura è allora un mezzo per continuare a far lavorare lo sguardo e la mano in un processo che duplica quello del disegno – quelli di Tahiti sono numerosi: alcuni ritratti, ma soprattutto alcuni paesaggi, spesso molto dettagliati per mostrare le caratteristiche della natura . Viceversa, il centinaio di fotografie scattate dall’artista sull’isola riescono maggiormente a distanziarsene. (…) A padre Rayssiguier che, alla fine della sua vita, gli chiede del suo viaggio a Tahiti, l’artista confida di avervi “acquistato una macchina fotografica estremamente avanzata”, ma afferma di non essersene servito: “quando ho visto tutta questa bellezza, mi sono detto: comunque non ridurrò tutta questa bellezza in una piccola immagine. Non ne varrebbe la pena. Preferisco conservarla in me. Perché, dopo qualche anno, non avrei avuto altro, tutto sarebbe stato cancellato, limitato a questo piccolo documento”.

(…) Poi, alcuni anni dopo, è con il fotografo Brassaï che l’artista si confida di nuovo: “I ricordi del mio viaggio a Tahiti mi sono tornati alla mente solo ora, quindici anni dopo, sotto forma di immagini ossessive: madrepore, coralli, pesci, uccelli, meduse, spugne… È curioso, vero, che tutti queste meraviglie del cielo e del mare non mi abbiano subito ispirato… Sono tornato dalle isole a mani completamente vuote…” Ancora una volta, Matisse non parla della realizzazione delle fotografie – “è più importante lasciarsi impregnare dalle cose che volerle cogliere al volo” – forse per giustificare le composizioni che allora decoravano la sua casa in Boulevard du Montparnasse.
(…) Questo processo di affioramento dei ricordi nella sua opera è progressivo, frutto di decantazione e infusione. Tra le illustrazioni delle Poésies di Mallarmé del 1930, spicca la vista di una barca nel porto di Papetee, immortalata da una fotografia – vista che diverrà in seguito il soggetto di Fenêtres à Tahiti II del 1935 – poi, nel 1944, une delle pagine di Pasiphaé richiama il ricordo di Pauline Schyle, mentre dal 1943 al 1947 la realizzazione di Jazz porta a diverse composizioni ispirate alle lagune realizzate con carta dipinta a gouache e ritagliata, tecnica che in seguito si affermerà sino a raggiungere il massimo splendore nella serie Océanie e poi in Polynésie: le ciel e Polynésie: la mer. L’apice è la cappella delle domenicane di Vence, sintesi dei viaggi dell’artista. Lo stesso vale per il tetto della cappella blu che contrasta con la vegetazione – “Lo aveva visto in Marocco” – per la forma del campanile – “come quelli arabi” – o per il motivo della grande doppia vetrata – “è l’albero del pane” di Tahiti. Tutti i viaggi di Matisse hanno contribuito a dare forma alla sua opera, non solo nel senso letterale di motivo o fonte di ispirazione, ma ancor più perché hanno garantito quella distanza critica di cui aveva tanto bisogno l’artista che affermava con estrema precisione: “Sono fatto di tutto ciò che ho visto”.
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MATISSE
Il mondo in una stanza
a cura di
Ellen McBreen e Chiara Gatti
MUDEC – Museo delle Culture
dall’ 8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027
Via Tortona 56, tel. 02/54917
ORARI
Lun 14.30-19.30; Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30-22.30

