Il lato animato di Wes (Anderson)

Il regista texano, Premio Fellini 2026, e il suo rapporto con il cinema d’animazione – su Disney+

Fresco di consegna del Premio Fellini 2026 a Rimini in un Teatro Galli riempito da folto e plaudente pubblico, il regista Wes Anderson, classe 1969 (è nato il 1 maggio), nativo di Houston, Texas, è fautore di una filmografia compresa tra l’esordio di “Un colpo da dilettanti” (1996) con i fratelli Owen e Luke Wilson e l’ultimo “La trama fenicia” del 2025, passando per titoli come “I Tenenbaum” (2001), il film che lo ha fatto scoprire al pubblico italiano, “Moonrise Kingdom” (2012) e “Grand Budapest Hotel” (2014), caratterizzato da uno stile riconoscibilissimo che predilige la fissità dei quadri, l’utilizzo di diversi formati nello stesso film (dal 4:3 al panoramico) e bizzarrie creative che sono il suo marchio distintivo, senza dimenticare l’affollata presenza di star (in primis Bill Murray che ha partecipato a quasi tutti i suoi film, ad esclusione del primo e di “Asteroid City” visto che l’attore in quel caso era fuori uso causa Covid) che non disdegnano di partecipare ai suoi film anche solo per pochi minuti.

Tra i suoi titoli due sono realizzati con la tecnica della stop-motion (la tecnica di ripresa a scatto singolo), li trovate entrambi su Disney+ e vale la pena di darci un’occhiata perché sono espressione di fantasia e tecnica di gran pregio. Il primo è “Fantastic Mr. Fox” del 2009, tratto dal romanzo di Roald Dahl, scrittore al quale tornerà per una serie di cortometraggi raccolti in un film antologico (“La meravigliosa storia di Henry Sugar e altre tre storie”, disponibile su Netflix, e proprio con il corto dedicato ad Henry Sugar ha vinto l’Oscar per il miglior cortometraggio), “Furbo, il signor Volpe”, la storia di una coppia di volpi e del loro figliolo, Ash, uno scontroso adolescente. Mr. Fox fa il giornalista ed ha abbandonato la strada dei furti di polli da tempo, la famiglia si è trasferita in una zona dove vivono allevatori senza scrupoli che metteranno duramente alla prova la quiete familiare delle bestiole protagoniste. Originariamente il progetto doveva avvalersi delle abilità dell’animatore Henry Selick, specialista della tecnica a passo uno, autore di “Nightmare Before Christmas” assieme a Tim Burton, “James e la pesca gigante” e “Coraline e la porta magica”. I due avevano già lavorato insieme ai tempi di “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” film diretto da Anderson nel 2004, ma poi Selick ha abbandonato per dedicarsi a “Coraline” e al suo posto è subentrato l’animatore Mark Gustafson. Di rilievo il cast dei doppiatori utilizzato per il film, da George Clooney a Meryl Streep, dagli immancabili Jason Schwartzman (che ha esordito proprio con Anderson in “Rushmore” del 1998) e Bill Murray, fino a Michael Gambon e Willem Defoe e lo stesso regista che doppia il personaggio di Weasel, la donnola agente immobiliare.

Ancora animali ne “L’isola dei cani” (2018), il cui soggetto è ideato da Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman e lo scrittore, attore, dj radiofonico e creativo giapponese Kunichi Nomura (un cameo di quest’ultimo c’é in “Grand Budapest Hotel”) e la sceneggiatura firmata dal solo Wes Anderson. Una storia ambientata nel futuro, nel 2038 per la precisione, dove un’influenza canina colpisce tutti i cani del Giappone che, a causa dell’epidemia, vengono segregati in un’isola dove creano una comunità, mentre tra gli umani c’è chi cerca un antidoto alla malattia, chi vota per la segregazione perenne e chi, come Atari, nipote adottivo orfano dell’autoritario sindaco della città di Megasaki, cerca disperatamente il suo cane Spot, il primo ad essere trasferito, sull’isola. Anche qui il cast dei doppiatori è di tutto rispetto: Edward Norton, Jeff Goldblum, Bryan Cranston, l’immancabile Bill Murray, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Greta Gerwig, Frances McDormand, Harvey Keitel, F. Murray Abrahams e persino Yoko Ono, più attori nipponici assortiti a partire da Ken Watanabe (noto ai più per le sue partecipazioni a film come “L’ultimo samurai” e “Memoria di una Geisha”). Due esempi notevoli di animazione non necessariamente pensata per i bambini (che possono magari scegliere più il primo titolo rispetto al secondo, più complesso) ma per un pubblico di giovani (questi hanno particolarmente apprezzato, soprattutto il secondo che è diventato un film di culto a tutti gli effetti) e adulti, di grande gusto artigianale, lontani anni luce dai prodotti Disney, Dreamworks o Illumination (la casa dei “Minions”) ma capaci di strappare più di un applauso a chi segue con affetto e dedizione il percorso cinematografico di una delle personalità più eclatanti del cinema contemporaneo, in grado di dividere tra appassionati e detrattori (chi scrive rientra nella prima categoria) ma sempre in grado di stupire, o comunque almeno incuriosire, con modalità espressive ed estetiche riconoscibili già in pochi secondi di film.

Paolo Pagliarani