Esiste un pensiero cattolico? L’ultimo saggio di Massimo Borghesi

di Valerio Lessi

Esiste ancora un pensiero cattolico? La domanda che si pone Massimo Borghesi nel suo ultimo libro (Esiste un pensiero cattolico? Unità e distinzione, Jaca Book, 2026) è volutamente provocatoria. Qualcuno potrebbe rispondere: certo che esiste, ci sono università cattoliche, un’editoria cattolica con molte sigle, riviste e conferenze, dibattiti. Perché invece la domanda di Borghesi implicitamente suggerisce una risposta negativa? L’autore nell’introduzione porta alcuni esempi: il sonoro silenzio degli intellettuali cattolici di fronte agli attacchi a papa Bergoglio, la paccottiglia spirituale che imperversa nelle librerie cattoliche, i grandi pensatori cattolici che hanno formato le generazioni del Novecento sono scomparsi e non è sorto nulla di nuovo, la posizione di molti cattolici di fronte alla guerra che non solo non è condannata sulla scia dei richiami del papa ma è approvata, promossa. Si chiede Massimo Borghesi: «Perché l’esperienza della fede, testimoniata dalla presenza capillare nel settore del volontariato e dell’assistenza sociale, non è più in grado di generare una creatività culturale?». La risposta a questa e ad altre simili domande è offerta in positivo: «Se un pensiero è “cristiano” allora non può non seguire la legge dell’Incarnazione per la quale il divino si manifesta nella carne, l’invisibile si mostra attraverso l’invisibile». Quando l’avvenimento del Verbo che si fa carne non è più la bussola che guida il pensiero cattolico, il risultato è che questo pensiero viene riassorbito dalle culture e dalle mode dominanti.

Per documentare questa tesi, Borghesi compie un lungo viaggio (655 pagine) nella storia della filosofia e dei rapporti fra fede e ragione. Non è quindi un libro facile, implica una discreta conoscenza della storia della filosofia, ma la fatica vale la pena perché aiuta a comprendere e giudicare alcuni fenomeni attuali. Secondo Borghesi la privatizzazione della fede, la perdita della bussola dell’Incarnazione, è oggi frutto dell’era della globalizzazione la quale, dopo la caduta del comunismo, ha visto i cattolici passare dallo “spirito dell’utopia”, dominato dal marxismo, all’accettazione dello spirito del capitalismo. L’autore si riferisce al movimento intellettuale sorto negli Stati Uniti (influente anche in Italia) chiamato teocon, definibile come una teologia politica liberalconservatrice. Il problema è che il mix fra l’ethos cristiano e capitalismo implica l’abbandono della dottrina sociale della Chiesa. «In questo abbandono si riflette la mancanza di un pensiero cattolico capace di orientare i processi sociali. Il cristiano diviene qui colui che legittima, dall’esterno, processi che camminano con le proprie gambe».

La conclusione della lunga riflessione di Borghesi (dal dualismo gnostico dei primi secoli al razionalismo, dal neo tomismo a Romano Guardini, dalla new age allo scontro di civiltà, dall’idealismo ai teologi moderni, fino al ritorno del realismo), porta ad una lettura del rapporto fra cristianesimo e storia che parte dalle posizioni di Joseph Ratzinger. Al futuro pontefice interessava una lettura del pensiero di Agostino che differisce dall’interpretazione medievale che aveva portato alla pretesa di affermazione della Chiesa sullo Stato. Ratzinger, invece, precisa che per il vescovo di Ippona tutti gli Stati sono terreni, anche quelli retti da cristiani, la civitas Dei non è una teocrazia. Una diretta citazione di Ratzinger chiarisce ancora meglio: «Così per lui lo Stato, pur in tutta la reale o apparente cristianizzazione, rimane Stato terreno e la Chiesa comunità di stranieri, che accetta e usa le realtà terrene, ma non è a casa propria in esse».

Seguendo il pensiero di Ratzinger (Il pensiero cristiano se vuole avere un futuro non può dimenticare la sua lezione sul rapporto fra fede e storia), Borghesi passa ad esaminare  le forme attuali di teologia politica (che sono sempre un errore, mentre invece può esserci una teologia della politica). Dopo il movimento teocon di cui si è detto, ora è il momento dei teopopulisti. Si tratta di conservatori che di fronte al dilagare dell’ideologa woke e alla finanziarizzazione dell’economia, auspicano un ritorno alle radici, alle tradizioni, alle appartenenze identitarie. In questo quadro è riassorbita la religione che non è più esperienza di apertura e di pace, ma elemento di differenziazione, di scontro. La dialettica amico-nemico fa parte di questa posizione. Nel panorama mondiale ciò è constatabile nell’islamismo radicale, nell’ebraismo ultraortodosso e nell’induismo. Ma anche il cristianesimo non è esente, come dimostrano il trumpismo e il putinismo religioso e certe posizioni della destra tradizionalista cattolica. «In queste tendenze – afferma Borghesi con tanto di documentazione culturale – il cristianesimo diviene “manicheo”, abbandona la lezione agostiniana delle due città, mescolate fino alla fine del tempo, e si trasforma in manicheismo politico».

Il guaio, in definitiva, sono le teologie politiche che sacralizzano il potere e mondanizzano la religione. Secondo Borghesi il pensiero cattolico contemporaneo difetta di una seria critica della teologia politica. Ecco perché permane la divisione nella Chiesa fra destra e sinistra. La soluzione? È emersa da quanto detto: un ritorno ad Agostino, un ritorno alla forma del pensiero cattolico: l’unità nella differenza.