
“In realtà, ciò che è interessante è quello che resta di una fotografia quando tutti i motivi per cui è stata scattata non ci sono più, quando sono finiti.”
Frank Horvat
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Mio padre conosceva e raccontava la storia come nessun altro. Leggeva le vicende del passato come si osserva una grande famiglia, individuando i dissidi e i legami di parentela. Era affascinato dalla Roma repubblicana e da quella imperiale, dalla modernità senza pari della Città Eterna. Da bambino, alle prese con manuali scolastici colmi d’orgoglio patriottico, era rimasto conquistato dal retaggio glorioso dei romani. Abbiamo scelto di esporre così tre serie che gli assomigliano, che ne illustrano la curiosità in perfetta sintonia con questo sito antico, nato per celebrare il corpo nella bellezza.
La serie Goethe in Sicilia è presentata per la prima volta nel suo “habitat naturale”. Frank vi ripercorre lo splendore della classicità decantato dall’autore tedesco che la madre gli leggeva da bambino. Vere sembianze è una ricerca sull’incanto muliebre attraverso le epoche: a ciascun momento della storia corrisponde un ideale di femminilità. Ben prima del diffondersi di Photoshop, attraverso giochi di toni e di luci, Frank aveva tratto ispirazione dai maestri della pittura per incarnare nel colore l’unicità di ogni donna. Ritratti di donne reali testimonia il suo modo di vivere il mondo e le relazioni con l’altro sesso; si tratta di fotografie che immortalano istanti di complicità, tenerezza o stupore condivisi. Per l’intera esistenza, Horvat ha cercato l’amicizia e la comprensione da parte delle donne. Il ricordo della madre, della sua intelligenza e del suo rigore, lo ha guidato fino alla fine.
Ed eccolo alle Terme di Caracalla. Mi piace immaginare che sappia di questo regalo, lui che amava l’idea di esporre in spazi insoliti e sognava di riempire dei suoi scatti parcheggi e foreste. Non credo abbia mai pensato a delle terme romane.
Fiammetta Horvat

“Un momento di verità è quello del confronto della modella con il suo ritratto. Vorrei che vi si possa ritrovare come in uno specchio, ma anche che si interroghi su se stessa, e nel migliore dei casi che si accetti, tanto da potersi dire: ‘Sì, sono davvero io, è così che mi piace essere vista’.”
Frank Horvat
Frank Horvat diceva sempre che non si sentiva un fotografo di moda, sebbene le sue foto di moda, pubblicate sui più prestigiosi magazine internazionali, scattate tra Milano, Roma, Parigi, Londra e New York, restino fra le più iconiche di tutti i tempi, al pari di quelle di Jeanloup Sieff ed Helmut Newton, sodali e iconoclasti nello scardinare i codici del genere allora vigenti, cogliendo le modelle per strada con una Leica e la sola luce naturale, liberandole dalle pose stereotipate dell’epoca: compreso l’indimenticabile ritratto della donna con il cappello bianco di Givenchy apparso sulla rivista “Jardin des Modes”. Un approccio personale ma indubbiamente legato ai cambiamenti della moda e dell’idea di eleganza, con l’ascesa del prêt-à-porter accessibile a tutte le donne della classe media. Come ha sottolineato Virginie Chardin, c’era anche una corrispondenza con l’evoluzione dello status delle donne alla fine degli anni cinquanta: non solo attrici o ballerine, scrittrici o intellettuali ma anche tenerissime madri, donne che lavoravano, erano indipendenti e chiedevano più libertà e diritto di essere se stesse.
Ciò che gli stava a cuore era dunque la “donna reale” ed essere in grado di catturare la personalità e la genuina sensibilità sotto le ciglia finte delle sue modelle. Per questo i suoi scatti di moda possono essere considerati a tutti gli effetti ritratti femminili. Nel ritrarre le modelle si instaurava infatti un rapporto di amicizia e complicità destinato a durare talvolta tutta la vita. Horvat voleva infatti che la sua fotografia di moda fosse spontanea come la street photography, come le fotografie dei suoi servizi documentari realizzati con una certa timidezza e un delicato disincanto in tanti paesi del mondo, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Senegal, al Giappone, per citarne solo alcuni, pubblicati su importanti testate come “Epoca” o “Life”.

“I riferimenti a dipinti celebri sono soltanto un pretesto, un alveo che ho proposto alle modelle per portarle ad essere ancora più somiglianti a se stesse”.
Frank Horvat
Questa seducente serie di ritratti femminili, iniziata a partire dagli anni ottanta, conferma come le ricerche più recenti di Frank Horvat celino sotto la loro superficie esteticamente levigata una profondità da esplorare solo con una riflessione più ampia di un’epidermica ammirazione. Scoperta è l’ispirazione a quadri famosi nelle pose, ricreate con le modelle in studio, nelle vesti e negli ornamenti ma nessuno potrebbe ingannarsi e pensare di trovarsi di fronte a riproduzioni piuttosto che a immagini originali. Tante e tali sono le sottili, studiatissime variazioni rispetto ai modelli (una Madonna di Raffaello, un ambiguo San Giovanni Battista di Leonardo, una menina di Velázquez, un ritratto del Fayyum, un’odalisca di Ingres, una Maja di Goya… persino un Picasso del periodo blu), la maestria del dettaglio, l’abilità nel ricreare una luce particolare, l’atmosfera e l’umore di un dipinto di un tempo passato, stemperando così nel lirismo il rischio di generare immagini tanto iperrealistiche da essere confuse per olî su tela o di assumere l’aspetto di una rivisitazione cara al gusto postmoderno.
Eppure, in un cortocircuito sensoriale, egli si era avvalso della tecnica di stampa a pigmenti colorati Fresson per ammorbidire i toni e le textures e ottenere l’effetto desiderato, cercando, nel segreto di una stampa in quadricromia per fasi successive, di ricalcare proprio le modalità della pittura, in cui i colori vengono in effetti applicati uno a uno. Altrettanto essenziale sarebbe stato lo scouting di volti che dovevano sembrare provenire da un’altra epoca: vengono così subito in mente le ballerine di Degas o le muse dei grandi maestri olandesi e invece si tratta di donne moderne dai volti classici, acconciate e composte come se fossero sedute in religioso silenzio di fronte a Rembrandt o Vermeer: donne di tutte le età, di fisionomie diverse, sovente insolite, dai corpi nudi, ripresi con rispetto, talvolta fuori dai canoni di bellezza dettati dalla fotografia di moda, che non sarebbero dunque forse mai apparse sulle riviste patinate di allora.
Ma l’aspetto decisamente più interessante per il fotografo era fare in modo che i riferimenti classici diventassero dunque un espediente per coinvolgere il soggetto in una finzione che gli consentisse di rivelare se stesso. Nella misura in cui la modella avesse infatti acconsentito a lasciar violare la sua quotidianità perché se ne cogliesse ogni espressione, ogni gesto, come scrive lo stesso Horvat, “questa effrazione sarebbe stata una falsa violenza, il fotografo un falso voyeur e l’intimità solo un’apparenza ingannevole”.

Frank Horvat
a cura di Studio Frank Horvat (Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin)
e Nunzio Giustozzi
Terme di Caracalla
viale delle Terme di Caracalla, 52
periodo 11 settembre 2026 – 10 gennaio 2027
promossa da Soprintendenza Speciale di Roma Archeologia Belle Arti e Paesaggio
organizzazione e catalogo Electa
informazioni soprintendenzaspecialeroma.it
Dall’alto:
Frank Horvat, Elena, Lugano, Svizzera, 1945 © Studio Frank Horvat
Frank Horvat, Moda sul métro per “Jardin des Modes”, Parigi, Francia, 1958 © Studio Frank Horvat
Frank Horvat, Sandrine X, Vere sembianze, Boulogne-Billancourt, 1983 © Studio Frank Horvat
Frank Horvat, Il cappello di Givenchy per “Jardin des Modes”, Parigi, Francia, 1958 © Studio Frank Horvat

