C’erano una volta i “kolossal religiosi”, principalmente realizzati nei nuovi formati “supergrandi” Cinemascope e Vistavision, da “I dieci comandamenti” di Cecil B. De Mille del 1956 (ne aveva già realizzata una versione nel 1923) con effetti speciali a iosa (l’apertura del Mar Rosso, roba da far sgranare gli occhioni all’epoca a tutti gli spettatori) e mega cast con Charlton Heston nel ruolo di Mosè e Yul Brynner nei panni del Faraone, a “Ben Hur” di William Wyler (1959), ancora con Heston, film acchiappa Oscar come pochi altri (ben undici, record uguagliato solo da “Titanic” e “Il ritorno del Re”, terzo episodio de “Il signore degli anelli”), passando per “Barabba” (1961) di Richard Fleischer con Anthony Quinn e Silvana Mangano e “La tunica” (1953) di Henry Koster con Richard Burton, capostipite dei film in CinemaScope.
Poi vennero i musical degli anni ‘70, in pieno periodo di contestazioni giovanili, dal popolarissimo “Jesus Christ Superstar” (1973) di Norman Jewison, derivato dal doppio concept album ideato da Andrew Lloyd Webber (musiche) e Tim Rice (testi), con un cast indimenticabile dotato di ugole potentissime (Ted Neeley, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen, Bob Bingham) e la “patente” di film di culto guadagnata nelle innumerevoli riedizioni cinematografiche, possibilmente in periodo pasquale (chi era adolescente all’epoca probabilmente ricorda i registratori posizionati sotto lo schermo per catturare quelle preziose musiche, visto che il doppio album della colonna sonora per alcune giovani tasche era un sogno nel cassetto, magari poi arrivava la strenna di compleanno e il disco faceva bella mostra nella propria collezione…) e il meno conosciuto (e oggi più raro a vedersi) “Godspell” diretto da David Greene, uscito sempre nel 1973, tratto dal musical del 1971 di Stephen Schwartz (noto al grande pubblico per essere il compositore del musical “Wicked” e delle canzoni del cartone animato Dreamworks “Il principe d’Egitto” con la canzone Premio Oscar “When you Believe”), rilettura in chiave contemporanea, per le strade di New York, del Vangelo di Matteo con Victor Garber (che ha interpretato il progettista nel “filmone” di James Cameron “Titanic”) nel ruolo di Gesù.
E non sono mancati gli scandali, da quelli suscitati dall’uscita de “L’ultima tentazione di Cristo”(1983) di Martin Scorsese, provocatoria ma efficace rilettura della figura di Cristo (interpretato nel film da Willem Defoe) tratta dal romanzo di Nikos Kazantzakis, segnata da manifestazioni e boicottaggi contro il film (in Italia, invece che nel periodo di Pasqua, fu distribuito a tarda estate, ma questo non impedì le proteste da parte di associazioni e movimenti religiosi di stampo più integralista), allo shock delle scene realizzate con estrema crudezza da Mel Gibson per “La passione di Cristo” (2004) che ricavò la sua versione degli ultimi giorni di vita del Redentore (attualmente il regista è al lavoro sul seguito dedicato agli eventi legati alla Resurrezione) dai diari di Anna Katharina Emmerick, mistica tedesca vissuta nel 1700, più che dai testi evangelici dei quali utilizza solo i riferimenti principali. Criticato per via delle eccessive scene di violenza e accusato anche di antisemitismo, ma accolto positivamente al botteghino con un risultato di oltre 600 milioni di dollari, è uno dei film più visti di sempre nel periodo pasquale.
A conti fatti le sale cinematografiche non disdegnano la presenza di film a carattere religioso durante la Settimana Santa (forse c’è chi ricorda che un tempo molti cinema, soprattutto le sale parrocchiali, restavano rispettosamente chiusi il Venerdì Santo, oggi invece sono ben pochi i cinematografi che osservano il riposo in quella giornata…). Lo scorso anno c’era “The Chosen”, due episodi dedicati all’Ultima Cena (stagione quinta) della serie televisiva americana creata da Dallas Jenkins, quest’anno c’è stato un primo “antipasto” a marzo con il documentario “Sacro Cuore”, produzione francese diretta da Sabrina e Steven J. Gunnell, distribuito dalla Dominus Production, casa fiorentina specializzata in cinema religioso, con film come “Cristiada” e “Sound of Freedom”, grande successo in patria e numeri importanti anche in Italia per un film che racconta le vicende legate al culto del Sacro Cuore, dalle apparizioni di Gesù a Santa Margherita Maria Alacocque, vissuta nel 1600 in Borgogna, fino alle devozioni contemporanee, tra inserti fiction discutibili e ridondanti ed interviste a religiosi e persone comuni con qualche riferimento teologico più centrato e qualche contenuto più didascalico.
In questi giorni invece sono due i titoli che si possono incrociare sul grande schermo: il primo è “Il vangelo di Giuda” diretto da Giulio Base, film impegnativo e non sempre a fuoco per quanto riguarda la struttura generale, con lo sguardo concentrato sulla figura di Giuda, mai mostrato in volto e sempre avvolto in un mantello nero con la voce “interiore” espressa da Giancarlo Giannini (ed è lo stesso Base ad interpretare la figura dell’apostolo traditore, in mezzo ad un cast che rivela anche apparizioni curiose come Paz Vega nel ruolo di Maria, John Savage per l’anziano Giuseppe e Rupert Everett per il sommo sacerdote Caifa) e pochissimi altri dialoghi, per lo più in aramaico, per raccontarne la storia (basata sul testo apocrifo redatto dai cristiani gnostici seguaci di Gesù contenente conversazioni tra il Redentore e l’apostolo e numerosi altri testi, come si evince dalla ricca filmografia che sfila sui titoli di coda), dall’infanzia fino al momento del tradimento e successivo suicidio per il rimorso, prima che l’Iscariota possa assistere alla Resurrezione del Cristo e alla sua promessa di vita eterna sulla quale il discepolo nutriva più di un dubbio.
Più interessante lo spagnolo “Los Domingos”, scritto e diretto dalla regista basca Alauda Ruiz de Azúa, regista che si dichiara atea ma ciò non le ha impedito di accostarsi con obiettività e correttezza ad un tema delicato come quello della vocazione religiosa, la chiamata di una diciassettenne, Ainara, verso la dimensione contemplativa in un convento di clausura, con inevitabile terremoto familiare, in particolare per la zia Maite, non credente e fermamente convinta che la ragazza debba affrontare gli studi universitari piuttosto che rinchiudersi in un monastero assieme ad un gruppo di anziane suore definite ingannatrici e manipolatrici. Un film davvero sensibile nel trattare la materia, assolutamente controcorrente oggi quando la chiamata di Cristo, un vero e proprio innamoramento (la definizione che la regista ha ascoltato dalla maggior parte delle giovani che hanno vissuto un itinerario come quello della protagonista, durante l’elaborazione della sceneggiatura), è considerata da molti anacronistica, inutile ed egoistica. La scelta di Aianara (interpretata dall’ottima esordiente Blanca Soroa, ma il resto del cast non è da meno) è invece quella di una ragazza profondamente consapevole della strada da prendere, nonostante si affaccino le inevitabili deviazioni legate all’età (l’invaghimento per il giovane coetaneo), in un bel racconto adolescenziale e familiare, emotivamente coinvolgente, capace di raccogliere grande pubblico (successo in patria e in Francia, con dibattiti accessi sull’argomento tra social e mezzi di comunicazione) e vincere i premi più ambiti del cinema spagnolo, i Goya, ben cinque compresi quelli per il miglior film e la regia, battendo il super favorito “Sirat” che si è dovuto accontentare di riconoscimenti tecnici.
Paolo Pagliarani

