Di Omero, di Ulisse e del vuoto del web. “Odissea” di Christopher Nolan ha rivelato tutto il vuoto della rete telematica, trionfando al box office – al cinema

Penelope tesse e disfa la tela, il sudario per il suocero Laerte, in attesa del ritorno del suo sposo a Itaca. La “tela” social della rete invece si è disfatta senza possibilità di essere ritessuta di fronte al successo del film di Christopher Nolan, basato (sottolineo basato) sul testo attribuito ad Omero, utilizzando la traduzione del 2017 di Emily Wilson, prima donna a tradurre il poema in inglese. Successo codificato allo stato attuale in un gruzzolo non indifferente (al momento in cui scrivo il box office globale sta viaggiando verso i 300 milioni di dollari, e siamo solo alla prima settimana di programmazione, con sale gremite e proiezioni aggiuntive ove sia possibile, vista la durata di 172 minuti), l’esatto contrario di chi auspicava il flop e chi addirittura chiamava il popolo al boicottaggio del film, reo di aver commesso molti errori, dall’infedeltà al testo originale, alla mancanza di veridicità storica (questa fa già ridere di per sé, trattandosi di mito, leggenda, fiaba), da scelte estetiche reputate non adeguate fino al casting con alcuni attori presi di mira vuoi per il colore della pelle, vuoi per l’orientamento sessuale, in quest’ultimo caso sbagliando pure il personaggio interpretato. Il tutto già molto prima che uscisse il film, senza nessun confronto con l’opera (e adesso invece tutti si affannano, alcuni anche in modo delirante, a spiegarlo, senza lasciare il libero arbitrio della comprensione personale allo spettatore…).
La moderna “agorà” del web ha fallito miseramente e ha mostrato tutto il suo vuoto, tra epiteti e volgarità, nell’innescare una polemica più furente della guerra di Troia, dove la realizzazione di un kolossal cinematografico appare oggi un peccato mortale, dimenticando che la storia del cinema pone molte delle sue basi proprio sui “filmoni”, sui grandi spettacoli, su quella forma di intrattenimento popolare che si incrocia con l’arte quando dietro alla macchina da presa c’è un regista che sa il fatto suo.

Nolan è un creatore notevole di storie, può piacere o meno, ma è indubbio che la sua filmografia stia lasciando un segno nel mondo della settima arte, passando dai supereroi (la trilogia di Batman del “Cavaliere Oscuro”), agli eroi “comuni” (“Dunkirk”), dalla fantascienza (“Interstellar”) ai complicati labirinti della mente (“Inception”). Ed è un regista che ama il cinema, quello autentico, quello in sala. Per “Odissea” ha lavorato con pesanti cineprese IMAX per ricavare una definizione rara a vedersi (purtroppo in Italia dobbiamo accontentarci della versione a 70mm “normale”, rintracciabile a Bologna al Cinema Lumière e in poche altre sale come l’Arcadia di Melzo, ma se volete giocare la carta della versione definitiva sul grande schermo IMAX ci vuole un biglietto aereo per Londra e passaporto, sperando che aggiungano altre repliche nella sala sita nella zona di Waterloo, visto che i biglietti per i 170 spettacoli previsti fino al 10 settembre sono tutti esauriti) e ha preferito puntare sull’analogico piuttosto che sul digitale. Polifemo, mostro solitario e quasi silente (la mancanza dell’inganno di Ulisse/Nessuno, anch’essa criticata, rende la scena più drammatica ed essenziale), è un gigantesco animatronic di 6 metri, per i giganti Lestrigoni si sono utilizzati stunt-men e giochi di prospettiva e anche per la scena della maga Circe si è preferito sfruttare le tecniche antiche, utilizzando la CGI solo per il minimo indispensabile.

Un’ “Odissea” adattata per il pubblico contemporaneo: a declamare l’incipit del film è il rapper Travis Scott, ovvero l’aedo consono al pubblico di oggi, più in sintonia con i moderni declamatori che con i cantori di secoli fa. Nolan (sapete che vent’anni fa gli fu proposta la regia di “Troy”? Poi andò a Wolfgang Petersen mentre Nolan si dedicò a “Batman Begins”) fa proprio il testo, del resto trasformato a sua volta nel corso del tempo, con una tradizione orale che ha plasmato la storia arrivando alla versione omerica, a sua volta rimodellata nelle varie versioni che ogni volta introducono nuovi elementi di traduzione. Inutile dunque cercare le differenze tra testo e film, Nolan si accosta con rispetto all’opera, si avvicina e si allontana come è giusto che sia, toglie ed inserisce secondo il suo gusto ed offre al pubblico Odisseo/Ulisse tormentato dal senso di colpa per aver creato un inganno distruttivo come il celebre cavallo di legno, foriero di morte per la città di Troia, esattamente come Oppenheimer di fronte alla creazione dell’atomica nel film precedente dell’autore. Odisseo, ora divenuto uomo complicato (sempre in riferimento alla traduzione della Wilson), intraprende il viaggio di ritorno a Itaca con i suoi compagni, incontrando pericoli di ogni sorta (alcune sequenze hanno tutto il gusto del cinema horror, in primis le scene di Polifemo e Circe), perdendo uomini ad ogni tappa dell’itinerario, arrivando ad incontrare ed interrogare i morti (non c’è bisogno di scendere nelle viscere della terra, i defunti sono più vicini a noi di quanto si possa pensare ed emergono dalla sabbia, diventando subito rimorso difficile da cancellare, con tutto il senso di responsabilità che affiora nei confronti di chi non è più in vita), cedendo alle tentazioni (le Sirene, il cui canto Ulisse vuole ascoltare a tutti i costi, ma soprattutto la ninfa marina Calipso, mai cosi affascinante, interpretata da Charlize Theron, che tiene Odisseo nelle sue braccia per sette lunghi anni, con il naufrago che rischia di dimenticare affetti, casa e doveri regali) e dimostrando di non comprendere il linguaggio degli dei (quasi assenti nel film, c’è solo Atena ed è presentata più come voce della coscienza che come entità divina, proprio per la difficoltà per l’uomo di rapportarsi al sacro), troppo ostico per lui, arrivando a sfidarli con tutte le conseguenze del caso. Un viaggio per ritrovare memoria e identità, un viaggio scandito dal tempo (tutti temi cari al regista), un viaggio per ritrovare Itaca, ricongiungersi alla fedele moglie Penelope (l’altro simbolo di fedeltà è il cane Argo che aspetta il padrone prima di esalare l’ultimo respiro) e al figlio Telemaco, un ritorno che si trasforma in sanguinosa vendetta verso i pretendenti, abbandonati a banchetti perenni nell’attesa che la sposa di Odisseo scelga uno di loro, convinti che il re di Itaca sia perito.

Il film è potente, con evocativa colonna sonora di Ludwig Göransson, alla terza collaborazione con il regista (e tre Oscar in bacheca, uno grazie a Nolan per le musiche di “Oppenheimer”), con utilizzo di strumenti antichi come la lira e l’aulos, strumento a fiato a doppia ancia, gong di bronzo di varie dimensioni e suggestive armonie vocali (niente orchestra, su specifica richiesta di Nolan), fotografia da manuale di Hoyte van Hoytema, già premio Oscar per “Oppenheimer” e con Nolan dai tempi di “Interstellar, location italiche (Sicilia, Egadi e Lazio), greche, scozzesi e islandesi e  il cast principale di divi con Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Robert Pattinson, Zendaya, Lupia Nyong’o (la famigerata “Elena nera”), Elliot Page (quello indicato come sorta di Achille transessuale, in realtà è il soldato greco Sinone a guardia del cavallo, personaggio che compare nell’ “Eneide” di Virgilio), Samantha Morton e la già citata Theron, perfettamente funzionale all’insieme, anche se qualcuno ha solo pochi minuti a disposizione, giustamente motivo di richiamo come del resto è sempre stato nell’economia hollywoodiana  (ricordiamo però che “Odissea” è prodotto da Emma Morton, moglie e produttrice di tutti i film di Nolan, assieme al marito) e non solo hollywoodiana, visto che la “star” conosciuta dai più è un biglietto d’ingresso non indifferente alla sala cinematografica. Sono attori, ricordiamolo, scelti per interpretare un carattere secondo le loro capacità e il loro fascino e la questione del colore della pelle, vedi caso “Elena di Troia” appare alquanto risibile (anche per il tempo limitato del personaggio in scena) per la sua natura mitologica (nata da uovo di cigno, dall’unione di Zeus e Leda, assieme alla sorella Clitennestra) considerando che non c’è un’idea precisa del suo aspetto, solo la definizione di donna bellissima e l’espressione “dalle bianche braccia” è più un’indicazione metaforica riferita alla nobiltà se non alla divinità, più che all’aspetto fisico, nel mondo greco c’erano ben altri canoni estetici in vigore. Se volessimo essere pignoli tutto il cast sarebbe allora sbagliato e dovremmo cancellare tutta la storia del cinema che di “errori” del genere ne ha fatti a bizzeffe. Il problema con i classici è che ognuno ha la sua idea personale e quando ci si accosta ad una versione altrui, apriti cielo, si scatenano i conservatori per cui tutto deve essere didascalico e preciso al millimetro (sai che noia…). Gli studiosi più attenti ci dicono esattamente il contrario, evidenziando la necessità di modificare e adattare al contemporaneo i miti e allora ben venga “Odissea” di Nolan che affascina, intrattiene, pone domande sull’uomo e i suoi limiti e sulla vacuità della guerra e fa tanto bene al cinema: da tempo non mi capitava di vedere una sala quasi piena un lunedì sera e per la versione in lingua inglese per di più. E a proposito di lingua inglese, Nolan stesso ha ammesso ingenuità di linguaggio, ma torniamo sempre alla questione del cinema “popolare” e della comprensione per un pubblico non sempre erudito (ve lo immaginate se fosse stato con i dialoghi in greco antico?) e allora gli si perdona anche il “lucky bastard” che riecheggia sulla nave in viaggio verso Itaca.

Paolo Pagliarani